Porcellum + Rosatellum = Porcatellum?

Negli ultimi giorni la maggioranza di governo ha presentato una nuova proposta di legge elettorale che, secondo i suoi promotori, dovrebbe garantire maggiore stabilità e governabilità. Tuttavia, osservando con attenzione l’impianto della riforma, emergono interrogativi politici e democratici che meritano di essere affrontati con serietà, perché il sistema con cui si elegge il Parlamento non è una questione tecnica, ma il cuore stesso della nostra democrazia costituzionale. La proposta di modifica del sistema elettorale delle Camere si fonda su questi punti:

  • eliminazione della componente uninominale del sistema vigente e dei collegi uninominali, fatti salvi i casi particolari previsti dall’articolato per la Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige;
  • attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera dei deputati e su base regionale per il Senato della Repubblica, in coerenza con i principi costituzionali di rappresentatività delle assemblee elettive;
  • introduzione di un premio di governabilità numericamente predeterminato, pari a 70 seggi per la Camera dei deputati e 35 per il Senato della Repubblica, attribuito alla lista o coalizione che abbia conseguito la maggiore cifra elettorale e almeno il 40% dei voti validi nell’Assemblea di riferimento;
  • previsione di un eventuale turno di ballottaggio, subordinato alla condizione che le prime due liste o coalizioni di liste, pur non avendo raggiunto il 40% dei voti validi abbiano conseguito almeno il 35% dei voti validi, finalizzato a consentire l’individuazione di una maggioranza parlamentare coerente con il consenso elettorale;
  • attribuzione dei seggi esclusivamente con metodo proporzionale qualora non ricorrano le condizioni previste per l’assegnazione del premio di governabilità;
  • previsione di una soglia di sbarramento al 3%;
  • indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica fatte salve le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.

La nuova legge elettorale viene presentata come un ritorno al proporzionale, ma probabilmente ne tradisce lo spirito. Per garantire stabilità all’Esecutivo è previsto un premio di maggioranza: basterebbe il 40 per cento dei voti per ottenere almeno il 55 per cento dei seggi. Il fatto è che il proporzionale dei costituenti non prevedeva premi di maggioranza né liste bloccate e si ripropongono meccanismi già giudicati incompatibili con la Costituzione e se ne aggiungono altri che concentrano il potere nelle mani di chi vince: insomma le critiche sono facilmente preconizzabili: si cerca di alterare quegli equilibri istituzionali immaginati con attenzione dal Costituente e avvicina il sistema a un premierato di fatto, aggirando la Carta senza dichiararlo apertamente.

La storia recente italiana dimostra quanto la legge elettorale sia stata spesso oggetto di interventi controversi. Dal Porcellum, dichiarato in parte incostituzionale dalla Corte Costituzionale, al Rosatellum, che ancora oggi regola l’elezione delle Camere, ogni riforma è stata accompagnata da polemiche e sospetti di convenienza politica. Non è un caso che le leggi elettorali vengano spesso percepite come strumenti modellati sulle esigenze contingenti della maggioranza del momento, piuttosto che come regole condivise per garantire rappresentanza e partecipazione.

Se l’impianto della nuova proposta dovesse accentuare ulteriormente il premio di maggioranza, limitare la scelta diretta dei candidati o rafforzare meccanismi di nomina dall’alto attraverso liste bloccate, il rischio concreto sarebbe quello di aumentare la distanza già profonda tra cittadini ed eletti. In un contesto segnato da un’astensione crescente e da una diffusa sfiducia nelle istituzioni, qualsiasi riforma che appaia “costruita su misura” per blindare il potere rischia di alimentare la percezione di una democrazia sempre più formale e sempre meno sostanziale. La questione centrale, dunque, non è soltanto tecnica, ma politica: una legge elettorale deve essere scritta per garantire rappresentatività, equilibrio tra governabilità e pluralismo, rispetto dell’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il carattere personale, eguale, libero e segreto del voto. Quando questo equilibrio si spezza, il conflitto si trasferisce inevitabilmente dal Parlamento al Paese.

Certo che in Italia se non ci facciamo male da soli non siamo contenti: ancora non si è votato per il referendum sulla Giustizia previsto per il 22 e 23 marzo, che già all’orizzonte se ne profila un altro, perché è chiaro che fino a quando si cercherà di riformare la Costituzione, o leggi che regolano l’architrave su cui poggiano le Istituzioni, a colpi di Maggioranza e senza cercare la concertazione tra le parti si prepara il terreno a spaccature sempre più profonde e di conseguenza… REFERENDUM!. È in questo scenario che si pone la domanda cruciale: è ipotizzabile un nuovo referendum? È plausibile che forze politiche di opposizione, movimenti civici e comitati promotori possano raccogliere firme per un referendum abrogativo. Molto dipenderebbe dal contenuto specifico della legge e dal livello di mobilitazione che essa saprà generare nel Paese. Un referendum, infatti, non nasce solo da un dissenso politico, ma da una percezione diffusa di ingiustizia o di espropriazione della sovranità popolare. L’esperienza italiana dimostra che quando il Parlamento non riesce a costruire un consenso ampio sulle regole del gioco democratico, la strada referendaria diventa uno sbocco naturale del conflitto politico. Basti pensare ai referendum elettorali degli anni Novanta, che segnarono il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, o ai tentativi più recenti, alcuni dei quali non hanno raggiunto il quorum ma hanno comunque testimoniato un forte disagio verso l’assetto vigente.

In definitiva, una legge elettorale dovrebbe essere il frutto di un compromesso alto e condiviso, non l’espressione di una maggioranza momentanea. Se prevarrà la logica dell’autoconservazione, il rischio non sarà soltanto quello di aprire la strada a un nuovo referendum, ma di erodere ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni rappresentative, e questo se lo può permettere la classe politica più autoreferenziale della storia? Ovviamente no ma a quanto pare questo pericolo interessa poco!

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