“Facite ammuina”: un falso storico creduto verità

Il vero, grande problema dei libri di Storia è uno solo: una volta che una falsità viene stampata, diventa difficilissima da correggere, rimuovere o anche solo rimetterla in discussione. La carta, soprattutto quella scolastica, ha una forza quasi sacrale: ciò che è scritto “sul libro” viene percepito come verità definitiva, indiscutibile, certificata: è quasi sempre vero. Accade però che errori, distorsioni, vere e proprie fole continuino a essere tramandate di generazione in generazione, mentre gli aggiornamenti editoriali si concentrano su tutt’altro.

Si cambiano le copertine, si riorganizzano i capitoli, si aggiungono schede, box, QR code e apparati didattici spesso superflui. Piccole quisquilie, sciocchezzuole che non modificano di una virgola l’impianto narrativo, ma che hanno un effetto molto concreto: costringere le famiglie degli studenti ad acquistare nuovi libri. Molto più raramente, invece, si ha il coraggio, o la volontà, di rivedere criticamente interpretazioni storiche errate, viziate da pregiudizi ideologici o da narrazioni costruite a tavolino.

Un esempio lampante di questo meccanismo perverso è il trattamento riservato, da oltre un secolo e mezzo, alla dinastia dei Borbone di Napoli. Anzi, a ben vedere, da quasi due secoli. Dire che i Borbone “non abbiano goduto di buona stampa”, per usare un’espressione oggi molto in voga, è un eufemismo clamoroso. Più che di cattiva stampa, si dovrebbe parlare di una sistematica volontà denigratoria, accompagnata da atteggiamenti colposi e, talvolta, deliberatamente mistificatori.

Eppure, come ogni periodo storico, anche i 126 anni di dominazione borbonica sul Regno di Napoli prima e sul Regno delle Due Sicilie poi, furono caratterizzati da luci e ombre. Nessuno storico serio potrebbe sostenere il contrario. Ma se è vero che non era tutto perfetto allora, è altrettanto vero che non lo è nemmeno oggi. La differenza sta nel bilancio complessivo: un bilancio che, alla prova dei fatti, mostra molte più luci che ombre.

Basta elencare, senza alcuna indulgenza retorica, le innumerevoli opere architettoniche, industriali, manifatturiere e sociali realizzate in età borbonica per rendersi conto della portata di quelle innovazioni. Infrastrutture, cantieri navali, opifici, istituzioni assistenziali, primati tecnologici e scientifici che portarono il Regno delle Due Sicilie a essere uno degli Stati più ricchi e avanzati d’Europa. Tutto questo, nei manuali scolastici, viene spesso ridotto a note marginali, quando non completamente rimosso.

Il ridicolo, però, si sfiora, e talvolta si supera, con la diffusione di veri e propri falsi storici, come quello tristemente noto del “facite ammuina”. Espressione napoletana che significa semplicemente fate confusione, fate chiasso, usata in chiave apertamente satirica e popolare. Eppure, una certa storiografia l’ha trasformata in una presunta prova dell’inefficienza e dell’arretratezza della Real Marina borbonica.

Secondo questa narrazione, la frase sarebbe stata parte di un regolamento ufficiale della Marina del 1841, spesso per pura convenienza propagandistica attribuito all’epoca di Francesco II, così da rafforzare lo sprezzante nomignolo di Franceschiello affibbiato all’ultimo re di Napoli. Peccato che né il regolamento né la disposizione siano mai esistiti. Non compaiono in alcun documento ufficiale del Regno delle Due Sicilie.

Il celebre testo apocrifo, “tutti chilli che stanno a poppa vanno a prora”, è una burla, una leggenda satirica creata successivamente e diffusa ad arte per ridicolizzare quella che, dati alla mano, era invece una delle migliori marinerie d’Europa. Una bufala, insomma o, per usare un linguaggio più moderno, una fake news postuma, costruita e propagata con la stessa disinvoltura con cui, in altri ambiti, si sono spacciate per scienza le teorie pseudoscientifiche del dottor Cesare Lombroso che pretendeva di attribuire le ragioni del brigantaggio a tratti somatici propri di gente del Sud (!).

Il problema è che queste falsità trovano terreno fertile in chi non è adeguatamente informato e finisce per dare per vere certe narrazioni che non hanno alcun fondamento documentale. E quando tali narrazioni entrano nei libri di testo, il danno diventa strutturale. Correggere la storia non significa riscriverla in chiave apologetica, ma restituirle complessità, verità e onestà intellettuale. Finché i manuali scolastici continueranno a perpetuare vecchi pregiudizi, aggiornando solo la forma e mai la sostanza, il problema dei libri di storia resterà sempre lo stesso: la falsità stampata che si traveste da verità eterna.

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