C’era una volta Mongiana…

Serre Vibonesi, provincia di Vibo Valentia, quasi al centro della Calabria è qui che sorgeva la Fonderia di Mongiana protagonista di una delle pagine più luminose e meno raccontate della storia industriale del Mezzogiorno. Tra il XVIII e il XIX secolo costituì uno dei poli siderurgici più avanzati d’Europa.

La storia comincia ufficialmente nel 1770, sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone. In realtà, già in epoca precedente si erano individuate nelle Serre calabresi importanti risorse minerarie, ma furono i Borbone a trasformare quell’intuizione in un progetto industriale strutturato. La scelta di Mongiana non fu casuale considerando l’abbondanza di minerale ferroso nelle aree vicine (in particolare a Pazzano e Stilo), le immense riserve boschive, necessarie per produrre carbone vegetale e i corsi d’acqua, indispensabili per alimentare i macchinari idraulici. Nel giro di pochi anni nacque un complesso industriale moderno: altiforni, officine, magazzini, abitazioni per operai e tecnici. Mongiana divenne un vero e proprio villaggio-fabbrica, modello di organizzazione produttiva per l’epoca.

Tra la fine del Settecento e l’Ottocento, la fonderia conobbe il suo massimo sviluppo. Soprattutto sotto Ferdinando II, l’industria siderurgica calabrese fu potenziata e integrata nel sistema produttivo del Regno delle Due Sicilie. A Mongiana si producevano cannoni, fucili e armi bianche, munizioni, componenti metalliche per infrastrutture, materiali per la marina militare. Non si trattava di un opificio marginale, le ferriere di Mongiana, insieme a quelle di Ferdinandea, costituivano il cuore dell’industria pesante borbonica. Tecnici stranieri furono chiamati per migliorare le tecniche di fusione; macchinari moderni furono importati; la produzione era organizzata secondo criteri di efficienza avanzati per l’epoca.

Nel 1860, alla vigilia dell’Unità d’Italia, Mongiana rappresentava uno dei più importanti stabilimenti siderurgici della penisola. Non un simbolo di arretratezza, ma una dimostrazione concreta che il Sud possedeva competenze tecniche, maestranze qualificate e una visione industriale autonoma.

Con l’annessione al Regno d’Italia, la sorte di Mongiana cambiò radicalmente. Le nuove politiche industriali privilegiarono il triangolo settentrionale e l’apparato produttivo piemontese-lombardo. Le ferriere calabresi, ritenute periferiche e poco competitive nel nuovo assetto nazionale, furono progressivamente ridimensionate. Nel 1874 lo stabilimento fu definitivamente chiuso. La chiusura non fu soltanto la fine di un impianto produttivo: fu la fine di un intero ecosistema economico. Centinaia di operai rimasero senza lavoro, l’indotto collassò, il territorio tornò lentamente a una dimensione marginale, ennesime decisione tipica di ogni regime coloniale: svuotare e ridurre all’inconsistenza il conquistato per ingrassare il conquistatore.

La Fonderia di Mongiana è la testimonianza storica di un fatto spesso rimosso: il Sud non è sempre stato soltanto agricolo e arretrato. Esistette un Mezzogiorno capace di industrializzazione, capace di organizzare filiere produttive complesse, capace di sostenere una produzione siderurgica strategica. Questo non significa idealizzare il passato borbonico né ignorare i limiti strutturali dell’epoca, ma rifiutare una narrazione semplicistica secondo cui l’industrializzazione sarebbe nata esclusivamente al Nord dopo il 1861.

Oggi ciò che resta della fonderia è un sito di archeologia industriale, visitabile, che meriterebbe maggiore valorizzazione nazionale. Tra quelle mura in pietra non si leggono soltanto tracce di forni e officine: si legge la storia di un Sud che produceva, che progettava, che credeva nella propria capacità di sviluppo.

Ricordare Mongiana non è esercizio nostalgico, è un atto di verità storica. Perché la storia, quando viene raccontata tutta, senza omissioni, restituisce dignità ai luoghi e alle comunità. È la prova concreta che esistette un Sud che non solo produceva, ma innovava, esportava e competeva.

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