Le Quattro Giornate di Napoli

Dopo l’8 settembre 1943 e l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati, l’Italia si ritrovò divisa: il governo Badoglio, deciso a smarcarsi dall’alleanza con la Germania, lasciò gran parte del paese senza un’efficace direzione militare. I tedeschi reagirono immediatamente occupando le città italiane, compresa Napoli, con ordinanze dure, rastrellamenti e violenze. A Napoli, già stremata dai bombardamenti e dalla fame, la presenza tedesca si fece sempre più oppressiva, si imposero deportazioni e misure intimidatorie contro i civili e le truppe italiane furono disarmate e lasciate in gran parte al proprio destino. Uno degli antefatti più potenti e simbolici dell’insurrezione popolare di Napoli nel settembre 1943, fu la fucilazione del marinaio sulle scale dell’università Federico II.

È il 10 settembre 1943: Napoli è una città in balìa dei nazisti, la popolazione è stremata, l’esercito ormai non esiste più visto che i comandi sono fuggiti o paralizzati. I tedeschi, che fino a poche ore prima erano “alleati”, si trasformano in occupanti armati e ogni gesto è sorvegliato. Ogni divisa italiana è diventata un bersaglio. Involontario protagonista dell’episodio è un giovane marinaio italiano, probabilmente sbandato dopo l’armistizio: indossa ancora la divisa della Regia Marina, non sta combattendo, non sta guidando una rivolta, sta solo attraversando la città. Viene fermato da una pattuglia tedesca, circondato, perquisito e sommariamente interrogato: nonostante l’assenza di una colpa dimostrata, c’è la volontà di dare un segnale, perché i nazisti, in quei giorni, applicano una logica precisa, terrorizzare per prevenire e pertanto quello che è un “ex alleato traditore” in divisa è lo strumento perfetto per lanciare questo messaggio. Il giovane marinaio viene fucilato sulle scale dell’Università, davanti a civili attoniti, studenti, passanti e lasciato lì, a terra come monito.

Quell’episodio non provoca subito una rivolta armata, produce però qualcosa di più pericoloso per un occupante, indignazione diffusa, odio trattenuto: «L’hanno ammazzato come un cane, all’Università!», il grido di dolore si diffonde di bocca in bocca, di quartiere in quartiere e da quel momento la paura smette di paralizzare e la rabbia spinge a organizzarsi. Insomma la fucilazione del marinaio sulle scale della Federico II diventa una linea rossa superata, quella violenza gratuita contro la città, rappresenta un punto di non ritorno e molti napoletani, anche quelli fino ad allora esitanti, capiscono che aspettare significa essere i prossimi. Quello stesso giorno l’Università viene data alle fiamme, il colonnello tedesco Walter Schöll assume il comando della città e con un durissimo comunicato esige la massima obbedienza.

Quando pochi giorni dopo (11–15 settembre), i nazisti ordineranno razionamenti sempre più duri, evacuazione forzata, deportazioni, Napoli non si comporterà più da città impaurita ma da città che ha già visto cosa significa non reagire: e questo la spinse ad agire!

Tra il 16 e il 20 settembre l’intensificazione dei controlli, le perquisizioni, le requisizioni, gli arresti arbitrari, la constatazione che interi quartieri che vengono trattati come territori nemici, il fatto che la popolazione è affamata, ma anche sempre meno disposta a piegarsi, perché ormai si è accantonata l’idea che resistere è inutile visto che comunque si morirebbe, allora scegliere come morire diventa una decisione vitale.

I giorni che vanno tra il 21 e il 24 settembre sono solo giorni di preparazione per un’intera città che si organizza tacitamente. senza nessuna linea guida, senza ordini, senza comitati ufficiali, senza partiti visibili, ma solo con qualche improvvisato condottiero. Si nascondono armi, si recuperano fucili abbandonati, si tengono d’occhio i movimenti dei tedeschi. gli scugnizzi fanno da staffette, le donne avvisano, proteggono, coprono.

Il 25 settembre arriva l’ordine tedesco che cambia tutto: deportazione di migliaia di uomini per il lavoro coatto, con evacuazione forzata di interi quartieri, e la minaccia della distruzione della città prima della ritirata. Il 26 settembre i manifesti vengono strappati e la gente non si presenta ai punti di raccolta, attuando una sorta di disobbedienza civile: Napoli ormai ha deciso che attendere è peggio che ribellarsi.

27 settembre: la città insorge – Quando arriva l’ordine definitivo di deportazione di massa e di evacuazione forzata della città, ogni titubanza viene messa da parte: la rivolta non esplode all’improvviso, si resiste ai rastrellamenti, e ciò successe soprattutto per opera delle donne, mogli, madri, sorelle, che al grido «Ratece ll’uommini nuosti!» si ribellarono con quell’ostinazione e quella virulenza dettata dall’esasperazione, e guidata da figure come Enzo Stimolo, un ex-militare dell’esercito italiano in rotta, e altri comandi spontanei. È in questo contesto fatto di guerriglia improvvisata a ogni angolo di strada, che emerge la figura di Gennaro Capuozzo, uno scugnizzo del Vomero che ha appena dodici anni, piccolo di corporatura tanto da sembrare ancora più giovane: agisce perché vede la città agire e molti ragazzi un po’ più grandi di lui, amici che per celia lo chiamavano Cazzillo, imbracciare i fucili. Durante uno scontro (il 29 settembre), un mezzo corazzato tedesco tenta di superare una barricata, Gennarino recupera una granata, si avvicina e la lancia contro il carrarmato colpendo il mezzo, ma viene falciato dal fuoco nemico e muore all’istante.

Nei giorni successivi le barricate tengono, anche se sono quasi sempre improvvisate con i mobili e le suppellettili scagliate dai balconi degli appartamenti privati. A un certo punto si viene a sapere che circa 50 cittadini napoletani rastrellati erano stati portati nello stadio del Vomero (allora chiamato Campo Sportivo del Littorio), una specie di centro di raccolta, perché destinati alla deportazione o peggio all’esecuzione, ma in ogni caso usati come strumento di intimidazione contro la popolazione ribelle: la rappresaglia veniva periodicamente minacciata ogni volta che un soldato tedesco fosse stato ucciso. I rivoltosi decisero di attaccare la posizione tedesca allo stadio per liberare i prigionieri, e costrinsero i nazisti a negoziare e secondo le ricostruzioni, il comandante tedesco, il colonnello Walter Schöll, fu obbligato ad accettare un compromesso: non essere attaccato dagli insorti durante la ritirata da Napoli se i prigionieri fossero stati rilasciati.

Così fu: dopo oltre 500-600 vittime totali, tra cui civili e caduti non identificati (i dati ovviamente variano a seconda delle fonti), il giovedì 30 settembre le truppe naziste abbandonano Napoli e 24 ore dopo, il 1° di ottobre arrivano gli anglo-americani in una città già libera.

Napoli fu la prima grande città europea a liberarsi dal nazismo senza essere liberata militarmente da eserciti esterni. Questa verità è scomoda perché: smonta la narrazione di un Sud passivo e dimostra che la Resistenza non fu solo organizzazione, ma anche scelta collettiva fatta dal basso. Col tempo in effetti, soprattutto nella manualistica scolastica e nella divulgazione nazionale, avviene uno slittamento sottile ma decisivo: la rivolta popolare diventa “episodio eroico” ma viene ricondotta dentro il grande racconto della liberazione alleata. In pratica il messaggio implicito diventa: “Napoli ha resistito, sì… ma tanto poi arrivavano gli anglo-americani. passaggio questo fondamentale perché la liberazione autonoma viene trasformata in una sorta di anticamera dell’intervento esterno, perdendo il suo carattere popolare.

Un punto, però, va ribadito con forza, perché è storicamente incontrovertibile: i tedeschi abbandonarono Napoli il 30 settembre 1943 e gli Alleati entrarono il 1° ottobre 1943 (erano sbarcati a Salerno il 9 settembre): quando arrivarono, Napoli era già libera, devastata, ferita, stremata, ma libera. Non fu una liberazione “concessa”, ma fu una liberazione conquistata.

Anche la Lega ha cercato di sminuire la fulgida realtà delle Quattro Giornate di Napoli, in tanti modi e per tanto tempo (e ahinoi qualcuno ancora ci prova!) ma in verità senza giri di parole bisogna dire che la realtà storica contraddice frontalmente una narrazione politica che dipinge il Mezzogiorno come incapace di iniziativa e perciò perennemente assistito, privo di coscienza civile e disperatamente parassitario. Al contrario le Quattro Giornate dimostrano l’esatto opposto: senso comunitario, capacità di sacrificio, coraggio collettivo, anche se purtroppo quando vengono ricordate spesso sono tratteggiate in forma folkloristica, sminuite come un gesto emotivo e quasi istintivo, dovute più a un impeto incontrollato che alla conseguenza di un atto di liberazione lucido e consapevole.

Le Quattro giornate di Napoli pongono un problema enorme a molte narrazioni consolidate del Novecento italiano e non si prestano facilmente a essere inglobate in schemi ideologici comodi e infatti è proprio per questo che, nel tempo, la realtà è stata addolcita, neutralizzata o marginalizzata, ma la verità è unica, semplice e insieme destabilizzante:

un popolo disarmato, affamato, senza uno Stato alle spalle, senza alleati stranieri e senza comando militare, riuscì a cacciare l’occupante nazista, prima di chiunque altro in Europa, da una grande città occupata!

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