Sulla dinastia dei Borbone di Napoli, e forse soprattutto sulla loro detronizzazione, sono state scritte decine e decine di libri, migliaia di pagine difficilmente riassumibili in queste poche righe dal valore sostanzialmente divulgativo. Certo è che quello dei Borbone è stato sicuramente il più fulgido periodo vissuto dal Regno di Napoli, cui è paragonabile, fatte le debite proporzioni, soltanto il medievale periodo Svevo, splendido e pieno di cultura anch’esso ma che giocoforza non ha potuto contare sulle tante innovazioni tecnologiche dovute al progresso dell’industria e delle scienze.
L’avvento di Carlo di Borbone e la dinastia Borbonica
Carlo di Borbone, figlio di Filippo V, e perciò (come vedremo) futuro Carlo III di Spagna, era stato inizialmente designato al ducato di Parma e Piacenza ma, esortato dalla madre Elisabetta Farnese, e con il sostegno della Spagna, guidò le forze spagnole alla conquista del Regno di Napoli, sottraendolo agli Austriaci. Il 10 maggio del 1734 entrò trionfalmente a Napoli, venendo accolto come liberatore: fu ufficialmente incoronato nel 1735 rinunciando al titolo di Carlo VII (come sarebbe stato normale) per sottolineare l’indipendenza del Regno di Napoli, preferendo essere chiamato semplicemente “Carlo”. In sostanza, fu la forza militare spagnola e una serie di trattati internazionali a “designarlo” Re, ma fu la sua conquista diretta e il successivo rifiuto di una numerazione dinastica a stabilire il suo ruolo unico nella storia di Napoli. Nel 1735 fu incoronato re di Sicilia a Palermo, e nel 1738 fu riconosciuto sovrano dei due Regni dai trattati di pace, in cambio della rinuncia agli stati farnesiani e medicei in favore degli Asburgo e dei Lorena. Per la prima volta dopo oltre due secoli, il Regno tornava ad avere un Re residente, una dinastia autonoma, una politica indipendente da Vienna e Madrid. Con Carlo e i suoi successori borbonici si inaugurò un nuovo periodo di rinascita politica, ripresa economica e sviluppo culturale. Alla morte del fratellastro Ferdinando VI nel 1759, fu chiamato a succedergli sul trono di Spagna.
Successione dei re Borbone…
1. Carlo di Borbone: 1734–1759
Fu uno dei sovrani più incisivi del Settecento europeo: le sue opere principali non si limitarono all’architettura monumentale, ma toccarono amministrazione, cultura, economia e politica, ponendo le basi dello Stato moderno nel Mezzogiorno. Diede avvio alla costruzione della Reggia di Caserta (dal 1752), del Teatro di San Carlo (1737), dell’Albergo dei Poveri (o Real Albergo dei Poveri), avviò gli scavi di Ercolano, Pompei e Stabia, organizzò il Museo Farnese e trasferì a Napoli le collezioni Farnese, creando il primo grande museo pubblico del regno, oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), creò la Reale Accademia Ercolanese istituita per lo studio e la pubblicazione delle scoperte archeologiche, contribuì alla diffusione internazionale della cultura classica. Carlo pose inoltre fine alla secolare sudditanza feudale del Regno di Napoli verso il Papa, riaffermando la sovranità statale, favorì riforme politiche e amministrative riorganizzando lo Stato pur senza abolire il feudalesimo ma limitandone gli abusi. Creò un esercito nazionale, svincolato dalle potenze straniere, con un’avanzata cantieristica navale rafforzando così l’autonomia del regno, favorendo commercio, infrastrutture e quindi sviluppo economico e manifatturiero con industrie tessili e artigianali creando il complesso produttivo di San Leucio (sviluppato dai successori specie dal figlio Ferdinando IV). Grazie a tutte queste innovazioni Napoli divenne una delle tappe preferite dall’aristocrazia europea per i suoi Grand Tour. Dopo il suo rientro in Spagna, richiamatovi per adempiere a doveri dinastici, cedette il trono al figlioFerdinando IV.
2. Ferdinando IV di Borbone: 1759–1799 e 1799–1806
Figlio di Carlo, meno “architetto dello Stato” rispetto al padre Carlo, ma protagonista di opere e iniziative decisive sul piano sociale, produttivo e istituzionale, soprattutto nella seconda parte del suo lungo regno. Completò la Reggia di Caserta proseguendo i lavori avviati dal padre Carlo, ampliando gli appartamenti reali, il parco e le varie infrastrutture consolidando l’Acquedotto Carolino. Ma l’opera simbolo del regno di Ferdinando IV fu il Complesso di San Leucio (1778) in quanto lì creò una vera e propria comunità manifatturiera dedicata alla produzione della seta, dotata di uno Statuto proprio (il Codice Leuciano) e in cui i lavoratori godevano di istruzione gratuita, assistenza sanitaria, parità giuridica tra uomini e donne e di un salario regolato dallo Stato: un vero esperimento proto-sociale, unico in Europa. Oltre alle manifatture tessili sostenne le produzioni di porcellana di Capodimonte e le ferriere e opifici statali con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle importazioni. Sotto Ferdinando IV vi fu lo sviluppo dei cantieri navali di Castellammare di Stabia, il rafforzamento della flotta militare e commerciale, la modernizzazione degli arsenali, facendo sì che Napoli diventasse uno dei principali poli navali del Mediterraneo. Avviò inoltre la costruzione e manutenzione di strade interne per collegare il regno, primo nucleo di una rete infrastrutturale più efficiente, seppur disomogenea. Accanto alle opere però vi fu la repressione dei moti liberali e le dure persecuzioni post 1799, che Napoli è sempre stata poco incline a perdonargli e che pesano sul giudizio che la storia ha dato di lui. Regnò a lungo ma con forti difficoltà politiche visto che, per esempio, fu cacciato due volte dai francesi. Era detto Re Nasone e Re Lazzarone.
[Fase francese]
Giuseppe Bonaparte: 1806 – 1808
Fu re di Napoli per un periodo breve ma molto incisivo, soprattutto sul piano giuridico, amministrativo e sociale. A differenza dei Borbone, non lasciò grandi opere monumentali, ma avviò riforme strutturali di stampo napoleonico che segnarono una vera cesura con l’Antico Regime.
Gioacchino Murat: 1808 – 1815
Rispetto a Giuseppe Bonaparte, ebbe più tempo, più ambizione e un progetto politico personale. Le sue opere non furono solo amministrative: Murat cercò di diventare un sovrano “napoletano”, modernizzando lo Stato e tentando perfino una via autonoma all’unità italiana: lo fece col Proclama di Rimini (del 1815, e fu il primo documento ufficiale di un sovrano che chiama apertamente all’unità d’Italia)un atto politicamente cruciale nel quale Murat invita gli italiani a unirsi contro l’Austria parlando di indipendenza e unità nazionale e nello stesso tempo tenta di salvare il trono legandosi al patriottismo.
3. Ferdinando I delle Due Sicilie: 1816–1825
È lo stesso Ferdinando IV di Napoli, ma con nuovo titolo assunto dopo la Restaurazione seguita al Congresso di Vienna: nel 1816 il regno assunse il nome di Regno delle Due Sicilie, unificando formalmente Napoli e Sicilia sotto un’unica corona.
4. Francesco I di Borbone: 1825 – 1830
È spesso ricordato come un sovrano di transizione. Il suo regno fu breve, poco incisivo e segnato da una forte continuità con le politiche del padre Ferdinando, senza grandi slanci riformatori, ma non privo di opere e interventi significativi, soprattutto sul piano amministrativo, culturale e infrastrutturale. Durante il suo regno si puntò più alla conservazione che a nuove grandi costruzioni e si dedicò a interventi di adeguamento e funzionalità amministrativa per la Reggia di Caserta, del Palazzo Reale di Napoli e della Reggia di Capodimonte. Francesco I proseguì nel miglioramento delle strade consolari, nel collegamento tra aree interne e costiere e opere di manutenzione su ponti e percorsi strategici. Autore di una politica di ordinaria amministrazione, ma essenziale per la tenuta del regno, anche se così si rallentò l’innovazione culturale. È spesso definito un re amministratore, più attento all’ordine che al progresso.
5. Ferdinando II di Borbone: 1830 – 1859
È stato il sovrano borbonico che più di ogni altro legò il proprio nome alle opere materiali e industriali. Autoritario sul piano politico, fu protagonista di una stagione di modernizzazione concreta che rese il Regno uno dei più avanzati d’Europa in diversi settori. Si dedicò alla produzione siderurgica nelle officine di Pietrarsa (1840), che fu la sua opera simbolo costituendo il primo grande polo industriale statale italico votato alla produzione di locomotive, binari, macchine a vapore e materiale ferroviario e militare, occupando migliaia di operai specializzati: Pietrarsa rappresentò il tentativo di creare un’industria nazionale autonoma, senza dipendenza dall’estero. Sostenne le ferriere di Mongiana (Calabria), fonderie e opifici statali, cantieri meccanici: il Regno delle Due Sicilie divenne uno dei principali produttori di ferro e acciaio della penisola, ma subito dopo l’Unità d’Italia tutta questa produzione sarebbe stata delocalizzata al Centro-Nord (!!!). Inaugurò la prima linea ferroviaria d’Italia la Napoli – Portici (1839), simbolo di modernità e progresso, che fu il nucleo iniziale di una rete ferroviaria più ampia. Si preoccupò dell’ampliamento della rete stradale interna e a molte bonifiche agricole con opere di contenimento e canalizzazione. Creò i cantieri navali di Castellammare di Stabia dando origine alla costruzione di moderne navi a vapore e al rafforzamento della flotta militare sviluppando anche la cantieristica civile con l’ammodernamento degli arsenali e il miglioramento dei porti di Napoli, Palermo e Messina, facendo sì che il suo Regno avesse una delle marine più avanzate del Mediterraneo. Si dedicò a completamenti e ristrutturazioni alla Reggia di Caserta e a interventi al Palazzo Reale di Napoli. Creò il primo osservatorio Vesuviano (1841), primo osservatorio vulcanologico permanente al mondo, sul Vesuvio stesso, dimostrando così attenzione alla scienza applicata e alla prevenzione dei disastri naturali. Inaugurò Istituti tecnici e militari, scuole di ingegneria e di formazione per tecnici industriali e accademie militari moderne: Ferdinando II puntò su una classe tecnica specializzata, indispensabile alla modernizzazione. Purtroppo però fu un perfetto figlio della sua epoca essendo un sovrano totalitario poco incline ad assecondare gli aneliti di libertà dei suoi sudditi ma badando solo alla conservazione del potere, e pertanto governò in modo autoritario con una ferrea censura e un esasperato controllo politico, da cui scaturirono una dura repressione dei moti del 1848 e il bombardamento di Messina (da cui il soprannome “Re Bomba”): insomma il progresso materiale non fu accompagnato da riforme politiche.
6. Francesco II di Borbone: 1859 – 1861
Il suo regno durò poco più di un anno, in un contesto già segnato da crisi politica, isolamento diplomatico e dall’avanzata del Risorgimento. Per questo motivo le sue opere principali non furono grandi realizzazioni materiali, ma scelte difensive, istituzionali e simboliche, legate al tentativo di salvare il regno. Concesse la Costituzione (25 giugno 1860), ed è sicuramente questo l’atto più importante del suo regno, ma poi reintrodusse la Costituzione del 29 gennaio 1848, concessa da Ferdinando II. La carta prevedeva la Monarchia costituzionale, un Parlamento bicamerale, una Camera dei Deputati elettiva, una Camera dei Pari di nomina regia, la responsabilità individuale dei Ministri; inoltre si prevedevano libertà di stampa, sia pure con dei limiti, l’inviolabilità del domicilio, l’uguaglianza davanti alla legge, la separazione dei poteri statali, ma con un ruolo di preminenza del Re e la sovranità condivisa tra Re e Parlamento, anche se il Re conservava il diritto di veto, la nomina dei ministri, il comando delle forze armate, la possibilità di scioglimento delle Camere: era quindi una Costituzione moderata, non democratica in senso moderno. La scelta fu presa per evitare conflitti giuridici e per rassicurare le potenze europee, ma tutto avvenne in emergenza, con Garibaldi già in Sicilia, e non funzionò perché era già troppo tardi. Dopo la caduta di Napoli, Francesco II si rifugiò nella fortezza di Gaeta di cui organizzò una strenua resistenza contro l’esercito piemontese: difese fino all’ultimo la legittimità del regno ma tutto si concluse con una disfatta e Gaeta divenne il simbolo dell’onore borbonico e della fine di un’epoca. Dopo l’esilio rifiutò qualsiasi compromesso politico mantenendo una condotta personale improntata a fede, dignità e sobrietà e divenendo un riferimento per il legittimismo borbonico, tanto che la sua figura assunse un valore più morale che politico ergendosi a vero e proprio Re martire. È vero che Francesco II non fu un riformatore né un costruttore, pur volendo non ne ebbe il tempo e fu assorbito dalle molte minacce, soprattutto esterne, che insidiavano il suo Regno: insomma fu un sovrano travolto dagli eventi e incarnò la fine della monarchia tradizionale nel Mezzogiorno. Fu l’ultimo sovrano borbonico.
Luci e ombre quindi in questi 126 anni di dominazione borbonica su Napoli: molte più luci che ombre però, e lo abbiamo toccato con mano nell’elencazione delle innumerevoli opere architettoniche, industriali, manifatturiere e sociali. Innovazioni che portarono il Regno di Napoli (poi Regno delle Due Sicilie) a diventare uno degli Stati sovrani più ricchi d’Europa: certo non tutto era perfetto (nemmeno oggi lo è!) ma da questo a scrivere sui libri di Storia che il Sud era arretrato, oscurantista e quasi popolato da esseri primitivi che agognavano solo la venuta di un liberatore, si dimostra solo una cosa e cioè che la Storia la scrivono i vincitori, poi vedremo nel prossimo capitolo chi furono questi vincitori-conquistatori, e che un’ideologia fortemente orientata e alterata dall’ignoranza, porta spesso a distorcere la realtà.
(continua…)
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