L’approvazione del decreto Infrastrutture firmato dal ministro Matteo Salvini ha riacceso il confronto sul rapporto tra Nord e Sud e sulla distribuzione delle risorse pubbliche nel Paese. Al centro della polemica vi è il Mose di Venezia, il sistema di dighe mobili progettato per proteggere la laguna dall’acqua alta, che entrerà ufficialmente nel patrimonio dello Stato. Secondo quanto previsto dal decreto, la gestione dell’opera passerà a un’autorità pubblica statale e i costi di manutenzione e funzionamento, stimati in circa 120 milioni di euro l’anno, saranno sostenuti dalla fiscalità generale. In altre parole, il peso economico dell’opera ricadrà sull’intera collettività nazionale.
Per i critici del provvedimento, questa scelta rappresenta l’ennesimo esempio di un sistema che socializza i costi delle grandi opere del Nord, mentre il Mezzogiorno continua a soffrire una cronica carenza di investimenti infrastrutturali. Va inoltre ricordato che il Mose è costato circa 6 miliardi di euro di fondi pubblici ed è stato per anni al centro di inchieste giudiziarie che hanno coinvolto un vasto sistema di corruzione, tangenti e sprechi. A proposito, ma non eravamo noi del Sud gli spreconi, i tangentisti, i camorristi, i mafiosi? Mah, le evoluzioni sociali…
Le stesse voci sottolineano quella che considerano una contraddizione politica: da un lato l’autonomia differenziata viene sostenuta da alcune regioni settentrionali in nome di una maggiore indipendenza gestionale, dall’altro si chiede l’intervento dello Stato quando occorre sostenere economicamente opere particolarmente onerose.
Nel dibattito entra anche il confronto con il Ponte sullo Stretto di Messina, progetto che continua a dividere l’opinione pubblica. Secondo i sostenitori dell’opera, mentre sul Ponte si concentrano forti contestazioni politiche e ambientali, sul finanziamento dei costi del Mose si registra un sostanziale silenzio trasversale. Dov’è l’indignazione di Bonelli, Fratoianni e del centro-sinistra che invece con la bava alla bocca sono contro il Ponte sullo Stretto e che propongono di togliere i fondi destinati per darli ai cittadini di Niscemi martoriati dalla famigerata frana? Perché non si propone di togliere i 120 milioni all’anno dei costi di manutenzione del Mose di cui parlavamo prima per destinarli a quell’intervento da anni non più differibile? Ma soprattutto dove sono i parlamentari meridionali pagati da noi per fare i nostri interessi. Quando si tratta di bloccare la prima grande opera infrastrutturale al Sud sbraitano, invece quando dobbiamo sobbarcarci 120 milioni all’anno delle inutili opere del Nord stanno tutti zitti?
Il Sud non può continuare ad essere il bancomat d’Italia: non possiamo continuare ad avere il 40% di disoccupazione; non possiamo continuare ad emigrare; non possiamo continuare ad avere il divario infrastrutturale più ampio dei paesi occidentali; non possiamo continuare a farci rappresentare da gente che di fronte a queste porcate che avvengono giorno dopo giorno rimane zitta non ci rappresenta
La questione si inserisce in un tema più ampio: quello del persistente divario tra Nord e Sud. A questo proposito viene in mente il saggio “La grande balla” del giornalista Roberto Napoletano, pubblicato nel 2020. L’autore sosteneva che il Mezzogiorno non sarebbe un peso per il resto del Paese, come spesso viene raccontato, ma al contrario subirebbe da decenni una sistematica riduzione di investimenti pubblici e risorse economiche. Nel libro venivano evidenziate differenze significative negli investimenti infrastrutturali, nei servizi alle famiglie, nei trasporti e nell’istruzione. Secondo questa lettura, il vero problema italiano non sarebbe un eccesso di spesa destinata al Sud, bensì una distribuzione squilibrata delle risorse nazionali che avrebbe finito per ampliare il divario territoriale.
È o non è ancora attualissimo?
La verità è che al di là delle diverse posizioni politiche, resta aperta una questione che continua a interrogare il Paese: come ridurre concretamente le disuguaglianze territoriali e costruire un modello di sviluppo capace di valorizzare l’intero sistema Italia. Una maggiore attenzione alle esigenze del Mezzogiorno, investimenti infrastrutturali adeguati e ben distribuiti, una rappresentanza politica in grado di difendere con efficacia gli interessi dei territori meridionali. A oltre 160 anni dall’Unità d’Italia, si tratta di un tema che continua dunque a rappresentare uno dei nodi più delicati e controversi del dibattito pubblico nazionale.
2 thoughts on “Mose, Autonomia Differenziata e Questione Meridionale”
Salvini
Pro Tempore Segretario Lega
Oggi assente alla Festa della Repubblica
Il Ponte sullo Stretto ha grossi problemi di costruzione in se stesso
Di tipo SISMICO IN MODO MOLTO IMPORTANTE
COME PERALTRO POCHISSIMO TEMPO FA DIMOSTRATO DA IMPORTANTI EVENTI SISMICI
Sembra che l’unico Ponte sullo Stretto sia stato costruito dagli Antichi Romani
Che ne capivano
UN PONTE DI BARCHE
PRECISO CHE SONO UN SOSTENITORE DEL PONTE SULLO STRETTO QUALORA FATTIBILE SECONDO GIUDICI TECNICI SERI
CIOÈ LA POLITICA CHIEDE
Tecnicamente
Se possibile
Si fa
Fratoianni e Borrelli a cosa servono a questo paese?