Autonomia differenziata e sanità: il diritto alla cura e residenza

Ancora una volta siamo purtroppo costretti a parlare di autonomia differenziata perché questa, in ossequio al principio che al peggio non c’è mai fine, continua ad avanzare e il tema della sanità torna al centro del dibattito politico. Le preintese presentate da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria hanno infatti superato un primo passaggio parlamentare e prevedono, tra le altre richieste, l’attribuzione di maggiori competenze regionali in materia di tutela della salute.

Si tratta di quattro regioni profondamente diverse tra loro, ma accomunate da un elemento significativo: sono tra le più ricche del Paese. Una circostanza che riaccende il confronto sulle possibili conseguenze di una maggiore autonomia in un settore delicato come quello sanitario.

Secondo le osservazioni formulate dal Servizio Studi della Camera dei deputati e dal Servizio Bilancio del Senato, mancherebbero ancora dati e valutazioni sufficienti per misurare con precisione gli effetti economici e organizzativi di questo trasferimento di competenze. Nonostante tali rilievi, l’iter parlamentare prosegue!

Ancora una volta si cerca di far pagare al Sud il prezzo di una perenne campagna elettorale approfittando della distrazione generale su temi di infima importanza e alimentando continuamente la paura sulla situazione della sicurezza nazionale. Se passano queste preintese le regioni più fragili rischiano davvero di non poter assicurare ai loro cittadini le cure necessarie e ci auguriamo che, nello sciagurato caso di un’approvazione, le regioni meridionali facciano compatte cartello tra di loro per opporsi a questa sciagurata riforma scendendo in piazza e proponendo referendum abrogativo.

Il timore espresso da numerosi osservatori è che l’autonomia differenziata possa accentuare le disuguaglianze già esistenti tra le diverse aree del Paese. Oggi, infatti, migliaia di cittadini del Mezzogiorno sono costretti a spostarsi verso altre regioni per ottenere cure specialistiche, affrontando lunghi viaggi e costi spesso difficili da sostenere.

Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di garantire a tutti gli italiani lo stesso diritto alla salute, indipendentemente dalla regione di residenza. Ciò significa ridurre le liste d’attesa, investire sul personale sanitario, migliorare le condizioni di lavoro di medici, infermieri, specializzandi e operatori socio-sanitari, oltre a colmare le carenze strutturali che ancora caratterizzano molte realtà del Sud. Per i territori più fragili, il rischio è che un ulteriore decentramento delle competenze possa tradursi in servizi ancora più disomogenei, rendendo più difficile assicurare ai cittadini livelli di assistenza uniformi su tutto il territorio nazionale.

In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo dei parlamentari eletti nelle regioni meridionali. Il loro voto sarà inevitabilmente osservato con attenzione da chi ritiene che la riforma possa incidere negativamente sul futuro della sanità del Sud: la scelta sarà tra sostenere la linea della maggioranza e, allineandosi come tanti pecoroni, dare priorità ai propri interessi personali, infischiandosene così della tutela del principio di uguaglianza nell’accesso alle cure. Al di là delle appartenenze politiche insomma, la questione pone un interrogativo che riguarda ogni cittadino: il diritto alla salute può essere condizionato dal luogo in cui si nasce o si vive?

La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro dell’autonomia differenziata, ma anche quello di uno dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana: una sanità che garantisca pari diritti e pari opportunità di cura a tutti i cittadini, perché ormai è chiaro che quella contro l’autonomia differenziata non è una battaglia politica, è la difesa dei diritti!

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