Casale e la chioccia d’oro

Il piccolo borgo di Casale arroccato tra le colline dell’Alto Casertano, sembrava, nell’anno 1862, vivere sospeso tra due epoche visto che il Regno delle Due Sicilie era crollato da poco più di un anno, travolto dalla spedizione dei Mille e dall’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, e il 17 marzo 1861 era stato proclamato il Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II, un Re percepito come lontano e straniero, “Almeno i Borbone parlavano in napoletano!”, si diceva. In effetti nelle campagne, tra uliveti e strade polverose, l’Unità era ancora una parola lontana, spesso pronunciata con diffidenza o con rabbia.

Fu in quell’anno inquieto che giunse a Casale il tenente colonnello Gustavo Pinerolo, ufficiale dell’esercito piemontese, alla testa di un battaglione di circa novecento uomini, un numero enorme, quasi pari alla popolazione stessa del piccolo paese collinare. Nonostante la stragrande maggioranza dei paesini del sud Italia fossero anonimi per i soldati dei Savoia, c’è da dire che quella zona era famosa, almeno nei manuali militari, visto che dopo la Battaglia del Volturno lì, anzi sulle colline intorno alla vicinissima San Giuliano di Teano, c’erano stati alcuni scontri tra le truppe borboniche in ritirata verso Gaeta, e le unità piemontesi guidate dal generale Enrico Cialdini.

I soldati avevano ancora addosso l’odore acre delle marce forzate e delle scaramucce contro le bande ribelli che infestavano le montagne del Matese. Ufficialmente erano lì per ristabilire l’ordine e reprimere il cosiddetto brigantaggio che, dopo l’unificazione, si era diffuso in vaste aree del Mezzogiorno, ancora di più visto che molti erano quelli che resistano all’invasione dei Savoia; un fenomeno che il nuovo Stato avrebbe combattuto con durezza, fino alla promulgazione della Legge Pica l’anno successivo.

Ma gli ordini ricevuti da Pinerolo andavano oltre il semplice controllo del territorio: l’alto comando aveva parlato chiaro, le truppe andavano mantenute pagate con tutto ciò che si ricava dalle ruberie e dai saccheggi nei paesi che man mano si incontrano, il mantenimento insomma doveva gravare anche e soprattutto sulle terre conquistate. Requisizioni, contributi forzosi, sequestri di beni sospetti. In altre parole, tutto ciò che avesse valore poteva e doveva esser preso: una razzia legalizzata insomma, questa era la percezione nei paesi del Sud. A Casale, l’arrivo dei novecento soldati fu accolto da porte chiuse e sguardi cupi, torvi, quasi rassegnati anche non lo erano completamente, le donne si facevano il segno della croce al loro passaggio; gli uomini serravano le mascelle senza osare proferir parola.

Non tutti, però: c’è sempre qualche collaborazionista disposto a parlare, un piccolo proprietario in lite con un vicino, un ex amministratore borbonico desideroso di compiacere i nuovi padroni di cui era nota la passione per l’oro perché desideroso di conservare i propri privilegi. Fu uno di questi, in una sera di vento che faceva sbattere le imposte, a raccontare al tenente colonnello una storia che a Casale si tramandava da generazioni una favoletta, una diceria che i secoli avevano ammantato di un alone leggenda, disse con voce bassa, ma con gli occhi accesi d’avidità riflessa.

Si narrava che, in epoca remota, alcune nobili famiglie solite villeggiare tra quelle colline, provenienti da Napoli, nobili della Corte Reale, e da Caserta, ricchi imprenditori delle seterie di San Leucio, avessero fuso parte dei loro gioielli in un’unica, bizzarra forma: una chioccia d’oro puro, circondata da sette o forse otto pulcini, anch’essi d’oro massiccio. Un chilo, forse più. Un simbolo di prosperità e fecondità, nascosto nei tumulti di un’antica guerra o forse durante i moti che avevano attraversato il Regno di Regno delle Due Sicilie.

«Dietro ogni leggenda c’è un fondo di verità», mormorò Pinerolo, tamburellando le dita sul tavolo.

Da quel momento, Casale cessò di essere soltanto un paese sospetto di simpatie borboniche. Divenne una miniera da esplorare. Le indagini cominciarono con apparente discrezione, furono convocati i notabili, interrogati i parroci, esaminati gli archivi polverosi delle famiglie più antiche. Ma ben presto la ricerca prese una piega più cupa: i servitori delle case nobiliari furono chiamati uno a uno nelle scuderie di uno dei tanti vecchi palazzi nobiliari del posto, trasformato in quartier generale. Le domande si fecero pressanti, le minacce esplicite. Qualcuno parlò di una cantina murata, qualcun altro di un pozzo prosciugato. Ogni voce dava origine a una nuova perquisizione, ogni perquisizione a un sospetto, e quando le parole non bastavano, entravano in scena metodi meno ortodossi: veglie forzate, privazioni, intimidazioni. In un caso, si sussurrò perfino di torture. Il nome di Pinerolo cominciò a essere pronunciato sottovoce, come si fa con le calamità naturali.

Eppure, tra i soldati, non mancavano i dubbi. C’era chi si chiedeva se davvero il nuovo Stato, nato nel nome della libertà e dell’unità, dovesse sostenersi con il frutto delle requisizioni: c’era differenza con i predoni? C’era chi ricordava le promesse fatte al Sud, specie di nuove terre, al momento dell’annessione e vedeva, nei volti scavati dei contadini, una delusione che nessuna retorica patriottica poteva cancellare.

Le settimane passarono. Furono scavate aie, aperti muri, rovistate cappelle di famiglia, ma della chioccia d’oro nessuna traccia. Una notte, mentre il vento faceva gemere i cipressi del cimitero, un vecchio servo, piegato dagli anni e dalle paure, chiese di parlare con il tenente colonnello. Disse di conoscere il segreto, disse che il tesoro non era sotto terra, ma sopra le loro teste. Pinerolo lo seguì, con due uomini armati, fino alla chiesa più antica del borgo. Lì, indicò la grande lampada votiva sospesa davanti all’altare. «Non è oro pieno», sussurrò, «ma è tutto ciò che resta. La chioccia fu fusa di nuovo, anni fa, per farne questa lampada. I pulcini divennero calici. Il resto servì a pagare debiti e silenzi».

Pinerolo osservò a lungo la lampada tremolante. Se era vero, l’oro era già stato trasformato in simbolo sacro, sottratto per sempre alla cupidigia degli uomini; se al contrario era falso, si sarebbe trattato dell’ennesimo inganno di un paese ostile.

All’alba, il battaglione lasciò Casale così come era arrivato: in formazione serrata, tra sguardi carichi d’odio. Nessun tesoro riempiva i carri, solo casse di vettovaglie requisite e qualche oggetto d’argento dichiarato “necessario al mantenimento delle truppe”. La leggenda della chioccia d’oro continuò a vivere, più forte di prima, anzi per alcuni, era la prova che il paese aveva saputo proteggere il proprio segreto. Per altri, era il simbolo di un’epoca in cui l’oro contava più delle vite. Mentre l’Italia cercava faticosamente di diventare nazione, tra leggi speciali e repressioni, Casale imparava una verità amara: che la storia ufficiale si scrive nei palazzi, ma quella vera si nasconde spesso sotto le pietre di un piccolo borgo collinare, tra paura, silenzi e leggende che nessun esercito riesce davvero a conquistare.

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