Sono trascorsi ormai trent’anni dalla morte di don Peppino, avvenuta il 9 aprile 1996, eppure il suo ricordo resta vivo, quasi tangibile, nella memoria collettiva di Casale di Carinola. Il suo nome, don Giuseppe Gicando Struffi, continua a risuonare come quello di una guida spirituale autentica, capace di incarnare, in uno dei periodi più difficili della storia italiana, il senso più profondo della missione sacerdotale.
Nato il 12 febbraio 1915 a Corigliano di Sessa Aurunca, don Peppino giunse a Casale in anni drammatici. Fu nominato economo spirituale il 20 gennaio 1942 e, poco più di un anno dopo, il 4 aprile 1943, divenne parroco, incarico che avrebbe mantenuto fino alla morte. La prima parte del suo ministero si svolse dunque tra le ombre della Seconda Guerra Mondiale e le difficoltà dell’immediato dopoguerra, contesti nei quali seppe distinguersi non solo come uomo di fede, ma anche come punto di riferimento umano e sociale.
Don Peppino fu il parroco della gente, soprattutto degli ultimi. Non ci fu persona che, rivolgendosi a lui, non ricevesse aiuto o conforto. La sua azione pastorale non si limitò alla dimensione spirituale, ma si estese con concretezza ai bisogni quotidiani della popolazione, segnata dalla povertà e dalla disoccupazione. In un’Italia stremata, dove persino il pasto quotidiano rappresentava una conquista, egli comprese che la carità non poteva essere solo parola, ma doveva tradursi in azione.
È in questo contesto che nacque una delle iniziative più significative del suo operato: quello che può essere definito un vero e proprio “cantiere della fede per disoccupati”. Negli anni Cinquanta, infatti, don Peppino promosse e organizzò i lavori di restauro della cappella di Santa Maria a Pisciariello, un luogo sacro da tempo abbandonato, ma profondamente radicato nella tradizione religiosa locale. Questo progetto non fu soltanto un intervento edilizio, ma rappresentò una risposta concreta alla fame di lavoro che affliggeva la comunità: i disoccupati del paese furono impiegati come manovalanza, trovando così un sostegno economico e, al contempo, contribuendo alla rinascita di un simbolo identitario.
Fino al 1951, il santuario versava in condizioni di degrado, nonostante fosse legato all’antichissimo culto di Maria Santissima delle Grazie. Le celebrazioni si limitavano a pochi momenti dell’anno, come il Martedì in Albis e la festa del 2 luglio. Era evidente la necessità di un intervento deciso, capace di restituire dignità a quel luogo carico di storia e devozione. Don Peppino seppe cogliere questa esigenza, trasformandola in opportunità.
Durante i lavori di restauro, avvenne un ritrovamento destinato a segnare profondamente la devozione locale. In maniera quasi casuale, come spesso accade per le scoperte più importanti, emersero antiche pitture murali e, soprattutto, un blocco di pietra tufacea recante l’immagine della Madonna, dipinta con tratti bizantineggianti. Si trattava proprio di quella sacra effigie di cui si tramandava memoria, legata all’apparizione mariana ad Antonietta Fava, la giovane del luogo a cui la Vergine si sarebbe rivolta con l’esortazione «Bagna e torci!». Quel ritrovamento rappresentò, per molti, la conferma tangibile della storicità di un culto fino ad allora affidato soprattutto alla tradizione orale. La devozione verso Maria Santissima delle Grazie ne uscì rafforzata, trovando nuovo slancio proprio grazie all’intuizione e alla determinazione di don Peppino. Non a caso, fu ancora lui a promuovere la raccolta di oro tra i fedeli per realizzare una corona destinata alla Madonna, riconosciuta simbolicamente come Regina di Casale di Carinola. Questo percorso culminò nella solenne incoronazione del 7 agosto 1960, evento che segnò una tappa fondamentale nella storia religiosa della comunità e durante il quale esclamò:
L’opera di don Giuseppe Gicando Struffi non può essere ridotta alla sola dimensione ecclesiastica. Egli fu, a tutti gli effetti, un costruttore di comunità: seppe unire fede e lavoro, tradizione e riscatto sociale, spiritualità e dignità umana. La sua figura resta quella di un parroco che non si limitò a guidare i suoi fedeli, ma camminò accanto a loro, condividendone le difficoltà e contribuendo concretamente al loro miglioramento.
A trent’anni dalla sua scomparsa, il ricordo di don Peppino continua a vivere non solo nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto, ma anche nelle opere che ha lasciato, luoghi restaurati, devozioni rinnovate, e soprattutto un insegnamento concreto: non separare mai la fede dalla solidarietà.
One thought on “Don Peppino, il parroco della nostra gioventù”
“PARROCO DI UN TEMPO ORMAI PASSATO”
Immagine di un pastore profondamente radicato nella comunità casalese, punto di riferimento non solo spirituale ma anche sociale per la parrocchia.
Un Parroco dedito alla cura delle anime e alla vicinanza alle persone, specialmente le più “DEBOLI”.
Grazie Don Peppino