Nel 1860, la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi portò al crollo del Regno delle Due Sicilie. Dopo i plebisciti, i territori meridionali furono annessi al Regno di Sardegna, che nel 1861 divenne il Regno d’Italia sotto la dinastia dei Savoia: solo grazie a una storiografia miope e, nella migliore delle ipotesi, romanticamente edulcorata si è potuto chiamare questa evoluzione Unità d’Italia. Siccome un’accurata ricostruzione storica è stata a lungo rimossa dalla narrazione ufficiale, proviamo a parlarne in modo documentato, senza slogan ma senza edulcorare nulla, distinguendo sempre i fatti storici accertati, le responsabilità politiche e le interpretazioni storiografiche. La realtà, come emerge dai documenti, è ben più complessa: vere e proprie conquiste, plebisciti viziati e risultati orientati con la forza, repressioni militari, sospensione delle libertà civili, utilizzo dell’esercito contro la popolazione. Tutti elementi che difficilmente possono essere liquidati come “incidenti di percorso”. Il fatto è che nonostante le prove documentali siano ormai ampiamente note, la narrazione ufficiale continua a descrivere l’Unità d’Italia come un processo quasi indolore, sostenuto unanimemente dai popoli della penisola. Fatti documentati quindi, non interpretazioni ideologiche: ma andiamo con ordine.
La fine del Regno e l’unificazione italiana
Tra il 1860 e il 1861 il Regno delle Due Sicilie non fu semplicemente “unificato” al trono Savoia, ma fu militarmente occupato e annesso come una semplice perla alla collana dei possedimenti piemontesi: la spedizione dei Mille (già il numero è tutto un romanzo per i tanti dubbi legati a un numero così esiguo da sembrare ridicolo), fu sostenuta da appoggi britannici e genericamente europei, cui si aggiunsero fisiologiche connivenze interne alimentate dalla disgregazione dell’apparato borbonico. L’intervento diretto dell’esercito piemontese dopo la caduta di Napoli e l’annessione sancita da plebisciti svolti sotto occupazione militare e minacce, con voto palese e senza reali alternative, fu solo un pro-forma che servì per altri scopi storicamente provati, anche se spesso misconosciuti e minimizzati, come il capillare rastrellamento delle finanze borboniche. Certo è, infatti, che negli Stati via via inglobati nel nascente Regno d’Italia, dal Ducato di Parma al Granducato di Toscana, dallo Stato Pontificio alle Marche e all’Umbria, l’arrivo delle truppe piemontesi fu quasi sempre accompagnato da un copione ormai noto: sparivano le casse pubbliche, i bilanci venivano assorbiti da Torino e le istituzioni locali sciolte o svuotate di potere.
A questo tentativo di annessione cercarono ovviamente di resistere i padroni di casa, cioè popolani cui venne imposta la leva obbligatoria, contadini espropriati in seguito alla confisca delle terre (mentre invece erano state promesse loro da Garibaldi nuove terre in dono), popolazioni rurali colpite da nuove tasse, a queste diedero man forte ex funzionari statali ed ex soldati borbonici: in pratica in molte aree, Basilicata, Irpinia, Capitanata pugliese, Molise, Abruzzo, si originò una vera guerra civile. Fu il cosiddetto brigantaggio, nome di comodo dato da chi invadeva a chi resisteva all’invasione: ovviamente la definizione di brigantaggio fu in gran parte politica e propagandistica, in realtà Resistenza sarebbe stato il modo più corretto per definire questo fenomeno, diffusissimo e non certo estemporaneo.
Uno degli episodi più documentati e meno raccontati riguarda le stragi di due paesi del beneventano, Pontelandolfo e Casalduni, del 7 e 14 agosto 1861. Alcuni reparti piemontesi erano stati attaccati da insorti locali e cosiddetti briganti e in risposta il generale Enrico Cialdini ordinò una spedizione punitiva, stile rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine dopo i fatti di via Rasella di quasi un secolo più tardi: i bersaglieri entrarono nei due paesi del Sannio appiccando incendi sistematici alle abitazioni, dando luogo a fucilazioni sommarie e a tantissime altre uccisioni di civili, anche anziani, con tanto di torture, stupri di donne, tutto ciò senza curarsi minimamente di fare nessuna distinzione tra combattenti e popolazione inerme. Il numero delle vittime è ancora oggetto di dibattito (decine o centinaia), fatto sta che la popolazione dei due paesi fu quasi dimezzata. La strage è ammessa anche da documenti militari piemontesi e oggi Pontelandolfo e Casalduni sono riconosciuti come simboli della violenza di Stato post-unitaria. Anni di repressione insomma: la Legge Pica del 1863 impose lo stato d’assedio, i tribunali militari, la conseguente sospensione delle garanzie costituzionali, l’impiego di oltre 100.000 soldati italiani impegnati nel Sud recalcitrante, fucilazioni, deportazioni e, come abbiamo visto, incendi di villaggi, per reprimere e confinare meglio il brigantaggio. Venne usato come luogo di detenzione militare la Fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, in cui vennero internati migliaia di ex soldati borbonici di quel Sud a parole fratello in condizioni durissime, freddo estremo, malnutrizione, lavori forzati, con conseguente alta mortalità, soprattutto nei primi anni. Spesso si usa il termine lager per Fenestrelle, anche se forse non è semanticamente corretta come definizione perché non fu un vero e proprio campo di sterminio ma un carcere militare usato per spezzare fisicamente e psicologicamente i vinti, ma in ogni caso la funzione repressiva e punitiva del luogo è reale.
Esiste una domanda scomoda, spesso rimossa dal dibattito pubblico: in quali condizioni finanziarie si trovava il Regno delle Due Sicilie al momento dell’annessione al Regno dei Savoia? La risposta, anch’essa basata su documenti ufficiali e su studi storici seri, è sorprendente e per certi versi imbarazzante per la narrazione risorgimentale tradizionale. Alla vigilia del 1860, il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati finanziariamente più solidi della penisola italiana e dell’intera Europa, i conti pubblici erano in ordine, il debito statale contenuto e, soprattutto, le casse dello Stato erano piene. Prima dell’annessione il Regno delle Due Sicilie possedeva una delle maggiori riserve auree d’Europa, un debito pubblico inferiore a quello piemontese e banche statali solide: dopo l’annessione vi fu, oltre al trasferimento di gran parte della produzione industriale, e quindi del benessere futuro, al Nord (tipica decisione coloniale), il trasferimento delle riserve verso il Nord, la chiusura o svuotamento delle banche meridionali, con conseguente utilizzo di quelle risorse per coprire il debito sabaudo, pagare creditori esteri (soprattutto francesi e inglesi) e finanziare l’apparato militare e burocratico del nuovo Regno. Di fatto fu il Sud stesso a finanziare la cosiddetta unificazione, pagandone anche i costi sociali:
Sono centinaia i libri scritti su questa triste pagina nazionale, notizie tratte da fonti ufficiali ma purtroppo monche, infatti migliaia furono i documenti distrutti a bella posta da quelli che possiamo definire vincitori, conquistatori, invasori, occupanti, e proprio perciò purtroppo i libri di testo quelli che insegnano la storia ai ragazzi, alle giovani generazioni, quelli sono rimasti drammaticamente sbagliati e continuano a descrivere una verità di comodo per i Nordisti, una “verità” che continua a tratteggiare le popolazioni del Sud come povere e arretrate, mentre è vero l’esatto contrario. Si sa, ahinoi, la storia la scrivono i vincitori, come mestamente abbiamo già detto, ma la verità è che l’unificazione politica dell’Italia è stata come un’OPA ostile che si verifica quando una società vuole fagocitarne un’altra ma il Consiglio d’Amministrazione (in questo caso il Governo del Regno) si oppone: anche gli azionisti (il popolo) si opponevano e furono chiamati da quella miope storiografia cui accennavamo Briganti, nome ignominioso che li ha marchiati per l’eternità, quando l’aggettivo più giusto sarebbe stato, ripetiamo, Resistenti!
Da questa annessione, che non a caso dal punto di vista giuridico internazionale dell’epoca, si trattò di una annessione per conquista, non di una fusione paritaria, non è solo epopea, non è solo liberazione maanche conquista, sangue, resistenza e rimozione, si generò la cosiddetta questione meridionale che non a caso evidenzia il persistente divario economico, sociale e infrastrutturale tra Nord e Sud. Questa sorta di revisionismo storico qui caldeggiato non è per nulla nostalgia borbonica da usare a fini politici, ma la volontà di rimettere al loro posto tutte le tessere del puzzle della Storia e riconoscere che l’Unità d’Italia fu anche un processo traumatico e coloniale per il Sud. Raccontarla per intero non divide l’Italia, la rende finalmente adulta.
Napoli cessò di essere capitale, ma rimase una delle principali città italiane, portatrice di una memoria storica profonda e complessa, continuando a essere un centro culturale di primo piano, con una produzione artistica, musicale e letteraria di altissimo livello. La tradizione giuridica, scientifica e universitaria ereditata dai secoli precedenti non si spense, ma si adattò alle nuove condizioni. La storia del Regno di Napoli, in ogni caso, non può essere ridotta a una semplice anticamera dell’Unità Nazionale. È stata un’esperienza statale completa, con momenti di grande splendore e fasi di crisi, ma sempre protagonista della storia italiana ed europea. Raccontare questo lungo percorso significa restituire dignità a un passato spesso semplificato o stereotipato, e significa anche comprendere meglio le radici profonde del Mezzogiorno contemporaneo, le sue difficoltà ma anche le sue straordinarie risorse storiche e culturali.
Si concluse così una tradizione statale millenaria, il Regno di Napoli, pur scomparso come entità politica, continua a vivere nei suoi monumenti, nelle sue istituzioni culturali, nella memoria storica e nell’identità di un territorio che per secoli è stato uno dei grandi cuori del Mediterraneo.
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