Come abbiamo visto il rotolare della testa di Corradino, ultimo erede svevo decapitato in piazza Mercato, sancì la fine di ogni velleità della dinastia di Svevia su Napoli. Un’immagine cruda e sanguinolenta per chiudere un periodo glorioso e aprire quello dell’egemonia francese-angioina.
Gli Angioini e la nascita del Regno di Napoli (1268 – 1442)
Il periodo angioino segna una svolta profonda nella storia dell’Italia meridionale: con la caduta degli Svevi si chiude l’esperienza di uno Stato imperiale centralizzato e si apre una nuova fase, dominata dall’influenza francese e dal forte controllo del Papato che affidò il Regno a Carlo I d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Un evento decisivo del periodo angioino fu la rivolta dei Vespri siciliani (1282), che scoppiò a Palermo contro il dominio francese. La Sicilia insulare passò sotto il controllo aragonese, mentre gli Angioini conservarono i territori continentali. Da questo momento in poi, lo Stato angioino assunse il nome di Regno di Napoli, mentre l’isola di Sicilia seguì una storia politica separata.
Carlo I e i suoi successori rafforzarono il ruolo amministrativo della città, vennero costruite grandi opere simboliche come il Maschio Angioino (Castel Nuovo), la città si popolò di funzionari, mercanti e banchieri provenienti dalla Francia e dal Nord Italia. A differenza degli Svevi, gli Angioini rafforzarono la feudalità, distribuendo terre e titoli a nobili francesi, aumentarono la pressione fiscale soprattutto sulle città e sulle campagne, privilegiando una gestione del potere più aristocratica che statale. Queste scelte però provocarono un progressivo malcontento popolare, in particolare nel Mezzogiorno interno. Nonostante le tensioni, però, il periodo angioino fu anche una stagione culturale significativa: Napoli accolse umanisti, giuristi e artisti, la corte angioina favorì la diffusione della cultura gotica e della tradizione cavalleresca francese, la città si affermò come uno dei più grandi centri urbani d’Europa. Nel XIV secolo il Regno di Napoli fu scosso da lotte dinastiche interne e rivolte baronali che provocavano conflitti continui con la Corona d’Aragona. L’ultima sovrana angioina fu Giovanna II.
Aragonesi e Rinascimento napoletano (1442 – 1503)
Nel 1442 Alfonso V d’Aragona, detto il Magnanimo, conquistò definitivamente Napoli dopo anni di guerra (nel giugno 1442 vi fu la resa definitiva delle ultime resistenze angioine e il 26 febbraio 1443 Alfonsofa il suo ingresso solenne in città, e infatti per questa occasione fu realizzato il celebre arco trionfale del Maschio Angioino, chiaro richiamo all’antica Roma): si apriva così la fase aragonese. Con Alfonso, Napoli non fu più un feudo pontificio di fatto subordinato e teleguidato da lontano, ma divenne parte di una grande monarchia mediterranea che univa Catalogna, Aragona, Valencia, Sardegna e Sicilia, ma egli seppe presentarsi anche come restauratore dell’ordine e della pace, guadagnandosi il consenso della nobiltà cittadina.
Con Alfonso il Magnanimo e i suoi successori, Napoli conobbe una stagione di straordinario splendore, la città divenne una delle principali capitali del Rinascimento italiano, la corte aragonese attirò umanisti, artisti e architetti, furono avviati grandi cantieri pubblici, come la trasformazione del Maschio Angioino in residenza rinascimentale. Napoli si affermò come metropoli culturale e politica, ponte tra Italia, Spagna e mondo mediterraneo. Gli Aragonesi introdussero una politica più pragmatica rispetto agli Angioini, limitarono il potere dei grandi baroni senza distruggerlo, rafforzarono l’amministrazione centrale, mantennero un equilibrio tra Corona, nobiltà e città. Questo sistema garantì al Regno una relativa stabilità, pur senza eliminare le tensioni sociali.
Il figlio di Alfonso, Ferrante I d’Aragona (1458–1494), dovette affrontare una delle sfide più dure: la Congiura dei Baroni (1485-1487). I grandi feudatari, appoggiati dal Papato, tentarono di rovesciare il sovrano. Ferrante reagì con decisione, reprimendo la rivolta e consolidando l’autorità monarchica. Questo episodio segnò un punto di svolta: il potere centrale ne uscì rafforzato, mentre l’aristocrazia feudale subì un ridimensionamento. Durante il periodo aragonese Napoli superò i 200.000 abitanti diventando una delle città più popolose d’Europa, il commercio mediterraneo si intensificò e l’agricoltura e l’artigianato prosperarono, soprattutto nelle campagne campane. Tuttavia, la crescita economica non eliminò le disuguaglianze sociali, che continuarono a segnare profondamente il Regno: in ogni caso se il periodo svevo aveva rappresentato l’apice dello Stato medievale e quello angioino una fase di transizione travagliata, l’età aragonese fu il momento della rinascita politica e culturale del Regno di Napoli.
Alla fine del XV secolo, il Regno di Napoli divenne uno dei principali teatri delle Guerre d’Italia. Francia e Spagna si contesero il controllo del Mezzogiorno. Nel 1504, dopo una lunga guerra, Napoli passò sotto la Corona di Spagna, governata dai Re Cattolici. Il Regno non scomparve, ma perse l’indipendenza, diventando un vicereame spagnolo.
Il lungo dominio spagnolo (1503 – 1707)
Nel Trattato di Granada del 1500, Francia e Spagna avevano tentato una spartizione pacifica del regno, ma l’accordo fallì rapidamente. I due eserciti a quel punto si fronteggiarono per settimane in una sorta di guerra di logoramento combattuta tra l’autunno del 1503 e la fine di dicembre di quello stesso anno ed ebbero la meglio gli Spagnoli: il Regno di Napoli divenne un possedimento della monarchia spagnola, governato da viceré. Napoli era una delle città più popolose d’Europa, ma il peso fiscale, l’arretratezza economica e la rigidità sociale generarono crescenti tensioni. Il periodo spagnolo fu segnato da una forte pressione fiscale, il predominio dell’aristocrazia feudale, e frequenti crisi economiche e carestie che portarono alla rivolta di Masaniello nel 1647, che divenne il simbolo del malcontento popolare contro il governo vicereale. Napoli fu un vicereame spagnolo, sotto la Corona d’Aragona, e lo rimase fino al 1707.
Il dominio austriaco (1707–1734)
A decidere le sorti di Napoli furono ancora una volta le potenze europee impegnate nella Guerra di Successione Spagnola. Il conflitto scoppiò alla morte di Carlo II d’Asburgo, re di Spagna, avvenuta nel 1700. Carlo II morì senza eredi diretti, lasciando un impero immenso che comprendeva, oltre alla Spagna, gran parte dell’Italia (Regno di Napoli, Sicilia, Sardegna, Ducato di Milano, i Paesi Bassi spagnoli e un vasto impero coloniale in America e Asia. La sua successione rappresentava un problema enorme: chiunque avesse ereditato l’intero impero spagnolo avrebbe potuto spezzare l’equilibrio europeo. Si trattò di uno dei più grandi conflitti europei dell’età moderna che, tra il 1701 e il 1714, coinvolse quasi tutte le principali potenze del continente e trasformò radicalmente la geografia politica dell’Europa. Al centro della guerra vi era una questione dinastica, ma in gioco c’era molto di più: l’equilibrio di potere tra le monarchie europee e il controllo di vasti imperi coloniali.
Due erano pretendenti al trono: Filippo d’Angiò (Borbone), che era nipote del re di Francia Luigi XIV e che era stato designato erede nel testamento di Carlo II, e Carlo d’Asburgo, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero e appoggiato da Austria, Inghilterra, Portogallo, Ducato di Savoia e Province Unite (Olanda), mosso dal timore che l’ascesa di Filippo d’Angiò potesse unire le corone di Francia e Spagna sotto i Borbone, creando una superpotenza continentale.
Dopo molte battaglie (Blenheim, Ramillies, Oudenaarde, Malplaquet) si arrivò ai trattati di Utrecht e Rastatt ma l’iniziale intenzione di arrestare l’espansionismo francese, fu ribaltata da un clamoroso colpo di scena: Carlo d’Asburgo diventa imperatore (1711) del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo VI cambiando completamente lo scenario, ora era l’Austria a rischiare di dominare l’Europa, esattamente ciò che le potenze volevano evitare.
A questo punto con il Trattato di Utrecht (1713) Filippo V fu riconosciuto re di Spagna sancendo però il divieto di unione dei troni di Francia e Spagna, la Spagna perse i territori europei (i Paesi Bassi spagnoli andarono all’Austria, così come il Ducato di Milano, Napoli e Sardegna, mentre l’Inghilterra ottenne Gibilterra Minorca e alcuni privilegi commerciali (come l’asiento, il monopolio per l’importazione di schiavi nelle colonie americane) che ne rafforzarono l’ascesa come grande potenza marittima, evidenziando la fine dell’egemonia spagnola in Europa, l’inizio del declino della Francia di Luigi XIV e il rafforzamento dell’Austria in Italia. Si ridisegnò in pratica un nuovo equilibrio europeo basato sul bilanciamento delle potenze: la Guerra di Successione Spagnola non fu solo una guerra dinastica, ma un vero conflitto globale ante litteram. Per la prima volta, l’Europa combatté per preservare un equilibrio politico continentale, ponendo le basi della diplomazia moderna. Il Regno di Napoli, passato quindi sotto il controllo degli Asburgo d’Austria, dal 1707 divenne una provincia dell’Impero, governata da viceré e subordinata a Vienna.
Gli Austriaci introdussero una gestione più razionale, limitarono alcuni abusi feudali e rafforzarono il controllo statale sulla Chiesa, ma Napoli perse centralità politica e rimase priva di un sovrano residente. Il dominio austriaco su Napoli si concluse con la Guerra di Successione Polacca (1733-1738). La Spagna borbonica, guidata da Filippo V e la moglie Elisabetta Farnese, mirava a recuperare i territori italiani perduti. Nel 1734, le truppe spagnole guidate da Carlo di Borbone invasero il Regno di Napoli: l’esercito austriaco, numericamente inferiore e privo di forte sostegno locale, fu sconfitto.
(continua…)
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