Nel corso del 2025 l’Agenzia delle Entrate ha passato al setaccio oltre 17 milioni di posizioni fiscali, riuscendo a individuare circa 200.000 evasori totali, tra persone fisiche e imprese, che non avevano adempiuto ai propri obblighi tributari. Di questi, circa 86.000 soggetti risultavano completamente sconosciuti al fisco, cioè non erano mai stati registrati nei sistemi dell’Agenzia e nemmeno avevano presentato una dichiarazione fiscale di alcun tipo. È come se fosse emersa dal nulla una cittadina intera di contribuenti che non versano un euro di tasse, un fenomeno che assume i contorni di un buco nero fiscale di dimensioni sorprendenti.
Tra i circa 86.000 soggetti scoperti circa 49.000 sono persone fisiche e circa 37.000 sono imprese o entità non fisiche. Questi soggetti svolgevano attività economiche o percepivano redditi in nero, ma non si erano mai presentati al fisco italiano, né come lavoratori autonomi, né come imprese registrate né tantomeno come contribuenti IRPEF o IVA. In termini pratici, erano totalmente fuori dal radar amministrativo. Non si tratta semplicemente di dimenticanze o ritardi: molti di questi contribuenti non hanno mai avuto alcun rapporto con l’amministrazione finanziaria italiana.
Contrariamente a qualche affermazione giornalistica sensazionalistica, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che non è stato utilizzato alcun sistema di “intelligenza artificiale generativa” completamente automatico per generare sanzioni o controlli automatici. Si è trattato piuttosto di un incrocio sofisticato di banche dati, criteri di rischio e strumenti di analisi avanzata che permettono di evidenziare posizioni sospette o completamente non presenti nei registri ufficiali.
Immaginare 86.000 persone o imprese completamente sconosciute al fisco suscita una domanda naturale: quanti sarebbero “tanti” in un contesto molto più piccolo?
Se pensiamo a un comune come Carinola, in provincia di Caserta, con poco più di 7.000 abitanti, possiamo fare una semplice proporzione: in Italia gli 86.000 evasori sconosciuti sono circa l’equivalente di una cittadina media dimenticata dal fisco, se la stessa proporzione venisse applicata a un comune di 7.000 abitanti, in termini relativi si otterrebbe una stima molto piccola: dalle decine di migliaia, qui si potrebbe prevedere qualche decina di casi totali di contribuenti del tutto sconosciuti, non più di qualche decina di persone o imprese. Questo perché il dato nazionale non si traduce linearmente in proporzioni perfette nei Comuni, dato che evasione e registrazione fiscale dipendono da molte variabili locali (struttura produttiva, lavoro autonomo, attività informali, ecc.).
Questi numeri hanno senso anche nei piccoli Comuni per l’economia locale e lavoro nero: nei centri minori c’è spesso lavoro irregolare nell’agricoltura, artigianato o nei servizi legati alla famiglia e alla casa; per le piccole imprese familiari: molte operano sotto soglie reddituali che limitano la dichiarazione. Infine a causa dei meno controlli diretti la capacità di accertamento locale è minore rispetto alle grandi città, quindi l’IA può davvero fare la differenza. In questo contesto quindi l’IA non serve solo alle grandi metropoli: nei piccoli comuni può aiutare a scoprire evasione sommersa e a promuovere regolarità fiscale.
Tuttavia, una cosa resta chiara: in Comuni piccoli l’evasione parziale può essere numericamente piccola ma socialmente più visibile. Se in un paese di 7.000 abitanti anche 20-30 soggetti non risultano al fisco, questo può avere un impatto significativo sul bilancio locale, sulle entrate tributarie e sulla percezione della legalità. La lotta all’evasione resta una delle sfide principali per la sostenibilità delle finanze pubbliche italiane: non solo per aumentare le entrate, ma per rendere il sistema più equo e sostenibile per chi le tasse le paga.