La fine del Regno delle Due Sicilie

Pochi giorni prima e pochi giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861, le ultime fortezze borboniche che si arresero all’esercito sabaudo, segnando la fine definitiva del Regno delle Due Sicilie, furono la Real Cittadella di Messina che si arrese il 13 marzo 1861, esattamente un mese dopo la Fortezza di Gaeta che aveva issato bandiera bianca il 13 febbraio 1861, e la Fortezza di Civitella del Tronto che cadde il 20 marzo 1861, l’ultimo baluardo in assoluto del Regno. Quelle mura, battute dall’artiglieria sabauda e isolate dal mare e dalla terra, rappresentavano non soltanto presidi militari, ma il simbolo concreto di un Regno che si rifiutava di scomparire.

Imponente complesso fortificato costruito nel XVII secolo per controllare lo Stretto e garantire il dominio borbonico su uno dei punti strategici più delicati del Mediterraneo la Real Cittadella di Messina fu la prima delle ultime roccaforti a cedere. La Real Cittadella di Messina aveva già conosciuto assedi e rivolte, ma nel 1860-1861 divenne teatro dell’estremo tentativo di resistenza borbonica in Sicilia. Dopo la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi e l’avanzata dell’esercito piemontese, la piazzaforte rimase isolata. Il comandante, generale Gennaro Fergola, si trovò a gestire una situazione sempre più disperata: viveri scarsi, rifornimenti impossibili, morale fiaccato dall’inevitabilità degli eventi. La firma della resa , il 13 marzo 1861 quattro giorni prima della proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, da parte del generale Fergola non fu soltanto un atto militare, ma il riconoscimento che la causa borbonica in Sicilia era ormai definitivamente tramontata.

Tuttavia, mentre a Messina si abbassavano le insegne gigliate, e ciò costituì la fine della presenza borbonica in Sicilia, un’altra fortezza continuava a resistere sul versante opposto dell’Adriatico: la Fortezza di Civitella del Tronto fu l’ultimo atto del Regno delle Due Sicilie. Situata nell’attuale Abruzzo, nel territorio del comune di Civitella del Tronto, la fortezza era una delle più imponenti d’Europa per estensione e struttura difensiva. Dopo la caduta di Gaeta e la resa di Francesco II, Civitella rimase uno degli ultimi presidi fedeli ai Borbone. Isolata e circondata dalle truppe sabaude, la guarnigione resistette per mesi in condizioni estreme, sostenuta da un forte spirito di lealtà dinastica e da un senso dell’onore militare che superava ogni considerazione politica. Il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia, la fortezza si arrese. È considerata l’ultimo baluardo in assoluto del Regno delle Due Sicilie. Con quella resa non si chiudeva soltanto un assedio, ma si concludeva formalmente l’esistenza di uno Stato che per oltre un secolo aveva dominato il Mezzogiorno continentale e la Sicilia.

La fine del Regno delle Due Sicilie non fu dunque sancita soltanto da un atto formale o da una proclamazione solenne, essa si compì definitivamente tra il fragore dei cannoni e la dignità ostinata di comandanti che continuarono a combattere anche quando la causa appariva ormai perduta

Messina e Civitella del Tronto ci ricordano che l’Unità d’Italia non fu soltanto l’affermarsi di un’idea nazionale, ma anche la dissoluzione di identità statali radicate, di eserciti, di istituzioni e di intere classi dirigenti diversi tra loro ma d’ora in poi costretti a stare insieme. La caduta delle ultime fortezze borboniche segnò un passaggio epocale nella storia italiana.

Così si chiuse definitivamente la parabola del Regno delle Due Sicilie: quando Civitella ammainò la bandiera borbonica, il nuovo Stato italiano poté dirsi compiuto sul piano territoriale, ma le tensioni, le ferite e le divisioni che accompagnarono quella fase avrebbero continuato a segnare profondamente la storia del Mezzogiorno nei decenni successivi. L’ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie Francesco II di Borbone e la giovane moglie Maria Sofia di Baviera, erano costretti all’esilio a Roma da un mese, ospiti di papa Pio IX che ricambiò così l’analogo favore ricevuto da re Ferdinando II nel novembre del 1848, prodromo della proclamazione della Repubblica Romana del febbraio successivo.

La configurazione politica della Penisola sembrava ormai definita eppure, come abbiamo visto, nonostante il Parlamento subalpino avesse riconosciuto in Vittorio Emanuele II il sovrano del nuovo Stato unitario, nel Mezzogiorno resistevano ancora le ultime roccaforti fedeli ai Borbone

Questo fatto è indicativo della fretta di voler piantare una bandierina sul conquistato suolo del Sud, di voler aggiungere un prezioso cameo ai propri tesori, di voler marcare il territorio e di gridare a tutti: “Il Sud è mio e guai a chi me lo tocca!”.

L’unificazione, celebrata come compimento del Risorgimento, si impose anche attraverso lunghi assedi, sacrifici e resistenze che testimoniano quanto complesso e doloroso sia stato il processo unitario e non ci meravigliamo se dal punto di vista giuridico internazionale dell’epoca, veniva considerata un’annessione per conquista, non di una fusione paritaria.

Questa annessione però, contrariamente a quanto vuol far credere una certa vulgata, non fu solo epopea, non solo liberazione ma anche conquista, sangue, resistenza e infine rimozione storica: da qui si generò la cosiddetta questione meridionale che non a caso evidenzia il persistente divario economico, sociale e infrastrutturale tra Nord e Sud. Ma questa è un’altra storia… o meglio è sempre la stessa, ma rimettere al loro posto tutte le tessere del puzzle della Storia patria e riconoscere che l’Unità d’Italia fu anche un processo traumatico e coloniale per il Sud aiuterebbe il nostro Paese a diventare finalmente adulto, non certo a dividerlo.

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