La questione degli zolfi

Nel primo Ottocento la Sicilia era uno dei principali produttori mondiali di zolfo, una materia prima strategica per l’industria europea, assimilabile all’uranio o addirittura alle terre rare, indispensabile in particolare per la produzione di acido solforico e nei processi chimici e manifatturieri. Il Regno delle Due Sicilie deteneva quindi una risorsa di enorme valore economico e geopolitico che accresceva il suo potere negoziale e diplomatico, oltre che ovviamente economico.

La Gran Bretagna era il principale acquirente dello zolfo siciliano, la sua industria, nel pieno della rivoluzione industriale, dipendeva fortemente da queste forniture, e per anni, il commercio dello zolfo avvenne in un regime sostanzialmente aperto, che favoriva soprattutto gli interessi inglesi. Tuttavia, questa situazione comportava un problema: i profitti maggiori finivano nelle mani di intermediari stranieri, mentre lo Stato borbonico e i produttori locali ricavavano relativamente poco rispetto al valore reale della risorsa.

Nel 1838 il re Ferdinando II di Borbone decise di cambiare radicalmente politica economica. Concesse il monopolio del commercio dello zolfo a una società francese, la Taix & Aycard, con l’obiettivo di aumentare le entrate statali, sottrarre il controllo del mercato agli intermediari britannici e rafforzare l’autonomia economica del Regno: scelta legittima questa, normale in un’economia di mercato, ma che di fatto rompeva l’equilibrio precedente e colpiva direttamente gli interessi britannici. La decisione di Ferdinando II di Borbone non fu casuale né improvvisata, ma rispondeva a una precisa strategia di difesa della sovranità economica cercando di limitare l’ingerenza straniera, puntando nel contempo alla modernizzazione dello Stato mediante l’aumento delle entrate e un più diretto controllo delle risorse strategiche e alla riduzione della dipendenza del suo Regno dall’estero, soprattutto dalla potenza industriale dominante.

Si tentò semplicemente una scelta economica diversa quindi, giusta o sbagliata che fosse, ma questa voglia di affermazione nazionale si scontrò con la realtà dei rapporti di forza europei. Tuttavia, il Regno non aveva la forza politica e militare per sostenere uno scontro con una potenza globale come la Gran Bretagna che reagì in modo inaspettatamente duro, Londra, infatti, considerò la concessione alla società francese come una violazione degli accordi commerciali esistenti e un attacco ai propri interessi economici. La tensione salì rapidamente fino a sfiorare un conflitto armato: nel 1840 la Royal Navy fu mobilitata e inviata nel Mediterraneo.

Sotto la pressione militare e diplomatica britannica, il Regno delle Due Sicilie fu costretto a fare marcia indietro. La concessione alla società francese venne revocata e la Gran Bretagna accettò di evitare il conflitto, ma ottenne anche un indennizzo per i danni subiti dai propri commercianti. Fin qui la storia, questa crisi è ricordata come la “guerra degli zolfi”, anche se non si arrivò mai a uno scontro armato.

A questo punto, però, vien da domandarsi, e la domanda non è campata in aria: è possibile che ciò che causò la fine della dinastia Borbone sia stato una sorta di regime change o “cambio di regime”, tipo quello che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha effettuato nei mesi scorsi nel Venezuela di Nicolás Maduro, oppure come quello che sta tentando nell’Iran degli Ayatollah, o quello che già prefigura nella Cuba di Miguel Díaz-Canel, architettato per avere cioè dei governanti più proni al proprio volere e ai propri interessi? Ovviamente il Trump dell’epoca era la Gran Bretagna, il ricchissimo Impero inglese vera e propria potenza mondiale dal punto di vista navale e commerciale.

È questa l’origine dell’aiuto inglese alla detronizzazione dei Borbone con il supporto dato ai Savoia e ai Mille di Garibaldi di pochi decenni dopo?

Tornano alla mente la presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra britanniche, da molti storici considerato un fattore di protezione indiretta poiché le navi borboniche evitarono un bombardamento immediato per non rischiare un incidente diplomatico con la Gran Bretagna e quindi Garibaldi ebbe campo libero, e ancora nel porto di Napoli di altre due navi da guerra inglesi che accompagnarono l’ingresso in città del cosiddetto Eroe dei Due Mondi, appoggio recentemente rivendicato da re Carlo III di fronte al Parlamento italiano in seduta comune. 

La tentazione di stabilire un nesso diretto tra la “questione degli zolfi” e il successivo atteggiamento britannico durante il processo di unificazione italiana è comprensibile. La crisi dello zolfo degli anni 1838–1840 incrinò certamente i rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e la Gran Bretagna, e in effetti da quel momento il governo borbonico iniziò a essere visto con crescente diffidenza. A questo si aggiunsero, negli anni successivi, altri fattori che peggiorarono l’immagine internazionale del Regno: la repressione dei moti liberali del 1848 e figure come il politico inglese William Ewart Gladstone furono indotte a definire il governo napoletano come “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, un po’ come ha fatto Trump un mese fa che ha definito l’ayatollah Ali Khamenei “l’uomo più cattivo della Storia”, contribuendo a isolare diplomaticamente i Borbone.

L’atteggiamento della Gran Bretagna nel 1860 va letto dentro una strategia più ampia: Londra voleva stabilità e rotte commerciali sicure. Un’Italia unita, sotto il comando di una monarchia considerata più moderna e affidabile come quella sabauda, appariva preferibile a un Regno borbonico ahinoi giudicato arretrato e instabile non si sa in base a quali informazioni, forse i dispacci diplomatici provenienti da Torino. La verità è che, fuor di ogni costruzione romanzata, Londra facilitò indirettamente l’impresa di Garibaldi l’azione (ad esempio evitando di ostacolare i movimenti navali dei Mille), e quindi più che una relazione diretta, è corretto parlare di isolamento diplomatico e debolezza interna del Regno delle Due Sicilie, abilità diplomatica piemontese e quindi di un contesto internazionale favorevole all’unificazione.

La “questione degli zolfi” fu uno dei tasselli di un mosaico molto più ampio, in cui interessi economici, ideologia politica e strategia internazionale si intrecciarono fino a rendere possibile il crollo di un regno e la nascita di uno Stato nuovo. Non sappiamo con assoluta certezza se questa nuova entità politica si giovò dell’appoggio britannico ai Savoia e a Garibaldi, è però molto probabile viste le parole di re Carlo III d’Inghilterra, ma in ogni caso la Gran Bretagna contribuì a creare un clima di sfiducia e distanza che, nel lungo periodo, rese più facile per Londra non opporsi, e in certi casi favorire indirettamente, la fine del Regno borbonico.

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