Maria Sofia di Baviera: l’ultima regina di Napoli

Tra i tanti ritratti che impreziosiscono la mostra “Regine” alla Reggia di Caserta, uno in particolare cattura lo sguardo e invita alla riflessione: quello di Maria Sofia di Baviera, ultima regina di Napoli, moglie di Francesco II di Borbone, quello cui purtroppo una propaganda fortemente e distortamente orientata ha affibbiato il nomignolo quasi dispregiativo di Franceschiello, e sorella della leggendaria imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sissi.

Era nata in Baviera il 4 ottobre 1841. Sesta di dieci figli, del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera del casato dei Wittelsbach e della principessa Ludovica di Baviera, venne in Italia, da Trieste sbarcò a Bari, nel 1859 preparandosi ad essere Regina nel gennaio 1859, ma l’improvvisa morte di re Ferdinando II accelerò la sua ascesa al trono al fianco del marito e, giovanissimi entrambi, affidarono entrambi la guida del governo al costituzionale Carlo Filangieri. Maria Sofia non fu una regina qualunque: fumava in pubblico, andava a cavallo in pantaloni, nuotava nel mare del golfo, tirava di scherma, guidava sei cavalli per i viali di Capodimonte e si concedeva all’obiettivo dei fotografi addirittura per servizi di moda per le riviste. La sua bellezza, la disinvoltura nelle relazioni, la scarsa attenzione al protocollo, il senso di libertà che l’aveva accompagnata sin dall’infanzia, fecero di lei un’icona di modernità.

Fortemente carismatica, dotata di forte personalità e spirito indipendente, entrò nella storia non solo per il suo ruolo istituzionale, ma per il modo in cui visse e affrontò uno dei momenti più drammatici del Regno delle Due Sicilie: l’assedio di Gaeta tra il 5 novembre 1860 e il 13 febbraio 1861, ultimo baluardo borbonico contro l’avanzata piemontese. In quel frangente nacquero due appellativi destinati a entrare nella memoria collettiva. Il primo, riservatole dai napoletani per amore e rispetto, fu quello de il soldato di Gaeta, o meglio ‘o surdato de Gaeta, a sottolinearne la dignità e la fermezza nella sconfitta. Il secondo, fu “l’Aquiletta bavara”, affibbiatole da Gabriele D’Annunzio, simbolo di fierezza, coraggio e orgoglio dinastico. Nonostante la giovane età, la regina mostrò una presenza costante accanto al marito, sostenendo i soldati e incarnando un’immagine di resistenza che colpì amici e nemici i quali per rispetto intendevano risparmiale i bombardamenti ma ella rifiutò sdegnosamente ogni tipo di favoritismo.

Eppure, su Maria Sofia si abbatté ben presto una propaganda ostile, alimentata dalla necessità politica di delegittimare la dinastia borbonica dopo l’unificazione italiana. La sua figura fu distorta, caricaturizzata, talvolta scandalizzata ad arte. Una narrazione che, come avrebbe poi fissato certa letteratura e una definizione di matrice dannunziana, trasformò una regina scomoda in un personaggio controverso, più utile come bersaglio che come soggetto storico da comprendere.

La realtà, tuttavia, racconta altro. Proprio durante l’assedio di Gaeta, Maria Sofia limitò volontariamente le proprie uscite pubbliche, non per debolezza o disinteresse, ma per salvaguardare la propria onorabilità e la propria privacy, consapevole del clima di maldicenze e strumentalizzazioni che la circondava. Un gesto di lucidità e autodifesa, raramente riconosciuto dalla storiografia più superficiale.

Il ritratto esposto alla Reggia di Caserta restituisce oggi dignità a questa figura complessa e moderna, permettendo al visitatore di andare oltre gli stereotipi. Lo sguardo di Maria Sofia sembra interrogare il presente, chiedendo una rilettura più onesta della storia e del ruolo delle donne nelle grandi fratture del passato. In definitiva, la presenza di Maria Sofia di Baviera nella mostra “Regine” non è solo un omaggio estetico, ma un invito a riscoprire una sovrana che fu vittima della propaganda, ma anche protagonista consapevole della propria epoca.

Quando tutto fu perso furono accolti a Roma, dal papa, nel palazzo del Quirinale. Qui istituirono un governo in esilio. Ebbero una sola figlia, Maria Cristina Pia che morì a soli tre mesi di polmonite. Gli ultimi anni di vita li trascorse a Monaco, qui morì a 84 anni, il 19 gennaio 1925. Le sue spoglie, nel 1984, furono portate a Napoli, nella basilica di Santa Chiara. Di lei resta immutato il mito.

Lascia un commento