Mi hanno chiamato “continente liquido”, “Mare nostro”, “Mar Bianco”, “Grande Mare”, “Mare di mezzo”, “Grande Verde”, “Mare interno”, “Mar cinto”, “Mare amico”, “Mare della fede”, “Mare amaro”. Le mie onde si fanno schiuma su terre montagnose e brulle, intorno a isole frastagliate, che sorgono come sogni su creste di crateri. Parlo della storia più remota, dell’infinita lotta degli dei. Sulla mia superficie ho accolto l’uomo. Ho lambito rocce in attesa da millenni, che si stagliano verso il cielo, sempre immerse nello stesso silenzio. Con le mie acque accarezzo templi, teatro di antichi riti, immersi nell’odore di menta e di fieno, fra il guizzare dei ramarri e il respiro sospeso di pietre e case. Talvolta sono viola, nero, bianco, scintillante di conchiglie, purpureo e ribollente come il vino. Sono increspato, battuto dai venti, nervoso: quando accade, dicono che Poseidone si pettini la barba con rabbia. All’inizio sono stato solo sciabordìo di onde sulla riva: né porti, né grandi città lungo le mie coste. Ancora non lo sapevano i primi abitanti della Terra che le mie distese avrebbero cambiato le loro vite, perché, chiuso fra due stretti e fra le terre di tre continenti, sembravo fatto apposta per mescolare i popoli. Di nome e di fatto io, Mediterraneus, “in mezzo alle terre”, sono luogo di incontro e di scontro, di scambi e di battaglie, di viaggi reali ed epici, e ho condizionato direzioni, limiti e sviluppi degli abitanti del mondo. Soprattutto quelli nati sulle sponde dell’Italia, collocata a metà fra l’Oriente e l’Occidente: donna a volte ritrosa, allungata tra le braccia di un generoso amante.
La prima prova che io sia stato attraversato con imbarcazioni di canne risale al Paleolitico, quando l’uomo raggiunse l’isola cicladica di Melo, alla ricerca del vetro vulcanico di ossidiana. Durante il Neolitico, la competizione per le risorse sfociò in scontri tra comunità e in migrazioni, sicché la ricerca delle materie prime trasformò la rete di collegamenti delle mie acque in un complesso di itinerari commerciali. Mentre il Nilo era il cuore dell’antico Egitto, io costituivo il suo contatto con il resto del mondo e lungo le mie rotte ho reso possibile il commercio del papiro, a cui affidare la scrittura. I Cretesi navigarono attivamente sulle mie acque, apportatrici di nuove tecnologie: il ricordo della loro proiezione sul mare sopravviverà, come racconterà Tucidide molti secoli dopo, nella figura del mitico re Minosse. Grazie a nuovi e più lunghi viaggi, i Micenei si irradiarono oltremare, raggiungendo perfino le coste italiche meridionali. Prima di loro, già un altro popolo aveva tentato l’impresa di sfidare le mie profondità per esplorare l’Occidente: i Fenici, creatori di una solida rete di traffici nella quale cananei, ciprioti, ittiti, egiziani, greci si scambiavano non solo tessuti, inchiostro di porpora, legno, olio, vino, bestiame, ma anche le lettere del loro alfabeto fonetico. Quando ormai la pòlis aveva fatto capolino, gli abitanti di alcune città dell’Ellade erano sbarcati numerosi nel Sud della penisola italica: le loro fondazioni erano diventate così floride che il territorio che occupavano era stato ribattezzato Megàle Ellàs, una “grande Grecia”. Le mie acque furono agitate anche da altre presenze: mercenari, pirati, misteriosi Popoli del Mare. Autori di scorribande, razzie e distruzioni. Ogni tanto, qualche caldera capricciosa ha sconvolto i miei flutti e lasciato sprofondare intere isole: dicono che Atlantide riposi nei miei abissi.
Ebbene sì, sono ribollente di passioni e di tempeste, proprio come l’amore. La poesia greca è popolata di vascelli in balia dei venti impetuosi del desiderio. Più volte l’innamorato infelice si è rappresentato come un nuotatore sommerso dalle acque o come una nave scagliata alla deriva. Il tema del mare d’amore affiora alle origini stesse della letteratura greca ed entra nel dominio della poesia attraverso la porta maestra del mito: quando Odisseo torna ad Itaca, la gioia provata da Penelope – nel ritrovare l’amato dopo vent’anni – è paragonta alla felicità del naufrago che tocca terra. Dietro le bufere d’amore letterarie vi sono i culti di Afrodite marina, custode dei naviganti, diffusi per secoli lungo le terre bagnate dalle mie acque. Nei viaggi mitici e reali, la dea era invocata per raggiungere felicemente il porto e scampare ai pericoli della navigazione. Alle sue radici vi è il senso, tipicamente greco, della vita come esperienza aperta e mai risolta, come viaggio fatale tra gli scogli del destino e del caso. Del resto, mettersi per mare era per i Greci un grande rischio: il saggio Pìttaco affermava: “La terra è affidabile, il mare inaffidabile”, mentre Esiodo sosteneva che solo una mente accecata dai profitti fosse capace di sfidare “i malvagi soffi del vento”. Le mie acque hanno contaminato il cuore dell’uomo con la sete di guadagni: non a caso, nell’epoca remota e felice dell’Età dell’oro la navigazione non esisteva. Prima che Giasone varasse la favolosa Argo per salpare alla ricerca del Vello d’oro, gli uomini si tenevano saldamente legati alla terra; e i Greci sono rimasti fedeli per tutta la loro storia all’idea che il mio spazio marino fosse per eccellenza il luogo del pericolo e dell’incertezza, insondabile e minaccioso, instabile e cangiante, prodigioso e terribile. In effetti, la parola greca più comune per indicarmi, thàlassa, è una parola non greca, perché non riconducibile a una radice indoeuropea. Probabilmente i Greci, popolo in origine stanziato nell’entroterra, si sono dovuti far spiegare dagli indigeni, che già si affacciavano sulle mie sponde, come si chiamasse quella misteriosa e inquietante superficie d’acqua presso la quale abitavano.
Per ogni essere di terra io sono una barriera fatale ed eterna, ostile e tenebrosa nel mio spessore profondo, sicché nella letteratura greca non esiste una poesia che canti il fascino della navigazione. Per i Greci io non sono spazio di vita, infatti gli annegati appartengono a una categoria di morti condannata a non trovare mai pace, gli àtaphoi. L’idea della mia bellezza affiora talvolta quando i Padri della Chiesa, commentando la creazione del mondo, sostengono che dopo aver plasmato il mare “Dio vide che era cosa buona”. La pòlis minacciata da un conflitto era spesso paragonata a una barca in mezzo alla tempesta: come il politico guida la nave della pòlis, così la mente, dice Platone nel Fedro, è “timoniere dell’anima”. Questo lessico della marineria è vitale ancora oggi, nelle parole “governo” e “governare”: gubernàtor, infatti, in latino è il timoniere; e l’immagine della nave in balia della tempesta arriverà fino a Dante, che definirà l’Italia “nave senza nocchiero in gran tempesta”. Inoltre, in latino dare vela, “spiegare le vele”, è l’espressione comune per indicare l’avvio della composizione poetica; sempre Dante, nell’esordio del Purgatorio, scriverà che “per correr miglior acqua alza le vele omài la navicella del mio ingegno”.
La più bella fra le dee, Afrodite, nata dalle onde marine, ha solcato le mie acque con la sua nave, garantendo serenità ai flutti e speranza ai naufraghi; sicché nei secoli marinai e mercanti l’hanno chiamata PONTÌA e PELAGHÌA, “marina”; ÈUPLOIA, “garante della buona navigazione”; GALENÀIA, “che presiede al mare calmo”; LIMENÌA, “protettrice del rientro in porto”. Ma molte altre divinità hanno recato conforto ai naviganti che mi hanno sfidato: i Dioscuri, Poseidone, Zeus, Era, Dioniso, Atena, Artemide. Leucotèa, la “dea bianca”, era venerata come custode dei naviganti mediante culti e santuari diffusi lungo tutte le mie coste, soprattutto quelle della Magna Grecia. Protagonista di un KATAPONTISMÒS, ovvero di un salto in mare dal significato rituale, aveva perso la sua natura umana trasfigurandosi in divinità del mare. L’amore, il tuffo e la rigenerazione in acqua sono, infatti, misteriosamente connessi, come ci ricordano anche l’immagine funeraria della “Tomba del Tuffatore” di Paestum e un frammento del poeta arcaico Anacreonte: “Dopo aver di nuovo spiccato il volo dalla rupe di Lèucade, mi tuffo nel mare canùto, ubriaco d’amore”. La salvezza del navigante, tuttavia, è legata innanzitutto alla benevolenza di Afrodite. Proprio come l’amante: “Afrodite è il mio capitano, Eros tiene il timone, reggendo in mano la barra della mia anima”, scrive l’epigrammista Meleagro. Solo la dea di Cipro esercita questa possibilità di salvezza universale, dominando al tempo stesso il mare aperto e il cuore di ogni mortale: nel coro dell’Antigone, non a caso, Eros è chiamato HYPERPÒNTIOS, “colui che attraversa il mare”; e nel prologo dell’Ippolito di Euripide, Afrodite proclama di esercitare il suo dominio “dal Ponto alle Colonne d’Ercole”: i termini estremi dell’impero del desiderio coincidevano, dunque, con i confini della navigazione. L’amante “è travolto dall’onda del desiderio”, scrive Pindaro, che usa il verbo KYMÀINO, “essere travolti da un’onda”, per indicare il turbamento d’amore, proprio come il latino FLUCTUÀRE. Perché la forza inesauribile di Eros, che sempre infuria con venti riluttanti e tempeste sonore, sottrae l’uomo all’equilibrio della ragione; e nelle nostre acque burrascose sembra aprirsi un’unica prospettiva: quella del naufragio.
Io, mare d’amore, infatti, non offro orizzonti e vie di scampo. Sono una bufera in bottiglia, letale, permanente, fissata in un attimo eterno, e dai miei gorghi non si riemerge. Tra i pericoli del mio attraversamento bisognava, inoltre, mettere in conto anche i mostri marini: come le Sirene, ammaliatrici di naviganti; come Scilla, orrenda creatura divoratrice di marinai; come le ambigue Ninfe marine, talvolta mietitrici di vittime sacrificali da offrire agli abissi. Il turbolento mare d’amore allontana la prospettiva di un approdo. Ma è proprio il disorientamento del naufrago, privo di stelle polari, a rendere possibile la conoscenza dell’inesplorato: il vero timoniere, infatti, teme anche i mari pacifici, perché tra gli uomini le passioni sono necessarie a salpare.
La sfida del mare amoroso ha nutrito per secoli la fantasia dell’uomo: ancora nel VI secolo il poeta latino Optaziano descriverà l’amante come “naufrago nel mare di Venere”. Ormai alle soglie del Medioevo, il mio immaginario amoroso perdurerà nelle letterature romanze attraverso la mediazione dei poeti latini, cantori di quella Roma che, nella sua espansione per circa cinque secoli, aveva imposto il suo controllo a tutti i territori lambiti dalle mie acque, decidendo di inserirmi nelle sue origini: il principe troiano Enea, infatti, nel suo viaggio attraverso le mie onde, aveva dato inizio all’avventura dei suoi antenati sulle coste del Lazio. Anche dopo il disfacimento dell’Impero romano, ho conservato l’importanza acquisita da secoli: solcato da mercanti, esploratori, soldati, pirati, crociati cristiani, missionari, sono rimasto al centro delle sorti, buone e cattive, di gran parte dell’Europa. Finché, alla fine del Quattrocento, adombrato dall’America rivale, appena scoperta, non sono più riuscito a reggere il gioco alla mia bella amante, l’Italia: le nuove rotte nell’Oceano Atlantico hanno strappato la scena a me e a quella penisola, a volte ritrosa, allungata fra le mie braccia, lasciando del nostro amore lo splendido amalgama di culture che insieme abbiamo contribuito a plasmare. Oggi nel mio seno accolgo naufraghi: rotte di migranti mi solcano, in fuga da destini di morte; sono un letto desolante che mai riposa, coltre di relitti e di stragi silenziose. Ma io non voglio essere mare di dimenticanza, mare di negligenza, “Mare mortuum”. Io sono vita, io sono scambio, io sono xenìa. E con i miei riflessi cangianti lascio fluire nel vento, ancora vivi in questo scrigno ospitale che è l’Italia, echi lontani di lingue antiche, dagli albori della storia:
Tosso torì ti ttàlassa, cardia,
na ssikkefsi c’en eci pleo nerò
na latrefsu’ na camu’ calaria
c’ecessu na ‘rti a ccampo danatò,
ce tosso pu ola tua ta ‘ci domena
evò se bbanduneo, ma mali pena.
(Canto d’amore in griko, dialetto greco-italiota ancora parlato in area salentina)
Adele
2 thoughts on “Io, Mediterraneo, mare d’amore”
Che dire, semplicemente pregevole. Ogni parola è una sorpresa, tranne la firma.
Mi permetto di evidenziare: nel Mar Mediterraneo, ogni costa, anche la più lontana, era alla portata di vela, di rotta, di raffica, di sogno. Le sue dimensioni e la sua complessa rete di correnti e venti fornivano una logistica marittima che rendeva ogni destinazione potenzialmente raggiungibile. Di conseguenza il Mediterraneo incarna oggi un pensiero meraviglioso ove di inarrivabile, nell’universo, c’è solo la bellezza di Adele…
Quando vedrai il mare, cuore mio,
prosciugarsi e non aver più acqua
e ararvi per far coltivazione
e ottenere lì dentro messe rigogliosa,
e i morti tornare alla vita,
e i carcerati tutti in libertà,
quando avrai visto tutte queste cose
allora ti lascerò e con gran dolore”
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