Brexit: l’euroscetticismo fu vera gloria?

Negli ultimi anni, osservando le elezioni che si sono susseguite in molti Paesi europei, emerge un dato che merita una riflessione approfondita. I partiti che fanno dell’euroscetticismo, del sovranismo e della difesa dei confini nazionali uno dei loro principali cavalli di battaglia continuano a raccogliere consensi sempre più consistenti. È un fenomeno che attraversa gran parte dell’Europa e che, inevitabilmente, porta a una domanda: perché tante persone continuano a credere in queste proposte politiche nonostante l’esempio della Brexit sembri aver dimostrato quanto sia difficile e complesso rompere i legami con l’Unione Europea?

Il caso britannico rappresenta probabilmente il laboratorio politico più significativo degli ultimi decenni. Nel referendum del 2016, il Regno Unito decise di uscire dall’Unione Europea con una maggioranza piuttosto risicata: più del 51% dei votanti si espresse a favore del “Leave”, mentre il 48% preferì il “Remain”. Bastarono poco più di un milione di voti di differenza in un Paese di oltre 65 milioni di abitanti, una differenza minima, eppure sufficiente a cambiare il destino di un’intera nazione. Da quel momento il Paese ha attraversato una lunga fase di instabilità politica. Governi caduti, continui cambi di primo ministro, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e poi Keir Starmer in un paese che finallora era visto come l’emblema della stabilità politica, trattative estenuanti con Bruxelles e un clima di forte divisione interna hanno caratterizzato gli anni successivi al referendum.

Sarebbe però riduttivo attribuire ogni difficoltà esclusivamente alla Brexit: la pandemia di Covid-19 e, successivamente, la guerra in Ucraina hanno certamente aggravato una situazione economica mondiale, che per amor di verità nel Regno Unito era diventata già grave di suo da qualche anno.

Ciò non toglie, tuttavia, che diversi segnali di difficoltà fossero già evidenti prima di questi eventi straordinari. Molte imprese avevano rallentato gli investimenti nell’incertezza del nuovo quadro normativo, numerose aziende avevano iniziato a valutare il trasferimento di alcune attività nel continente e il lungo negoziato con l’Unione Europea aveva generato un clima di instabilità che inevitabilmente ha inciso sull’economia britannica.

La domanda allora diventa ancora più interessante: perché una parte così consistente dell’elettorato britannico ha deciso di imboccare questa strada?

La risposta, probabilmente, non è principalmente economica. La Brexit è stata prima di tutto una scelta identitaria e politica, molti cittadini britannici erano convinti che il Regno Unito dovesse recuperare pienamente la propria sovranità, decidere autonomamente le proprie leggi, controllare con maggiore efficacia i flussi migratori e liberarsi da quella che veniva percepita come un’eccessiva influenza delle istituzioni europee.

Eppure proprio il Regno Unito aveva beneficiato, negli anni precedenti, di numerosi vantaggi derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea. Fondi comunitari destinati allo sviluppo delle infrastrutture, investimenti nella ricerca universitaria, sostegno a numerosi progetti regionali e soprattutto l’accesso libero al più grande mercato unico del mondo rappresentavano benefici concreti difficilmente contestabili.

Questo porta inevitabilmente a un’altra riflessione, forse ancora più importante. Gli elettori leggono davvero i programmi dei partiti? Oppure molto spesso si lasciano guidare soprattutto dagli slogan, dalla comunicazione immediata e dalla capacità di intercettare il malcontento?

La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. Sarebbe ingiusto affermare che gli elettori votino senza riflettere. Tuttavia è altrettanto evidente che, nella società contemporanea, pochi cittadini leggono integralmente programmi politici spesso lunghi centinaia di pagine. Molto più frequentemente il voto viene determinato da pochi temi ritenuti prioritari: il costo della vita, l’immigrazione, la sicurezza, il lavoro o la semplice volontà di punire chi governa.

La comunicazione politica moderna favorisce inevitabilmente chi riesce a sintetizzare problemi complessi in slogan semplici. Un messaggio breve, diretto ed emotivamente coinvolgente arriva con maggiore forza rispetto a una lunga spiegazione tecnica. È un meccanismo che riguarda praticamente tutte le democrazie occidentali e tutti gli schieramenti politici.

Questo non significa necessariamente che gli elettori siano ingenui. Significa piuttosto che, molto spesso, il consenso nasce più dalla percezione dei problemi che dalla valutazione dettagliata delle possibili soluzioni.

La Brexit rappresenta proprio uno degli esempi più significativi di questo fenomeno. Molti cittadini hanno privilegiato il principio del “riprendiamoci il controllo” rispetto ai possibili costi economici. Solo successivamente, sperimentando concretamente le conseguenze della nuova situazione, una parte dell’opinione pubblica ha iniziato a riconsiderare quella scelta.

Anche per questo motivo oggi i sondaggi mostrano un giudizio molto più critico sulla Brexit rispetto agli anni del referendum. Non significa necessariamente che tutti desiderino rientrare nell’Unione Europea, ma certamente molti britannici riconoscono che i benefici promessi durante la campagna referendaria non si sono realizzati nella misura sperata.

Questa vicenda dovrebbe insegnare qualcosa anche al resto d’Europa: la politica non dovrebbe trasformarsi in una gara tra chi urla più forte o propone gli slogan più efficaci. Una democrazia matura dovrebbe fondarsi sulla capacità dei cittadini di valutare con attenzione i programmi, confrontare le diverse proposte e riflettere sulle conseguenze concrete delle scelte che si compiono nelle urne.

Naturalmente ogni elettore è libero di avere la propria idea di Europa, di sovranità nazionale e di integrazione comunitaria. È il principio stesso della democrazia, ma purtuttavia la storia recente dimostra che decisioni di enorme portata, come l’uscita da un’organizzazione sovranazionale, non possono essere valutate esclusivamente sull’onda dell’emotività o della protesta.

La Brexit resta uno degli esperimenti politici più importanti del XXI secolo. Per alcuni rappresenta ancora oggi un simbolo di indipendenza ritrovata; per altri costituisce la dimostrazione di quanto sia difficile rinunciare ai vantaggi della cooperazione europea. In ogni caso, il suo insegnamento dovrebbe spingere tutti a pretendere dalla politica meno slogan e più analisi, meno semplificazioni e più responsabilità, perché il voto è uno degli strumenti più preziosi che una democrazia possiede e merita sempre di essere esercitato con piena consapevolezza.

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