Insulti a mezzo social: l’hater una figura esecrabile e sempre attiva

Ancora un politico, chi quindi che per quanto criticabile si presta al bene comune, insultato via computer, via social per la precisione, da quelli che vengono denominati “leoni da tastiera” ma che più giustamente si meritano l’appellativo di hater.

È successo su Instagram stavolta, dopo i casi su Facebook e su Twitter, stavolta è il terzo social per diffusione ad esser teatro di insulti destinati all’assessore alla Pubblica Istruzione e alla Cultura del comune di Teverola, Mariarosaria Colella. Insulti sessisti pronunciati, anzi scritti, tramite un account falso, che hanno gravemente e gratuitamente offeso la giovane amministratrice. offese che non intendiamo riportare per evitare la diffusione di odiose parole che meritano solo il dimenticatoio, e per le quali è inevitabilmente scattata la denuncia.

Hater è un sostantivo che deriva dall’inglese to hate, odiare, e indica chi spesso facendosi scudo dell’anonimato, esterna e diffonde odio, e non, come qualcuno preferisce comodamente credere, dà o smentisce una notizia falsa o esagerata avvalendosi di dati concreti come foto e testimonianza diretta.

C’è un modo per difendersi da chi fomenta l’odio da dietro lo schermo del computer, oltre alle diverse impostazioni permesse dai social stessi, ed è previsto dalla legge. La miglior difesa per chi è fatto oggetto diretto d’odio è ricorrere al reato di diffamazione (art. 595 del Codice Penale). Alcuni reati sono perseguibili d’ufficio, come per esempio le minacce gravi. Altri su querela della persona offesa.

Un discorso a parte per chi insulta intere categorie come ebrei e immigrati. La legge 13 ottobre 1975, n. 654 prevede infatti l’incriminazione per ogni forma di discriminazione. In ogni caso, quando si assiste a comportamenti d’odio online, sarebbe importante fare una segnalazione. In quel caso sarà la Polizia Postale a decidere di rimuovere i contenuti.

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