In principio è stata l’Australia. L’Australia è stato il primo paese a vietare i social media ai minori di 16 anni, con una legge approvata a fine 2025 per contrastare la dipendenza digitale. Una decisione che molti hanno liquidato come esotica, figlia di una società lontana e diversa. Poi, però, l’idea ha smesso di sembrare un’eccezione e oggi anche la Francia di Emmanuel Macron sta seriamente valutando il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni.
Il Presidente francese sembra averne fatto una battaglia di bandiera: «Il cervello dei nostri adolescenti non è in vendita. Le emozioni dei nostri adolescenti non sono in vendita o manipolabili, né dai social media americani né dagli algoritmi cinesi», e ancora «Figlio mio, non voglio che vinca la gara, voglio solo che scenda dall’auto. Prima voglio insegnargli il codice della strada e assicurarmi che l’auto funzioni, insegnargli a guidare su un’altra auto», la proposta di legge che mira a vietare i social media ai è già stata discussa, votata e approvata da una Camera del Parlamento lunedì 26 gennaio con l’83,5% dei voti, e ora il testo passa in Senato, dove sarà analizzato a metà febbraio.
A questo punto una domanda diventa inevitabile: e se avessero ragione loro? Anzi: e se fosse una misura da estendere a livello globale?
Il primo riflesso, soprattutto in Europa, è gridare alla censura. Ma vietare i social ai minori non significa limitare la libertà di espressione: significa riconoscere che i social network non sono ambienti neutri, e soprattutto non sono progettati per dei cervelli in formazione. Le piattaforme social non nascono per connettere, ma per trattenere. Algoritmi costruiti sull’attenzione, sulla dopamina, sulla gratificazione immediata. Meccanismi che un adulto può (forse, ci si permetta di dubitare!) imparare a gestire, ma che per un adolescente rappresentano una trappola cognitiva ed emotiva. Consentire a un tredicenne di muoversi liberamente in questa giungla è un po’ come lasciarlo guidare in autostrada: non perché sia stupido, ma perché non è ancora pronto.
I dati ormai sono impietosi: secondo lo studio del francese Junior Connect del 2017, i ragazzi dai 13 ai 19 anni erano connessi in media 15 ore e 11 minuti alla settimana, ovvero 1 ora e 30 minuti in più rispetto al 2015. I bambini dai 7 ai 12 anni trascorrevano in media 6 ore e 10 minuti alla settimana sul web, ovvero 45 minuti in più rispetto al 2015, mentre i bambini dai 1 ai 6 anni trascorrevano in media 4 ore e 37 minuti, ovvero 55 minuti in più rispetto al 2015. Nel 2025 l’Arcom (il corrispettivo dell’Agcom in Italia) ha pubblicato uno studio secondo il quale il 44% degli adolescenti francesi aveva accesso alle piattaforme social prima dei 13 anni. Lo studio mostra anche che il 99% degli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni utilizza almeno una piattaforma online (piattaforme video, social media, piattaforme di messaggistica e giochi online): ciò significa che l’età minima legale fissata a 13 anni è poco rispettata o, quantomeno, facile da aggirare. Ne è prova il fatto che il 62% dei minori dichiara di aver già mentito per potersi collegare ad alcune piattaforme, registrandosi ad esempio con una data di nascita falsa.
Ebbene a fronte di bisogna registrare aumento di ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo, isolamento sociale. Tutti fenomeni che crescono in parallelo all’uso precoce e intensivo dei social network. Non è una correlazione casuale. Il confronto costante, la ricerca di approvazione, il cosiddetto cyberbullismo sempre più presente, l’illusione di vite perfette, in pratica per un adolescente i social non sono una finestra sul mondo, ma uno specchio deformante.
L’Australia e la Francia stanno semplicemente prendendo atto di una realtà che noi, per comodità o ipocrisia, continuiamo a minimizzare.
C’è un punto spesso ignorato nel dibattito: nessuno propone un divieto eterno. Si parla di una soglia, 16 anni, che non è casuale. È l’età in cui iniziano a consolidarsi strumenti critici, identità personale, capacità di distinguere tra realtà e rappresentazione. Prima di quell’età, il compito della società dovrebbe essere un altro: educare. Educare all’uso della tecnologia, alla gestione del tempo, all’empatia, al fallimento reale, non filtrato da uno schermo. Oggi, invece, abbiamo delegato tutto a uno smartphone. È comodo. Costa meno che investire in scuola, spazi sociali, sport, cultura. Ma il prezzo lo pagano i ragazzi.
Estendere questo divieto a livello globale sarebbe una presa di responsabilità collettiva. I social network sono multinazionali, gli algoritmi sono gli stessi ovunque: non ha senso proteggere un adolescente francese e abbandonare uno italiano, spagnolo o americano alle stesse dinamiche tossiche. Così come esistono regole comuni su sicurezza stradale, lavoro minorile, istruzione obbligatoria, è legittimo, e doveroso, fissare limiti anche nell’ambiente digitale.
Vietare i social ai minori di 16 anni richiede una cosa che oggi scarseggia: coraggio politico. Perché significa scontentare le piattaforme, sfidare il consenso facile, andare contro l’idea che “tanto ormai è così”. Ma non tutto ciò che è inevitabile è anche giusto. Forse l’Australia e la Francia non stanno tornando indietro. Forse stanno semplicemente provando a rimettere l’essere umano, e in questo caso i più fragili, davanti agli algoritmi. E forse, per una volta, il mondo dovrebbe avere l’umiltà di seguirle.