Category: Storia

  • La storia del Regno di Napoli/3

    La storia del Regno di Napoli/3

    Sulla dinastia dei Borbone di Napoli, e forse soprattutto sulla loro detronizzazione, sono state scritte decine e decine di libri, migliaia di pagine difficilmente riassumibili in queste poche righe dal valore sostanzialmente divulgativo. Certo è che quello dei Borbone è stato sicuramente il più fulgido periodo vissuto dal Regno di Napoli, cui è paragonabile, fatte le debite proporzioni, soltanto il medievale periodo Svevo, splendido e pieno di cultura anch’esso ma che giocoforza non ha potuto contare sulle tante innovazioni tecnologiche dovute al progresso dell’industria e delle scienze.

    L’avvento di Carlo di Borbone e la dinastia Borbonica

    Carlo di Borbone, figlio di Filippo V, e perciò (come vedremo) futuro Carlo III di Spagna, era stato inizialmente designato al ducato di Parma e Piacenza ma, esortato dalla madre Elisabetta Farnese, e con il sostegno della Spagna, guidò le forze spagnole alla conquista del Regno di Napoli, sottraendolo agli Austriaci. Il 10 maggio del 1734 entrò trionfalmente a Napoli, venendo accolto come liberatore: fu ufficialmente incoronato nel 1735 rinunciando al titolo di Carlo VII (come sarebbe stato normale) per sottolineare l’indipendenza del Regno di Napoli, preferendo essere chiamato semplicemente “Carlo”. In sostanza, fu la forza militare spagnola e una serie di trattati internazionali a “designarlo” Re, ma fu la sua conquista diretta e il successivo rifiuto di una numerazione dinastica a stabilire il suo ruolo unico nella storia di Napoli. Nel 1735 fu incoronato re di Sicilia a Palermo, e nel 1738 fu riconosciuto sovrano dei due Regni dai trattati di pace, in cambio della rinuncia agli stati farnesiani e medicei in favore degli Asburgo e dei Lorena. Per la prima volta dopo oltre due secoli, il Regno tornava ad avere un Re residente, una dinastia autonoma, una politica indipendente da Vienna e Madrid. Con Carlo e i suoi successori borbonici si inaugurò un nuovo periodo di rinascita politica, ripresa economica e sviluppo culturale. Alla morte del fratellastro Ferdinando VI nel 1759, fu chiamato a succedergli sul trono di Spagna.

    Successione dei re Borbone…

    1. Carlo di Borbone: 1734–1759

    Fu uno dei sovrani più incisivi del Settecento europeo: le sue opere principali non si limitarono all’architettura monumentale, ma toccarono amministrazione, cultura, economia e politica, ponendo le basi dello Stato moderno nel Mezzogiorno. Diede avvio alla costruzione della Reggia di Caserta (dal 1752), del Teatro di San Carlo (1737), dell’Albergo dei Poveri (o Real Albergo dei Poveri), avviò gli scavi di Ercolano, Pompei e Stabia, organizzò il Museo Farnese e trasferì a Napoli le collezioni Farnese, creando il primo grande museo pubblico del regno, oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), creò la Reale Accademia Ercolanese istituita per lo studio e la pubblicazione delle scoperte archeologiche, contribuì alla diffusione internazionale della cultura classica. Carlo pose inoltre fine alla secolare sudditanza feudale del Regno di Napoli verso il Papa, riaffermando la sovranità statale, favorì riforme politiche e amministrative riorganizzando lo Stato pur senza abolire il feudalesimo ma limitandone gli abusi. Creò un esercito nazionale, svincolato dalle potenze straniere, con un’avanzata cantieristica navale rafforzando così l’autonomia del regno, favorendo commercio, infrastrutture e quindi sviluppo economico e manifatturiero con industrie tessili e artigianali creando il complesso produttivo di San Leucio (sviluppato dai successori specie dal figlio Ferdinando IV). Grazie a tutte queste innovazioni Napoli divenne una delle tappe preferite dall’aristocrazia europea per i suoi Grand Tour. Dopo il suo rientro in Spagna, richiamatovi per adempiere a doveri dinastici, cedette il trono al figlioFerdinando IV.

    2. Ferdinando IV di Borbone: 1759–1799 e 1799–1806

    Figlio di Carlo, meno “architetto dello Stato” rispetto al padre Carlo, ma protagonista di opere e iniziative decisive sul piano sociale, produttivo e istituzionale, soprattutto nella seconda parte del suo lungo regno. Completò la Reggia di Caserta proseguendo i lavori avviati dal padre Carlo, ampliando gli appartamenti reali, il parco e le varie infrastrutture consolidando l’Acquedotto Carolino. Ma l’opera simbolo del regno di Ferdinando IV fu il Complesso di San Leucio (1778) in quanto lì creò una vera e propria comunità manifatturiera dedicata alla produzione della seta, dotata di uno Statuto proprio (il Codice Leuciano) e in cui i lavoratori godevano di istruzione gratuita, assistenza sanitaria, parità giuridica tra uomini e donne e di un salario regolato dallo Stato: un vero esperimento proto-sociale, unico in Europa. Oltre alle manifatture tessili sostenne le produzioni di porcellana di Capodimonte e le ferriere e opifici statali con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle importazioni. Sotto Ferdinando IV vi fu lo sviluppo dei cantieri navali di Castellammare di Stabia, il rafforzamento della flotta militare e commerciale, la modernizzazione degli arsenali, facendo sì che Napoli diventasse uno dei principali poli navali del Mediterraneo. Avviò inoltre la costruzione e manutenzione di strade interne per collegare il regno, primo nucleo di una rete infrastrutturale più efficiente, seppur disomogenea. Accanto alle opere però vi fu la repressione dei moti liberali e le dure persecuzioni post 1799, che Napoli è sempre stata poco incline a perdonargli e che pesano sul giudizio che la storia ha dato di lui. Regnò a lungo ma con forti difficoltà politiche visto che, per esempio, fu cacciato due volte dai francesi. Era detto Re Nasone e Re Lazzarone.

    [Fase francese]

    Giuseppe Bonaparte: 1806 – 1808

    Fu re di Napoli per un periodo breve ma molto incisivo, soprattutto sul piano giuridico, amministrativo e sociale. A differenza dei Borbone, non lasciò grandi opere monumentali, ma avviò riforme strutturali di stampo napoleonico che segnarono una vera cesura con l’Antico Regime.

    Gioacchino Murat: 1808 – 1815

    Rispetto a Giuseppe Bonaparte, ebbe più tempo, più ambizione e un progetto politico personale. Le sue opere non furono solo amministrative: Murat cercò di diventare un sovrano “napoletano”, modernizzando lo Stato e tentando perfino una via autonoma all’unità italiana: lo fece col Proclama di Rimini (del 1815, e fu il primo documento ufficiale di un sovrano che chiama apertamente all’unità d’Italia)un atto politicamente cruciale nel quale Murat invita gli italiani a unirsi contro l’Austria parlando di indipendenza e unità nazionale e nello stesso tempo tenta di salvare il trono legandosi al patriottismo.

    3. Ferdinando I delle Due Sicilie: 1816–1825

    È lo stesso Ferdinando IV di Napoli, ma con nuovo titolo assunto dopo la Restaurazione seguita al Congresso di Vienna: nel 1816 il regno assunse il nome di Regno delle Due Sicilie, unificando formalmente Napoli e Sicilia sotto un’unica corona.

    4. Francesco I di Borbone: 1825 – 1830

    È spesso ricordato come un sovrano di transizione. Il suo regno fu breve, poco incisivo e segnato da una forte continuità con le politiche del padre Ferdinando, senza grandi slanci riformatori, ma non privo di opere e interventi significativi, soprattutto sul piano amministrativo, culturale e infrastrutturale. Durante il suo regno si puntò più alla conservazione che a nuove grandi costruzioni e si dedicò a interventi di adeguamento e funzionalità amministrativa per la Reggia di Caserta, del Palazzo Reale di Napoli e della Reggia di Capodimonte. Francesco I proseguì nel miglioramento delle strade consolari, nel collegamento tra aree interne e costiere e opere di manutenzione su ponti e percorsi strategici. Autore di una politica di ordinaria amministrazione, ma essenziale per la tenuta del regno, anche se così si rallentò l’innovazione culturale. È spesso definito un re amministratore, più attento all’ordine che al progresso.

    5. Ferdinando II di Borbone: 1830 – 1859

    È stato il sovrano borbonico che più di ogni altro legò il proprio nome alle opere materiali e industriali. Autoritario sul piano politico, fu protagonista di una stagione di modernizzazione concreta che rese il Regno uno dei più avanzati d’Europa in diversi settori. Si dedicò alla produzione siderurgica nelle officine di Pietrarsa (1840), che fu la sua opera simbolo costituendo il primo grande polo industriale statale italico votato alla produzione di locomotive, binari, macchine a vapore e materiale ferroviario e militare, occupando migliaia di operai specializzati: Pietrarsa rappresentò il tentativo di creare un’industria nazionale autonoma, senza dipendenza dall’estero. Sostenne le ferriere di Mongiana (Calabria), fonderie e opifici statali, cantieri meccanici: il Regno delle Due Sicilie divenne uno dei principali produttori di ferro e acciaio della penisola, ma subito dopo l’Unità d’Italia tutta questa produzione sarebbe stata delocalizzata al Centro-Nord (!!!). Inaugurò la prima linea ferroviaria d’Italia la Napoli – Portici (1839), simbolo di modernità e progresso, che fu il nucleo iniziale di una rete ferroviaria più ampia. Si preoccupò dell’ampliamento della rete stradale interna e a molte bonifiche agricole con opere di contenimento e canalizzazione. Creò i cantieri navali di Castellammare di Stabia dando origine alla costruzione di moderne navi a vapore e al rafforzamento della flotta militare sviluppando anche la cantieristica civile con l’ammodernamento degli arsenali e il miglioramento dei porti di Napoli, Palermo e Messina, facendo sì che il suo Regno avesse una delle marine più avanzate del Mediterraneo. Si dedicò a completamenti e ristrutturazioni alla Reggia di Caserta e a interventi al Palazzo Reale di Napoli. Creò il primo osservatorio Vesuviano (1841), primo osservatorio vulcanologico permanente al mondo, sul Vesuvio stesso, dimostrando così attenzione alla scienza applicata e alla prevenzione dei disastri naturali. Inaugurò Istituti tecnici e militari, scuole di ingegneria e di formazione per tecnici industriali e accademie militari moderne: Ferdinando II puntò su una classe tecnica specializzata, indispensabile alla modernizzazione. Purtroppo però fu un perfetto figlio della sua epoca essendo un sovrano totalitario poco incline ad assecondare gli aneliti di libertà dei suoi sudditi ma badando solo alla conservazione del potere, e pertanto governò in modo autoritario con una ferrea censura e un esasperato controllo politico, da cui scaturirono una dura repressione dei moti del 1848 e il bombardamento di Messina (da cui il soprannome “Re Bomba”): insomma il progresso materiale non fu accompagnato da riforme politiche.

    6. Francesco II di Borbone: 1859 – 1861

    Il suo regno durò poco più di un anno, in un contesto già segnato da crisi politica, isolamento diplomatico e dall’avanzata del Risorgimento. Per questo motivo le sue opere principali non furono grandi realizzazioni materiali, ma scelte difensive, istituzionali e simboliche, legate al tentativo di salvare il regno. Concesse la Costituzione (25 giugno 1860), ed è sicuramente questo l’atto più importante del suo regno, ma poi reintrodusse la Costituzione del 29 gennaio 1848, concessa da Ferdinando II. La carta prevedeva la Monarchia costituzionale, un Parlamento bicamerale, una Camera dei Deputati elettiva, una Camera dei Pari di nomina regia, la responsabilità individuale dei Ministri; inoltre si prevedevano libertà di stampa, sia pure con dei limiti, l’inviolabilità del domicilio, l’uguaglianza davanti alla legge, la separazione dei poteri statali, ma con un ruolo di preminenza del Re e la sovranità condivisa tra Re e Parlamento, anche se il Re conservava il diritto di veto, la nomina dei ministri, il comando delle forze armate, la possibilità di scioglimento delle Camere: era quindi una Costituzione moderata, non democratica in senso moderno. La scelta fu presa per evitare conflitti giuridici e per rassicurare le potenze europee, ma tutto avvenne in emergenza, con Garibaldi già in Sicilia, e non funzionò perché era già troppo tardi. Dopo la caduta di Napoli, Francesco II si rifugiò nella fortezza di Gaeta di cui organizzò una strenua resistenza contro l’esercito piemontese: difese fino all’ultimo la legittimità del regno ma tutto si concluse con una disfatta e Gaeta divenne il simbolo dell’onore borbonico e della fine di un’epoca. Dopo l’esilio rifiutò qualsiasi compromesso politico mantenendo una condotta personale improntata a fede, dignità e sobrietà e divenendo un riferimento per il legittimismo borbonico, tanto che la sua figura assunse un valore più morale che politico ergendosi a vero e proprio Re martire. È vero che Francesco II non fu un riformatore né un costruttore, pur volendo non ne ebbe il tempo e fu assorbito dalle molte minacce, soprattutto esterne, che insidiavano il suo Regno: insomma fu un sovrano travolto dagli eventi e incarnò la fine della monarchia tradizionale nel Mezzogiorno. Fu l’ultimo sovrano borbonico.

    Luci e ombre quindi in questi 126 anni di dominazione borbonica su Napoli: molte più luci che ombre però, e lo abbiamo toccato con mano nell’elencazione delle innumerevoli opere architettoniche, industriali, manifatturiere e sociali. Innovazioni che portarono il Regno di Napoli (poi Regno delle Due Sicilie) a diventare uno degli Stati sovrani più ricchi d’Europa: certo non tutto era perfetto (nemmeno oggi lo è!) ma da questo a scrivere sui libri di Storia che il Sud era arretrato, oscurantista e quasi popolato da esseri primitivi che agognavano solo la venuta di un liberatore, si dimostra solo una cosa e cioè che la Storia la scrivono i vincitori, poi vedremo nel prossimo capitolo chi furono questi vincitori-conquistatori, e che un’ideologia fortemente orientata e alterata dall’ignoranza, porta spesso a distorcere la realtà.

    (continua…)

    Leggi anche: La storia del Regno di Napoli/1

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  • Maria Sofia di Baviera: l’ultima regina di Napoli

    Maria Sofia di Baviera: l’ultima regina di Napoli

    Tra i tanti ritratti che impreziosiscono la mostra “Regine” alla Reggia di Caserta, uno in particolare cattura lo sguardo e invita alla riflessione: quello di Maria Sofia di Baviera, ultima regina di Napoli, moglie di Francesco II di Borbone, quello cui purtroppo una propaganda fortemente e distortamente orientata ha affibbiato il nomignolo quasi dispregiativo di Franceschiello, e sorella della leggendaria imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sissi.

    Era nata in Baviera il 4 ottobre 1841. Sesta di dieci figli, del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera del casato dei Wittelsbach e della principessa Ludovica di Baviera, venne in Italia, da Trieste sbarcò a Bari, nel 1859 preparandosi ad essere Regina nel gennaio 1859, ma l’improvvisa morte di re Ferdinando II accelerò la sua ascesa al trono al fianco del marito e, giovanissimi entrambi, affidarono entrambi la guida del governo al costituzionale Carlo Filangieri. Maria Sofia non fu una regina qualunque: fumava in pubblico, andava a cavallo in pantaloni, nuotava nel mare del golfo, tirava di scherma, guidava sei cavalli per i viali di Capodimonte e si concedeva all’obiettivo dei fotografi addirittura per servizi di moda per le riviste. La sua bellezza, la disinvoltura nelle relazioni, la scarsa attenzione al protocollo, il senso di libertà che l’aveva accompagnata sin dall’infanzia, fecero di lei un’icona di modernità.

    Fortemente carismatica, dotata di forte personalità e spirito indipendente, entrò nella storia non solo per il suo ruolo istituzionale, ma per il modo in cui visse e affrontò uno dei momenti più drammatici del Regno delle Due Sicilie: l’assedio di Gaeta tra il 5 novembre 1860 e il 13 febbraio 1861, ultimo baluardo borbonico contro l’avanzata piemontese. In quel frangente nacquero due appellativi destinati a entrare nella memoria collettiva. Il primo, riservatole dai napoletani per amore e rispetto, fu quello de il soldato di Gaeta, o meglio ‘o surdato de Gaeta, a sottolinearne la dignità e la fermezza nella sconfitta. Il secondo, fu “l’Aquiletta bavara”, affibbiatole da Gabriele D’Annunzio, simbolo di fierezza, coraggio e orgoglio dinastico. Nonostante la giovane età, la regina mostrò una presenza costante accanto al marito, sostenendo i soldati e incarnando un’immagine di resistenza che colpì amici e nemici i quali per rispetto intendevano risparmiale i bombardamenti ma ella rifiutò sdegnosamente ogni tipo di favoritismo.

    Eppure, su Maria Sofia si abbatté ben presto una propaganda ostile, alimentata dalla necessità politica di delegittimare la dinastia borbonica dopo l’unificazione italiana. La sua figura fu distorta, caricaturizzata, talvolta scandalizzata ad arte. Una narrazione che, come avrebbe poi fissato certa letteratura e una definizione di matrice dannunziana, trasformò una regina scomoda in un personaggio controverso, più utile come bersaglio che come soggetto storico da comprendere.

    La realtà, tuttavia, racconta altro. Proprio durante l’assedio di Gaeta, Maria Sofia limitò volontariamente le proprie uscite pubbliche, non per debolezza o disinteresse, ma per salvaguardare la propria onorabilità e la propria privacy, consapevole del clima di maldicenze e strumentalizzazioni che la circondava. Un gesto di lucidità e autodifesa, raramente riconosciuto dalla storiografia più superficiale.

    Il ritratto esposto alla Reggia di Caserta restituisce oggi dignità a questa figura complessa e moderna, permettendo al visitatore di andare oltre gli stereotipi. Lo sguardo di Maria Sofia sembra interrogare il presente, chiedendo una rilettura più onesta della storia e del ruolo delle donne nelle grandi fratture del passato. In definitiva, la presenza di Maria Sofia di Baviera nella mostra “Regine” non è solo un omaggio estetico, ma un invito a riscoprire una sovrana che fu vittima della propaganda, ma anche protagonista consapevole della propria epoca.

    Quando tutto fu perso furono accolti a Roma, dal papa, nel palazzo del Quirinale. Qui istituirono un governo in esilio. Ebbero una sola figlia, Maria Cristina Pia che morì a soli tre mesi di polmonite. Gli ultimi anni di vita li trascorse a Monaco, qui morì a 84 anni, il 19 gennaio 1925. Le sue spoglie, nel 1984, furono portate a Napoli, nella basilica di Santa Chiara. Di lei resta immutato il mito.

  • La storia del Regno di Napoli/2

    La storia del Regno di Napoli/2

    Come abbiamo visto il rotolare della testa di Corradino, ultimo erede svevo decapitato in piazza Mercato, sancì la fine di ogni velleità della dinastia di Svevia su Napoli. Un’immagine cruda e sanguinolenta per chiudere un periodo glorioso e aprire quello dell’egemonia francese-angioina.

    Gli Angioini e la nascita del Regno di Napoli (1268 – 1442)

    Il periodo angioino segna una svolta profonda nella storia dell’Italia meridionale: con la caduta degli Svevi si chiude l’esperienza di uno Stato imperiale centralizzato e si apre una nuova fase, dominata dall’influenza francese e dal forte controllo del Papato che affidò il Regno a Carlo I d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. Un evento decisivo del periodo angioino fu la rivolta dei Vespri siciliani (1282), che scoppiò a Palermo contro il dominio francese. La Sicilia insulare passò sotto il controllo aragonese, mentre gli Angioini conservarono i territori continentali. Da questo momento in poi, lo Stato angioino assunse il nome di Regno di Napoli, mentre l’isola di Sicilia seguì una storia politica separata.

    Carlo I e i suoi successori rafforzarono il ruolo amministrativo della città, vennero costruite grandi opere simboliche come il Maschio Angioino (Castel Nuovo), la città si popolò di funzionari, mercanti e banchieri provenienti dalla Francia e dal Nord Italia. A differenza degli Svevi, gli Angioini rafforzarono la feudalità, distribuendo terre e titoli a nobili francesi, aumentarono la pressione fiscale soprattutto sulle città e sulle campagne, privilegiando una gestione del potere più aristocratica che statale. Queste scelte però provocarono un progressivo malcontento popolare, in particolare nel Mezzogiorno interno. Nonostante le tensioni, però, il periodo angioino fu anche una stagione culturale significativa: Napoli accolse umanisti, giuristi e artisti, la corte angioina favorì la diffusione della cultura gotica e della tradizione cavalleresca francese, la città si affermò come uno dei più grandi centri urbani d’Europa. Nel XIV secolo il Regno di Napoli fu scosso da lotte dinastiche interne e rivolte baronali che provocavano conflitti continui con la Corona d’Aragona. L’ultima sovrana angioina fu Giovanna II.

    Aragonesi e Rinascimento napoletano (1442 – 1503)

    Nel 1442 Alfonso V d’Aragona, detto il Magnanimo, conquistò definitivamente Napoli dopo anni di guerra (nel giugno 1442 vi fu la resa definitiva delle ultime resistenze angioine e il 26 febbraio 1443 Alfonsofa il suo ingresso solenne in città, e infatti per questa occasione fu realizzato il celebre arco trionfale del Maschio Angioino, chiaro richiamo all’antica Roma): si apriva così la fase aragonese. Con Alfonso, Napoli non fu più un feudo pontificio di fatto subordinato e teleguidato da lontano, ma divenne parte di una grande monarchia mediterranea che univa Catalogna, Aragona, Valencia, Sardegna e Sicilia, ma egli seppe presentarsi anche come restauratore dell’ordine e della pace, guadagnandosi il consenso della nobiltà cittadina.

    Con Alfonso il Magnanimo e i suoi successori, Napoli conobbe una stagione di straordinario splendore, la città divenne una delle principali capitali del Rinascimento italiano, la corte aragonese attirò umanisti, artisti e architetti, furono avviati grandi cantieri pubblici, come la trasformazione del Maschio Angioino in residenza rinascimentale. Napoli si affermò come metropoli culturale e politica, ponte tra Italia, Spagna e mondo mediterraneo. Gli Aragonesi introdussero una politica più pragmatica rispetto agli Angioini, limitarono il potere dei grandi baroni senza distruggerlo, rafforzarono l’amministrazione centrale, mantennero un equilibrio tra Corona, nobiltà e città. Questo sistema garantì al Regno una relativa stabilità, pur senza eliminare le tensioni sociali.

    Il figlio di Alfonso, Ferrante I d’Aragona (1458–1494), dovette affrontare una delle sfide più dure: la Congiura dei Baroni (1485-1487). I grandi feudatari, appoggiati dal Papato, tentarono di rovesciare il sovrano. Ferrante reagì con decisione, reprimendo la rivolta e consolidando l’autorità monarchica. Questo episodio segnò un punto di svolta: il potere centrale ne uscì rafforzato, mentre l’aristocrazia feudale subì un ridimensionamento. Durante il periodo aragonese Napoli superò i 200.000 abitanti diventando una delle città più popolose d’Europa, il commercio mediterraneo si intensificò e l’agricoltura e l’artigianato prosperarono, soprattutto nelle campagne campane. Tuttavia, la crescita economica non eliminò le disuguaglianze sociali, che continuarono a segnare profondamente il Regno: in ogni caso se il periodo svevo aveva rappresentato l’apice dello Stato medievale e quello angioino una fase di transizione travagliata, l’età aragonese fu il momento della rinascita politica e culturale del Regno di Napoli.

    Alla fine del XV secolo, il Regno di Napoli divenne uno dei principali teatri delle Guerre d’Italia. Francia e Spagna si contesero il controllo del Mezzogiorno. Nel 1504, dopo una lunga guerra, Napoli passò sotto la Corona di Spagna, governata dai Re Cattolici. Il Regno non scomparve, ma perse l’indipendenza, diventando un vicereame spagnolo.

    Il lungo dominio spagnolo (1503 – 1707)

    Nel Trattato di Granada del 1500, Francia e Spagna avevano tentato una spartizione pacifica del regno, ma l’accordo fallì rapidamente. I due eserciti a quel punto si fronteggiarono per settimane in una sorta di guerra di logoramento combattuta tra l’autunno del 1503 e la fine di dicembre di quello stesso anno ed ebbero la meglio gli Spagnoli: il Regno di Napoli divenne un possedimento della monarchia spagnola, governato da viceré. Napoli era una delle città più popolose d’Europa, ma il peso fiscale, l’arretratezza economica e la rigidità sociale generarono crescenti tensioni. Il periodo spagnolo fu segnato da una forte pressione fiscale, il predominio dell’aristocrazia feudale, e frequenti crisi economiche e carestie che portarono alla rivolta di Masaniello nel 1647, che divenne il simbolo del malcontento popolare contro il governo vicereale. Napoli fu un vicereame spagnolo, sotto la Corona d’Aragona, e lo rimase fino al 1707.

    Il dominio austriaco (1707–1734)

    A decidere le sorti di Napoli furono ancora una volta le potenze europee impegnate nella Guerra di Successione Spagnola. Il conflitto scoppiò alla morte di Carlo II d’Asburgo, re di Spagna, avvenuta nel 1700. Carlo II morì senza eredi diretti, lasciando un impero immenso che comprendeva, oltre alla Spagna, gran parte dell’Italia (Regno di Napoli, Sicilia, Sardegna, Ducato di Milano, i Paesi Bassi spagnoli e un vasto impero coloniale in America e Asia. La sua successione rappresentava un problema enorme: chiunque avesse ereditato l’intero impero spagnolo avrebbe potuto spezzare l’equilibrio europeo. Si trattò di uno dei più grandi conflitti europei dell’età moderna che, tra il 1701 e il 1714, coinvolse quasi tutte le principali potenze del continente e trasformò radicalmente la geografia politica dell’Europa. Al centro della guerra vi era una questione dinastica, ma in gioco c’era molto di più: l’equilibrio di potere tra le monarchie europee e il controllo di vasti imperi coloniali.

    Due erano pretendenti al trono: Filippo d’Angiò (Borbone), che era nipote del re di Francia Luigi XIV e che era stato designato erede nel testamento di Carlo II, e Carlo d’Asburgo, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero e appoggiato da Austria, Inghilterra, Portogallo, Ducato di Savoia e Province Unite (Olanda), mosso dal timore che l’ascesa di Filippo d’Angiò potesse unire le corone di Francia e Spagna sotto i Borbone, creando una superpotenza continentale.

    Dopo molte battaglie (Blenheim, Ramillies, Oudenaarde, Malplaquet) si arrivò ai trattati di Utrecht e Rastatt ma l’iniziale intenzione di arrestare l’espansionismo francese, fu ribaltata da un clamoroso colpo di scena: Carlo d’Asburgo diventa imperatore (1711) del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo VI cambiando completamente lo scenario, ora era l’Austria a rischiare di dominare l’Europa, esattamente ciò che le potenze volevano evitare.

    A questo punto con il Trattato di Utrecht (1713) Filippo V fu riconosciuto re di Spagna sancendo però il divieto di unione dei troni di Francia e Spagna, la Spagna perse i territori europei (i Paesi Bassi spagnoli andarono all’Austria, così come il Ducato di Milano, Napoli e Sardegna, mentre l’Inghilterra ottenne Gibilterra Minorca e alcuni privilegi commerciali (come l’asiento, il monopolio per l’importazione di schiavi nelle colonie americane) che ne rafforzarono l’ascesa come grande potenza marittima, evidenziando la fine dell’egemonia spagnola in Europa, l’inizio del declino della Francia di Luigi XIV e il rafforzamento dell’Austria in Italia. Si ridisegnò in pratica un nuovo equilibrio europeo basato sul bilanciamento delle potenze: la Guerra di Successione Spagnola non fu solo una guerra dinastica, ma un vero conflitto globale ante litteram. Per la prima volta, l’Europa combatté per preservare un equilibrio politico continentale, ponendo le basi della diplomazia moderna. Il Regno di Napoli, passato quindi sotto il controllo degli Asburgo d’Austria, dal 1707 divenne una provincia dell’Impero, governata da viceré e subordinata a Vienna.

    Gli Austriaci introdussero una gestione più razionale, limitarono alcuni abusi feudali e rafforzarono il controllo statale sulla Chiesa, ma Napoli perse centralità politica e rimase priva di un sovrano residente. Il dominio austriaco su Napoli si concluse con la Guerra di Successione Polacca (1733-1738). La Spagna borbonica, guidata da Filippo V e la moglie Elisabetta Farnese, mirava a recuperare i territori italiani perduti. Nel 1734, le truppe spagnole guidate da Carlo di Borbone invasero il Regno di Napoli: l’esercito austriaco, numericamente inferiore e privo di forte sostegno locale, fu sconfitto.

    (continua…)

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  • Ferdinando IV di Borbone: statua scomoda

    Ferdinando IV di Borbone: statua scomoda

    Tra le opere più emblematiche, e allo stesso tempo meno raccontate, conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) vi è la statua di Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, massimo scultore del Neoclassicismo europeo. Un capolavoro che non fu solo arte, ma anche manifesto politico, e che proprio per questo conobbe una lunga stagione di oblio dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie.

    La statua fu commissionata a Canova quando Ferdinando era ancora Ferdinando IV di Napoli (che dal 1816 assumerà il titolo di Ferdinando I delle Due Sicilie): «già nell’ottobre 1800, dopo il modellino in gesso di Possagno, era compiuto il modello colossale e nel 1803 anche la sbozzatura del marmo». L’intento della corte borbonica era chiaro: affidare al più celebre scultore del tempo un’immagine ufficiale del sovrano che ne celebrasse la legittimità, la continuità dinastica, e in seguito il ritorno al trono dopo gli sconvolgimenti dell’età napoleonica. Canova, coerente con il suo linguaggio simbolico, non realizzò un semplice ritratto realistico. Il sovrano viene raffigurato in veste allegorica, secondo una tradizione classica: un re che assume le sembianze di una figura ideale, spesso interpretata come Minerva pacificatrice o comunque come incarnazione della sapienza e dell’ordine ristabilito. Non un Borbone “in carne e ossa”, ma un re trasfigurato nella mitologia del potere. La statua trovò inizialmente collocazione nel Real Museo Borbonico, l’antenato diretto dell’attuale MANN. Qui l’opera incarnava l’idea stessa del museo voluta dai Borbone: un’istituzione pubblica, moderna, europea, simbolo di uno Stato sovrano e colto.

    Tutto cambiò nel 1860, con la conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia e l’annessione al nascente Regno d’Italia. Iniziò allora una sistematica epurazione simbolica di ciò che ricordava il potere borbonico: stemmi scalpellati, statue rimosse, nomi cancellati. La statua di Ferdinando I di Canova divenne improvvisamente imbarazzante. Non si trattava solo di un’opera d’arte, ma di un’immagine monumentale di un sovrano sconfitto, scolpita dal più grande artista italiano del tempo, morto da meno di 40 anni. Distruggerla sarebbe stato impensabile, e per fortuna non si arrivò a tanto; esporla, politicamente inaccettabile per chi intendeva far semplicemente “dimenticare” i Borbone. La soluzione fu l’occultamento.

    Per decenni la statua fu rimossa dagli spazi espositivi, relegata nei depositi, privata di contesto e visibilità. Una vera e propria damnatio memoriae, non dichiarata ma efficace, che colpì non solo il sovrano ma l’intera stagione storica che rappresentava. È un aspetto spesso sottovalutato del post-Risorgimento: la costruzione dell’Italia unita passò anche attraverso una selezione della memoria, in cui il passato borbonico del Sud fu ridimensionato, quando non apertamente rimosso.

    Solo nel corso del Novecento, con il progressivo distacco dalle letture ideologiche del Risorgimento, la statua di Canova è stata rivalutata per ciò che realmente è: un capolavoro della scultura neoclassica e un documento storico di straordinaria importanza. Oggi l’opera è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, non più come celebrazione dinastica, ma come testimonianza di una stagione artistica di altissimo livello, del ruolo centrale di Napoli nel panorama culturale europeo e, infine, delle complesse vicende politiche che hanno segnato il Mezzogiorno.

    La statua di Ferdinando I scolpita da Canova non racconta solo un sovrano. Racconta di come l’arte venga usata dal potere, di come il potere cambi e riscriva la memoria, di come insomma, col tempo, la storia riesca a riemergere dai depositi, letteralmente e simbolicamente. Quando più e più volte insistiamo col dire che sarebbe intellettualmente onesta una revisione e una corretta riscrittura della Storia ci riferiamo anche a questi episodi apparentemente di contorno, ma che in verità stanno a testimoniare quanto si volesse distorcere la realtà dei fatti: la triste verità è che anche dei semplici funzionari di un museo erano ossessionati dal loro emergere!

    Solo in tempi relativamente recenti, negli anni ’90 del secolo passato, la statua è stata “riesumata” per merito di chi voleva ricostruire la storia vera fregandosene di ogni distorsione ideologica e posizionata nella nicchia centrale all’ingresso del MANN dove accoglie i numerosi visitatori che da poco possono goderne la visione ed essere consapevoli della storia che c’è dietro. Nel marmo levigato da Canova si riflettono ancora oggi le fratture irrisolte dell’Italia unita.

  • Mozart a Sessa Aurunca

    Mozart a Sessa Aurunca

    C’è un dettaglio affascinante nella grande storia della musica che spesso resta ai margini dei manuali, ma che per i territori diventa memoria viva e identità: la notte in cui Wolfgang Amadeus Mozart pernottò a Sessa Aurunca, nell’attuale provincia di Caserta. Un episodio breve, quasi fugace, ma carico di significato, che lega una piccola città del Mezzogiorno italiano al genio assoluto della musica europea.

    Era il 1769-1770 quando il giovanissimo Mozart, appena quattordicenne, intraprese insieme al padre Leopold il primo dei suoi celebri viaggi in Italia. Non un semplice tour come in voga allora tra i rampolli della buona società europea, ma un vero e proprio pellegrinaggio culturale: Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. L’Italia era allora la culla della musica colta, dell’opera e della tradizione compositiva che avrebbe segnato profondamente il talento del giovane prodigio. Per raggiungere Napoli da Roma, il percorso obbligato attraversava l’antica via Appia, che passava proprio da Sessa Aurunca, città di origine romana (Suessa Aurunca), posta su un’altura strategica tra Lazio e Campania. Era consuetudine, per viaggiatori e artisti, spezzare il lungo tragitto con una sosta notturna.

    Secondo la ricostruzione del viaggio e la tradizione locale, anche se non esiste alcun documento scritto di Mozart o Leopold che indichi una casa specifica, un nome di locanda o un quartiere preciso, Mozart pernottò a Sessa Aurunca, probabilmente nel centro storico. Secondo questa tradizione storica locale, supportata anche dalla logica delle tappe dell’epoca del Grand Tour, con questa illustre presenza si lega Sessa Aurunca alla grande storia della musica europea: Mozart e suo padre si fermarono per pernottare: era precisamente l’11 maggio 1770 prima di proseguire per Napoli, uno dei massimi centri musicali d’Europa, forse il più importante in assoluto per l’opera e la musica sacra.

    In verità Napoli non era solo una tappa: era una scuola, uno stile, un modello e contava quattro grandi Conservatori (Santa Maria di Loreto, Compagnia della Chiesa di Sant’Onofrio, Santa Maria della Pietà dei Figlioli Turchini, Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo) che formavano compositori, cantanti e strumentisti destinati a tutta Europa. A Napoli vi era il Teatro San Carlo, inaugurato nel 1737, il teatro d’opera più prestigioso del continente, e i grandi compositori attivi o celebrati in città al tempo di Mozart erano Niccolò Jommelli, Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa, Leonardo Leo, Francesco Durante, Giovanni Battista Pergolesi. Mozart lì studiò tutti, ascoltò cantanti formati nei conservatori napoletani, frequentò ambienti musicali legati all’opera, rimase colpito dalla spontaneità melodica italiana, che entrerà stabilmente nel suo linguaggio: in pratica possiamo dire che non fu Napoli ad imitare Mozart, ma è Mozart che studiò Napoli.

    A Sessa Aurunca non ci fu un concerto ufficiale di Mozart, non una commissione, ma solo una notte di riposo in una città che, già allora, conservava un patrimonio artistico e architettonico di rilievo: chiese, palazzi nobiliari, resti romani, e una vivace vita culturale. È suggestivo immaginare il giovane Wolfgang camminare per le strade in pietra, osservare il Duomo romanico, ascoltare i suoni di una città di confine tra due mondi, il Lazio pontificio e il Regno di Napoli. Forse una melodia, forse solo un’impressione, ma ogni luogo attraversato da Mozart lasciava una traccia, anche invisibile.

    Non abbiamo cronache certe di una composizione scritta a Sessa Aurunca, forse durante questo viaggio compose parte della sua Sinfonia n. 11, né di esecuzioni pubbliche. Eppure, la grandezza di questo episodio sta proprio nella sua normalità: Mozart non era ancora il mito immortale, ma un ragazzo in viaggio, stanco, curioso, assetato di bellezza e conoscenza. Sessa Aurunca non fu una meta, ma una tappa. E proprio per questo rappresenta un frammento autentico della storia europea: quella rete di città, locande, strade e comunità che hanno ospitato, anche solo per una notte, i protagonisti della civiltà occidentale.

    Ricordare oggi quella notte significa restituire valore alla memoria dei luoghi, dimostrare che anche i centri più piccoli hanno incrociato la grande storia. Non serve un monumento imponente per rivendicare questo legame: basta la consapevolezza che Mozart è passato a pochi chilometri da noi, ha pernottato dalle nostre parti, ha respirato l’aria di questa terra. In un’epoca in cui il turismo culturale cerca autenticità, raccontare episodi come questo vuol dire riannodare il filo tra passato e presente, tra Sessa Aurunca e l’Europa della musica, tra una città del Sud e uno dei più grandi geni di tutti i tempi. Perché a volte la Storia non fa rumore, a volte si ferma solo per poche ore.

  • Ippolito Nievo: i Mille e la memoria sommersa

    Ippolito Nievo: i Mille e la memoria sommersa

    Ippolito Nievo è una delle figure più affascinanti e, al tempo stesso, più tragiche del Risorgimento italiano. Poeta, romanziere, patriota e funzionario civile della spedizione garibaldina, Nievo incarna l’ideale romantico dell’intellettuale che non si limita a raccontare la Storia, ma vi prende parte fino alle estreme conseguenze. La sua morte prematura, avvenuta in un misterioso naufragio nel 1861, non fu soltanto una tragedia personale: segnò anche la scomparsa di migliaia di documenti fondamentali sulla recente occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia, aprendo una delle pagine più oscure e rimosse dell’Italia unita.

    Nato a Padova nel 1831, Ippolito Nievo si formò in un ambiente culturale vivace e profondamente permeato dagli ideali romantici e patriottici. La sua opera più celebre, Le confessioni d’un italiano, è oggi considerata uno dei massimi romanzi dell’Ottocento italiano: un affresco potente che racconta, attraverso la vita del protagonista Carlo Altoviti, la fine dell’antico mondo e l’avvento di una nuova Italia. Nievo non fu mai uno scrittore allineato alla retorica ufficiale del Risorgimento: la sua visione era lucida, spesso critica, consapevole delle contraddizioni morali e sociali dell’unificazione.

    Quando nel 1860 Garibaldi partì per la spedizione dei Mille, Nievo non esitò ad arruolarsi. Non combatté solo con le armi, ma soprattutto con la penna e con il senso del dovere civile: fu nominato vice-intendente generale dell’Esercito Meridionale, con il compito delicatissimo di amministrare finanze, requisizioni, rimborsi e contabilità nei territori conquistati.

    È proprio questo incarico a rendere la figura di Nievo estremamente scomoda. Nei mesi successivi alla caduta del Regno delle Due Sicilie, egli si trovò a gestire e documentare una situazione caotica: confische, contributi forzosi, sprechi, irregolarità amministrative, abusi compiuti in nome della “liberazione”. Nievo redasse relazioni dettagliate, inventari, registri contabili e corrispondenze ufficiali che testimoniavano, nero su bianco, come si stava realmente svolgendo l’annessione del Sud al nascente Regno d’Italia.

    Documenti che, se fossero giunti integri a Torino, avrebbero potuto mettere in grave imbarazzo non solo l’amministrazione garibaldina, ma anche la classe dirigente sabauda che stava ereditando quel caos e trasformandolo in “normalità istituzionale”.

    Nel marzo del 1861, pochi giorni prima della proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, Nievo si imbarcò a Palermo sul piroscafo Ercole, diretto a Napoli e poi a Torino. Con sé portava casse e valigie colme di documenti: l’intero archivio amministrativo dell’Esercito Meridionale, una mole impressionante di carte sulla gestione economica e politica dell’ex Regno delle Due Sicilie durante e dopo l’occupazione.

    La notte tra il 4 e il 5 marzo 1861, al largo delle coste campane, nei pressi di Punta Campanella, l’Ercole affondò improvvisamente. Non vi furono superstiti. Il corpo di Nievo non fu mai ritrovato. Ufficialmente si parlò di una tempesta improvvisa e di un incidente di navigazione, ma fin da subito emersero incongruenze, silenzi e versioni contrastanti. Il naufragio dell’Ercole resta, ancora oggi, avvolto dal mistero. Le condizioni del mare non sembravano tali da giustificare un affondamento così rapido; la nave era ritenuta in buono stato; le indagini furono superficiali e frettolosamente archiviate. Soprattutto, nessuno sembrò davvero interessato a recuperare i documenti andati perduti con il piroscafo.

    Con Nievo scomparvero migliaia di carte ufficiali che avrebbero potuto raccontare una verità scomoda sull’unificazione: il costo reale dell’impresa, la gestione delle ricchezze borboniche, il peso delle requisizioni sul Mezzogiorno, le responsabilità politiche e amministrative della nuova classe dirigente. La perdita di quell’archivio contribuì in modo decisivo a costruire una narrazione semplificata e celebrativa del Risorgimento, espellendo dal racconto nazionale ogni voce critica.

    La morte di Ippolito Nievo non è soltanto la fine tragica di un giovane intellettuale di straordinario talento. È anche la metafora di una memoria sommersa, di una verità storica affondata insieme a lui. Il poeta che aveva saputo raccontare l’Italia con sincerità e profondità fu inghiottito dal mare nel momento stesso in cui stava per consegnare allo Stato unitario una documentazione potenzialmente esplosiva. A distanza di oltre un secolo e mezzo, il naufragio dell’Ercole continua a interrogare storici e coscienze: fu davvero solo un incidente? O fu il modo più semplice per far sparire carte, responsabilità e contraddizioni di una “liberazione” che per molti si trasformò in spoliazione e marginalizzazione? Ricordare Ippolito Nievo oggi significa non solo celebrare un grande scrittore, ma anche rivendicare il diritto a una Storia completa, non addomesticata, capace di guardare in faccia anche le pagine più scomode della nascita dell’Italia unita.

  • La lunga storia del Regno di Napoli/1

    La lunga storia del Regno di Napoli/1

    La storia del Regno di Napoli è una delle più complesse, longeve e affascinanti d’Europa. È una vicenda che attraversa quindici secoli di trasformazioni politiche, culturali e sociali, intrecciando l’eredità dell’Impero Romano con le dominazioni barbariche, bizantine, normanne, sveve, angioine, aragonesi, spagnole, austriache e borboniche. Per oltre tredici secoli, Napoli e il Mezzogiorno continentale furono governati come entità politica distinta, attraversando imperi, dinastie e rivoluzioni. Da ducato bizantino semi-autonomo a grande capitale mediterranea, da regno indipendente a parte integrante dello Stato unitario italiano, Napoli e il suo territorio sono stati un laboratorio storico fondamentale per il Mezzogiorno e l’intera penisola italiana, mai una semplice periferia, ma uno dei cuori politici e culturali del Mediterraneo.

    Dalla caduta di Roma al Ducato di Napoli (476 d.C. – 1137)

    Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C., l’Italia entrò in una lunga fase di trasformazione, non subì un crollo immediato come altre città italiane. Napoli, antica Neapolis greca e poi importante città romana, sopravvisse al crollo imperiale meglio di molte altre città grazie alla sua posizione strategica, al porto e continuò a vivere come centro urbano attivo. In un primo momento passò sotto il controllo di Odoacre e dopo una breve dominazione del Regno ostrogoto di Teodorico che mantenne in gran parte le strutture amministrative romane garantendo una relativa stabilità (fine V secolo), la città tornò sotto il controllo dell’Impero Bizantino nel VI secolo, in seguito alla guerra greco-gotica voluta da Giustiniano, nella quale fu duramente colpita (nel 536 venne assediata e conquistata dal generale bizantino Belisario). Formalmente dipendente dall’Esarcato di Ravenna, Napoli, città bizantina di lingua greca, fede cristiana e amministrazione imperiale, iniziò però progressivamente a governarsi in modo autonomo.

    Tra il VII e l’VIII secolo nacque il Ducato di Napoli, retto da duchi locali. L’autorità bizantina divenne sempre più debole e sebbene nominalmente soggetto a Costantinopoli, il ducato agiva di fatto come una città-stato indipendente, capace di difendersi dai Longobardi di Benevento e dalle incursioni saracene. La città restò una sorta di enclave orientale in un contesto ormai prevalentemente germanico e latino, tant’è vero che il governo cittadino, affidato a un dux (duca) in un primo tempo nominato da Costantinopoli, ma col tempo il titolo divenne ereditario, cominciò lentamente a rispondere più alle esigenze della popolazione napoletana che agli ordini imperiali: un momento decisivo fu l’elezione di Stefano II (o III) nel 763, primo duca non imposto da Costantinopoli ma scelto dall’aristocrazia cittadina. Questo segnò la nascita di fatto del Ducato di Napoli, formalmente ancora bizantino, ma sostanzialmente autonomo nella politica, nell’esercito e nella diplomazia. Questa rafforzata autonomia locale durò oltre tre secoli, rendendo Napoli un’eccezione nel panorama altomedievale italiano.

    La fine del Ducato e l’arrivo dei Normanni (1137 – 1194)

    Tra l’XI e il XII secolo il Mezzogiorno fu investito dall’espansione normanna. Il Ducato di Napoli, formalmente indipendente ma politicamente fragile,viveva in equilibrio precario tra potenze più forti: il Principato longobardo di Capua, l’Impero bizantino e il Papato: Napoli, pur restando un importante centro commerciale e marittimo, non disponeva più di una forza militare sufficiente a difendere la propria autonomia e per proteggersi dai Longobardi, i duchi napoletani ricorsero spesso a mercenari normanni, appena giunti nell’Italia meridionale. Questa scelta, comune anche ad altri stati locali, si rivelò decisiva e pericolosa.

    I Normanni, inizialmente pellegrini e soldati di ventura, mercenari quindi, si stabilirono progressivamente nel Sud Italia a partire dagli anni Venti dell’XI secolo. Abili guerrieri e politici spregiudicati, seppero sfruttare le divisioni tra Bizantini, Longobardi e ducati autonomi e in pochi decenni conquistarono territori sempre più vasti, fondando contee e principati. Nel corso dell’XI secolo, Napoli rimase relativamente indipendente, ma ormai circondata da domini normanni: Capua, Aversa, Puglia e Calabria erano sotto il loro controllo, erano riusciti a costruire un potente Stato nel Sud Italia e in Sicilia. Napoli resistette a lungo ma nel 1137, dopo pressioni militari e diplomatiche, si arrese ai Normanni di Ruggero II d’Altavilla (anche conosciuto come il Normanno) ponendo fine a oltre cinque secoli di autonomia ducale. Nel 1130 Ruggero II era già stato proclamato Re di Sicilia, dando vita a un grande regno che comprendeva Sicilia e Italia meridionale. Con la caduta del ducato, Napoli perse l’indipendenza, ma entrò stabilmente in una struttura statale più ampia e organizzata, infatti il regno normanno fu uno dei più avanzati dell’Europa medievale, caratterizzato da una straordinaria integrazione di culture latine, greche e arabe. L’arrivo dei Normanni chiuse definitivamente l’epoca bizantina e longobarda dell’Italia meridionale e aprì una nuova fase di stabilità politica, destinata a influenzare profondamente la storia di Napoli e del Sud nei secoli successivi.

    Gli Svevi e Federico II (1194 – 1266)

    Il passaggio del Regno di Napoli (all’epoca Regno di Sicilia) dai Normanni agli Svevi non avvenne per conquista immediata, ma per successione dinastica legittima, attraverso matrimoni e diritti ereditari riconosciuti dal diritto feudale medievale. La dinastia normanna degli Altavilla, che aveva fondato e governato il Regno di Sicilia dall’XI secolo, si estinse in linea maschile nel 1189 con la morte di Guglielmo II il Buono, re di Sicilia e di Napoli, che non lasciò eredi diretti. L’erede legittima era Costanza d’Altavilla (nipote di Guglielmo II il Buono) sposata con Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, e siccome il diritto feudale riconosceva la successione per linea di sangue la conquista militare che si verificherà servì solo a far valere un diritto già esistente.

    Il periodo svevo rappresenta una delle fasi più alte e complesse della storia del Regno di Napoli, non solo per la solidità politica raggiunta, ma anche per l’enorme rilievo culturale e giuridico che esso ebbe nel Mezzogiorno d’Italia e nell’Europa medievale. La figura centrale di questo periodo fu Federico II di Hohenstaufen (figlio di Costanza ed Enrico), uno dei sovrani più straordinari del Medioevo. Sotto Federico II (1194–1250), lo Stato meridionale fu fortemente centralizzato e modernizzato: vennero rafforzate le strutture amministrative, fu limitato il potere feudale e promosso il diritto scritto. Nel 1224 Federico fondò l’Università di Napoli, lo Studium Neapolitanum, con l’obiettivo di formare funzionari fedeli alla Corona, sottraendo il “monopolio del sapere” al controllo ecclesiastico. La prima università laica d’Europa, chiamata in seguito Federico II, fu il segno tangibile del ruolo crescente della città come centro politico e culturale. Nel 1231 Federico promulgò le Costituzioni di Melfi (Liber Augustalis), un codice legislativo avanzatissimo per l’epoca, che affermava il primato dello Stato sulla feudalità, regolava giustizia, fiscalità e amministrazione, limitava i privilegi dei baroni e del clero e introduceva una burocrazia centrale efficiente. Il Regno di Napoli, insieme alla Sicilia, fu trasformato in uno Stato unitario e fortemente controllato dal potere centrale.

    Alla morte di Federico II nel 1250, il Regno passò al figlio Corrado IV, che però morì prematuramente nel 1254. Gli succedette il giovane Corradino, ultimo erede svevo, mentre il potere effettivo fu esercitato dallo zio Manfredi, che divenne Re nel 1258. Manfredi cercò di proseguire la politica paterna, ma il Papato chiamò in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia. La svolta decisiva fu la battaglia di Benevento del 1266, in cui Manfredi venne sconfitto e ucciso. Nel 1268, dopo la battaglia di Tagliacozzo e la tragica esecuzione di Corradino in piazza del Mercato a Napoli, si concluse definitivamente il periodo svevo e si aprì la fase angioina del Regno. Ancora oggi, Federico II è ricordato come uno dei sovrani più grandi della storia europea e il periodo svevo come uno dei momenti più alti della civiltà del Mezzogiorno medievale.

    (continua…)

    Leggi anche:    La storia del Regno di Napoli/2

    … e anche:    La storia del Regno di Napoli/3

    … e anche: La storia del Regno di Napoli/4