Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio 1943, Palazzo Venezia, Roma. Fu l’ultima riunione di questo organo inizialmente istituito in maniera informale l’11 gennaio 1923 con un annuncio di Mussolini su Il Popolo d’Italia, e quindi solo “di partito”, ma che divenne poi organo costituzionale del Regno con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, che lo qualificava come «organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell’ottobre 1922». Ormai però una sua riunione era diventata una cosa eccezionale, troppo farraginoso, troppo elefantiaco, erano più veloci le decisioni prese da una sola testa, quella del Duce: l’ultima volta che il Gran Consiglio si era riunito infatti era stata il 7 dicembre 1939 e decise la “non-belligeranza” dell’Italia nella guerra che la Germania stava scatenando in tutta l’Europa
Ore 17: la riunione doveva iniziare ma Benito Mussolini era in ritardo, soltanto 14 minuti in effetti, ma un’enormità per chi era sempre stato puntualissimo quasi al limite della maniacalità. La situazione critica in cui versava l’Italia, che stava perdendo malamente una guerra che inizialmente era sembrata facile e veloce ma che dopo più di tre anni di alleanza con la Germania di Hitler stava andando miseramente a rotoli, aveva fatto sì che alcuni gerarchi avessero insistito per la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo per discutere la situazione politica e militare dell’Italia. Non si poteva lasciare tutto nelle mani del Duce che ormai era solo l’ombra di sé stesso ed era un burattino nelle mani di Hitler: il suolo patrio era stato invaso appena due settimane prima dalle forze alleate nella Sicilia meridionale e addirittura (il 19 luglio) la Città Eterna era stata violata e il quartiere di San Lorenzo era stato ridotto in macerie dai bombardieri nemici. Insomma la Nazione intera era stanca della morte dei propri figli più per il Fascismo che per la Patria.
L’ordine del giorno prevedeva soprattutto una discussione sulla posizione di Mussolini come capo del governo visto che La mozione Grandi, il cui promotore, Dino Grandi, era uno dei più importanti gerarchi fascisti, uno della vecchia guardia e amico personale di Mussolini, prevedeva il ritorno alla Costituzione (lo Statuto Albertino) e la restituzione del comando assoluto alla monarchia e la fine del regime fascista. Un progetto velleitario, e addirittura pericoloso già solo da propalare ad alta voce, visto che da decenni ormai non si osava neppure mettere in discussione il verbo del Duce del Fascismo.
Dopo ore di ostruzionismo e melina da parte del Duce e dei suoi fedelissimi (in primis il segretario del partito Carlo Scorza), alle 21 prese la parola Dino Grandi per esporre le motivazioni del suo ordine del giorno. Ora però non bisogna pensare che questi fosse un politico illuminato che, suo malgrado, aveva subito negli anni le decisioni del partito, anzi ne era stato uno dei principali promotori condividendone politiche e metodi fino al manganello, all’olio di ricino e altro, tanto è vero che fu ministro degli Esteri, ministro di Grazia e Giustizia, ambasciatore a Londra e attualmente era Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni: ma in ogni caso concediamo il beneficio del dubbio a chi magari si sarà improvvisamente convertito sulla via di Damasco e forse ha avuto un’illuminazione divina.
La seduta fu lunga e drammatica, con un acceso dibattito tra i gerarchi fascisti: dopo un patetico tentativo di rinvio da parte di Mussolini, «Alcuni si lamentano che è tardi. Riprendiamo domani», cui si oppose fermamente lo stesso Dino Grandi che pretendeva di andar avanti a oltranza, «Per altre cose meno importanti ci hai bloccato qua anche per giorni!», in ogni caso alle prime ore del 25 luglio 1943 la mozione fu approvata con 19 voti a favore e 7 contrari, il filonazista Roberto Farinacci votò per una sua personale mozione in cui proponeva di affidare il comando militare alla Germania, e il presidente del Senato Giacomo Suardo si astenne: Benito Mussolini fu costretto a prendere atto della decisione del Gran Consiglio che, nonostante i suoi tentativi di minimizzare, significava la caduta del Fascismo.
Alle 17:00 di quel giorno, la domenica successiva ormai, Benito Mussolini si recò a Villa Savoia, residenza privata della famiglia reale, per incontrare il re Vittorio Emanuele III. Il Sovrano, che era stato informato della “mozione Grandi” e dell’esito della votazione, comunicò a Mussolini che aveva a cuore la sua incolumità personale e all’uscita dal breve incontro privato lo fece salire su un’anonima ambulanza che non avrebbe destato sospetti nel centro cittadino e, scortato da carabinieri e militari, da quel momento fu preso in custodia per preservare, appunto, la sua incolumità fisica.
Nel frattempo il Re aveva deciso di sostituirlo come Capo del Governo con il maresciallo Pietro Badoglio, un vecchio militare coinvolto anch’egli, anche se non proprio direttamente e apertamente, con il regime fascista ed era stato tra i responsabili della disfatta di Caporetto nella Prima Guerra Mondiale: la notizia della caduta di Mussolini fu comunicata alla popolazione italiana attraverso un annuncio radiofonico. Il nuovo governo Badoglio, pur essendo ancora ufficialmente belligerante, iniziò a negoziare con gli Alleati un armistizio, che sarebbe stato firmato il 3 settembre 1943 a Cassibile in Sicilia, e reso noto cinque giorni più tardi l’8 settembre.