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  • Comunali 2026: 24 e 25 maggio

    Comunali 2026: 24 e 25 maggio

    Adesso è ufficiale: le elezioni amministrative 2026 si svolgeranno domenica 24 e lunedì 25 maggio. La comunicazione è arrivata direttamente dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha informato il Consiglio dei ministri dell’individuazione delle date per il rinnovo di sindaci e consigli comunali.

    Si tratta di un appuntamento elettorale di grande rilievo, che coinvolgerà complessivamente 626 Comuni delle Regioni a statuto ordinario. Tra questi figurano 15 capoluoghi di provincia, segno evidente della portata politica e amministrativa del voto, destinato ad incidere sugli equilibri territoriali in molte aree del Paese.

    Saranno chiamati alle urne i cittadini di 15 capoluoghi:

    • Venezia

    • Reggio Calabria

    • Lecco

    • Mantova

    • Arezzo

    • Pistoia

    • Prato

    • Fermo

    • Macerata

    • Chieti

    Avellino

    • Andria

    • Trani

    • Crotone

    Salerno

    Si tratta di realtà territoriali molto diverse tra loro, sia per dimensione sia per collocazione geografica, ma accomunate dalla necessità di affrontare nuove sfide amministrative in un contesto economico e sociale complesso.

    Nei Comuni con più di 15mila abitanti, qualora nessun candidato sindaco dovesse raggiungere la maggioranza assoluta dei voti al primo turno, si tornerà alle urne per il ballottaggio domenica 7 e lunedì 8 giugno.

    Nelle prossime settimane è attesa l’emanazione del Decreto Elezioni da parte del Ministero dell’Interno, che disciplinerà nel dettaglio modalità operative, scadenze e adempimenti. Secondo la prassi normativa consolidata, il termine per la presentazione delle liste dovrebbe cadere intorno alla fine di aprile, aprendo formalmente la fase più intensa della campagna elettorale, con la definizione delle candidature, delle coalizioni e dei programmi.

    Particolarmente significativo è il dato relativo alla provincia di Caserta, dove saranno 17 i Comuni chiamati alle urne:

    • Marcianise

    • San Nicola la Strada

    • Trentola Ducenta

    • Santa Maria a Vico

    • Capodrise

    • Portico di Caserta

    Pignataro Maggiore

    • San Marco Evangelista

    • San Cipriano d’Aversa

    • Casagiove

    • Cesa

    Cellole

    • Arienzo

    • Grazzanise

    Roccamonfina

    • Castel Campagnano

    • Castello del Matese

    Per il territorio casertano si apre dunque una stagione politica intensa, che coinvolgerà sia centri di medie dimensioni sia realtà più piccole, ma non per questo meno decisive nella gestione quotidiana dei servizi pubblici, della programmazione urbanistica, delle politiche sociali e dello sviluppo locale.

    Il voto del 24 e 25 maggio 2026 non sarà soltanto un rinnovo formale degli organi amministrativi, ma un passaggio politico che potrà ridefinire equilibri e prospettive in molte aree del Paese. Per i cittadini, si tratta di un’occasione concreta per orientare il futuro delle proprie comunità attraverso una scelta consapevole e partecipata.

  • Mercoledì delle Ceneri: origini storiche

    Mercoledì delle Ceneri: origini storiche

    Il Mercoledì delle Ceneri segna, nella tradizione della Chiesa cattolica, l’inizio del tempo di Quaresima ed è uno dei momenti più densi di significato dell’intero anno liturgico. In quel giorno, mentre il sacerdote impone le ceneri sul capo dei fedeli, risuona una formula antichissima che attraversa i secoli e le coscienze: «Pulvis es et in pulverem reverteris», che nella forma popolare spesso viene ricordata come «pulvis eris et pulvis reverteris». È una frase che scuote, che ridimensiona, che richiama l’uomo alla verità della propria condizione.

    L’origine di questa espressione non è liturgica in senso stretto, ma biblica. La formula proviene infatti dal libro della Genesi, al capitolo 3, versetto 19, dove Dio si rivolge ad Adamo dopo il peccato originale e pronuncia parole destinate a segnare la storia dell’umanità: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai». In latino, nella versione della Vulgata tradotta da San Girolamo tra il IV e il V secolo, il passo suona appunto: «Pulvis es et in pulverem reverteris». È da questa traduzione che la liturgia occidentale ha attinto la formula che ancora oggi viene pronunciata.

    Il gesto dell’imposizione delle ceneri, tuttavia, è ancora più antico della sua codificazione liturgica medievale. Nell’Antico Testamento, cospargersi il capo di cenere era un segno di lutto, di penitenza e di umiliazione davanti a Dio. I Niniviti, nel libro di Giona, si coprono di sacco e cenere per implorare il perdono; Giobbe si pente «sopra la polvere e la cenere»; e molti altri episodi attestano che la cenere rappresentava visibilmente la fragilità dell’uomo e la sua totale dipendenza dal Creatore.

    Nei primi secoli del cristianesimo, l’uso della cenere era legato soprattutto ai penitenti pubblici, cioè a coloro che avevano commesso peccati gravi e che, prima di essere riammessi alla comunione ecclesiale, intraprendevano un cammino penitenziale rigoroso. Essi si presentavano coperti di cenere all’inizio della Quaresima e venivano poi riconciliati il Giovedì Santo. Con il passare del tempo, questo rito si estese progressivamente a tutti i fedeli, perché la Chiesa comprese che la chiamata alla conversione non riguarda soltanto alcuni, ma l’intera comunità.

    La fissazione del Mercoledì delle Ceneri come inizio ufficiale della Quaresima avvenne tra il X e l’XI secolo, quando il calendario liturgico romano stabilizzò definitivamente il computo dei quaranta giorni di penitenza in preparazione alla Pasqua. Da allora, la formula tratta dalla Genesi divenne parte integrante del rito romano, affiancata in epoca più recente da un’altra espressione evangelica: «Convertitevi e credete al Vangelo», tratta dal primo capitolo del Vangelo secondo Marco.

    È significativo osservare che la frase «Pulvis es et in pulverem reverteris» non è semplicemente un monito sulla morte biologica, ma una dichiarazione teologica sulla condizione creaturale dell’uomo. La polvere non è solo il simbolo della fine, bensì anche quello dell’origine. L’uomo, secondo il racconto della Genesi, è plasmato dalla terra, ma riceve il soffio vitale da Dio; egli è materia e spirito, fragilità e grandezza, limite e apertura all’eterno. La formula delle Ceneri tiene insieme queste due dimensioni e ricorda che la vita umana è un dono che non si possiede definitivamente.

    Quando il sacerdote traccia il segno della croce con la cenere sulla fronte del fedele, egli non pronuncia una condanna, ma un invito alla verità. Egli ricorda che tutto passa, ma che proprio nella consapevolezza del limite può nascere una conversione autentica e una speranza che non si fonda sull’orgoglio umano, bensì sulla misericordia divina.

    Così, quella formula latina che affonda le sue radici nella Bibbia e nella tradizione della Chiesa attraversa i secoli senza perdere la sua attualità. Essa continua a parlare all’uomo di oggi con la stessa radicalità con cui parlò ai monaci medievali, ai penitenti pubblici e ai fedeli delle prime comunità cristiane, perché la verità della polvere resta, in ogni epoca, la soglia attraverso cui si può riscoprire il senso più profondo della vita.

  • La Quaresima: lunga e secca

    La Quaresima: lunga e secca

    «Si longa e secca comm’a ‘na quaravesema!» ~ modo scherzoso con cui si definisce una donna alta e magra, anzi “lunga e non certo abbondante” (secca) proprio come il periodo quaresimale, che è non breve e “magro”. È con questo scherzoso motto che dalle nostre parti si cercava di stemperare il periodo magro per eccellenza. La Quaresima non è soltanto un tempo liturgico ma è un’immagine, un volto, quasi una presenza che entra nelle case e nella memoria collettiva, un’espressione che già da sola restituisce la fatica, la sobrietà e la tensione spirituale che caratterizzano questo periodo dell’anno.

    La parola Quaresima deriva dal latino quadragesima, cioè quarantesimo, e indica i quaranta giorni che precedono la Pasqua nel calendario cristiano, un numero che richiama i quaranta giorni del digiuno di Cristo nel deserto e che nella tradizione biblica è simbolo di prova e di purificazione. Tuttavia, nella cultura popolare del nostro territorio, la dimensione teologica si è intrecciata con quella materiale, concreta, quotidiana, trasformando la Quaresima in un tempo percepito soprattutto attraverso il corpo e la tavola.

    “Lunga e secca” significa innanzitutto questo: lunga perché sembra non finire mai, soprattutto dopo l’esplosione gioiosa e rumorosa del Carnevale, e secca perché priva di grassi, di carne, di dolci elaborati, di tutto ciò che richiama l’abbondanza. La cucina contadina conosceva bene questa alternanza tra eccesso e privazione; dopo i giorni opulenti in cui si consumavano salumi, fritture e dolci fritti, arrivava il tempo delle zuppe di legumi, delle verdure spontanee, del pane semplice, dell’olio usato con parsimonia. Non era soltanto un precetto religioso ma una disciplina sociale che insegnava la misura e preparava, anche psicologicamente, alla festa pasquale.

    Nella tradizione popolare la Quaresima assume spesso sembianze femminili, non è un caso infatti che venga rappresentata come una donna anziana, vestita di scuro, magra, severa, talvolta con in mano un fuso o una conocchia, simboli del lavoro domestico e della pazienza. Questa personificazione nasce dall’esigenza, tipica della cultura contadina, di dare un volto ai tempi dell’anno, di rendere visibile ciò che è astratto, di trasformare un periodo liturgico in una figura riconoscibile e quasi familiare.

    La donna-Quaresima incarna la sobrietà, il silenzio, la fatica quotidiana e soprattutto il controllo dei desideri. In un mondo in cui la trasmissione orale era fondamentale, raccontare ai bambini che “arriva la Quaresima” significava evocare questa figura austera che vigilava sui comportamenti, che ricordava il digiuno e la penitenza, che imponeva una pausa dopo la licenza carnevalesca. La femminilizzazione del tempo non è casuale: la donna, nella società tradizionale, era custode del focolare e del ritmo domestico, e quindi anche della regolazione alimentare e morale della famiglia.

    Ed è qui che emerge il parallelismo più curioso, quello con la Befana, figura anch’essa anziana, anch’essa avvolta in abiti semplici e scuri, anch’essa legata a un momento di passaggio nel calendario liturgico, quello dell’Epifania. La somiglianza iconografica è evidente: entrambe sono rappresentate come donne vecchie, talvolta un po’ curve, con tratti marcati e un aspetto che richiama la povertà e l’austerità. Ma la somiglianza non è soltanto estetica. Sia la Befana sia la Quaresima appartengono a quel mondo simbolico in cui il tempo viene scandito da figure che chiudono e aprono cicli. La Befana conclude il periodo natalizio, portando via le feste e segnando il ritorno alla normalità; la Quaresima apre il tempo della penitenza dopo il Carnevale e conduce lentamente verso la rinascita pasquale. In entrambe le figure convivono elementi cristiani e tracce di antiche tradizioni agrarie, in cui l’Inverno e la scarsità erano rappresentati da donne anziane, simbolo della terra spoglia e della natura in attesa di rifiorire.

    La donna-Quaresima, con il suo aspetto magro e quasi spigoloso, richiama la terra “secca” di fine Inverno, prima che la Primavera la renda nuovamente feconda. È un’immagine dura ma necessaria, perché senza quel tempo di attesa e di disciplina non ci sarebbe la gioia piena della Pasqua, così come senza l’Inverno non ci sarebbe la Primavera.

    Raccontare oggi la Quaresima “lunga e secca” dalle nostre parti significa recuperare un patrimonio culturale che rischia di sbiadire. In un’epoca in cui il tempo sembra uniforme e le stagioni non sono più vissute con la stessa intensità, questa figura femminile austera ci ricorda che la vita ha bisogno di alternanza, di silenzio dopo il frastuono, di sobrietà dopo l’eccesso.

    In quel volto scavato, in quell’abito scuro, non c’è soltanto la severità della penitenza ma anche la promessa, silenziosa e tenace, di una rinascita. Forse è proprio per questo che la Quaresima, nel nostro immaginario popolare, somiglia così tanto alla Befana: entrambe sono custodi di un passaggio, entrambe segnano un limite, entrambe insegnano che ogni festa autentica nasce da un’attesa consapevole.

  • Martedì Grasso e Ru Funerale a Ciacione

    Martedì Grasso e Ru Funerale a Ciacione

    Domani è Martedì Grasso, l’inverno si avvia lentamente alla sua conclusione (forse!), la terra si risveglia e, in molti centri d’Italia, si rinnova una delle celebrazioni popolari più suggestive: il funerale di Re Carnevale. Anche a Casale di Carinola una volta (quanto ci costa ahinoi coniugare quest’avverbio al passato!) questa usanza era automatico celebrarla perché radicata nel cuore della comunità, diventando nel tempo appuntamento goliardico, una festa e un simbolico addio all’Inverno oltre a rappresentare un vero e proprio rito propiziatorio per l’incipiente stagione fruttifera. La figura di Re Carnevale rappresenta l’eccesso e la gioia sfrenata di questi giorni: maschere, canti, balli e banchetti che rompono la monotonia delle stagioni grigie. Ma, come ogni ciclo della natura, anche il Carnevale deve concludersi. Nasce così l’usanza di celebrare un funerale simbolico al suo termine, per “seppellire” le feste e aprirsi alla nuova stagione.

    È dal marzo 2011 che Ru funerale de Ciacione (questo il nome di re Carnevale a Casale) non si celebra più, ma la speranza è l’ultima a morire! Ecco ciò che scrivevamo all’epoca:

    Su iniziativa di un gruppo di giovani, anzi di giovanissimi, torna a Casale la vecchia usanza di “fare il funerale a Carnevale”. Il corteo, che avrà ovviamente una natura del tutto goliardica, si snoderà per le vie del paese a partire dalle ore 18.00 dell’8 marzo.

    Ciacione, tutto il periodo carnascialesco casalese è dedicato a lui, ma il momento in cui sale in cattedra vestendo i panni dell’indiscusso e assoluto protagonista è quello… della sua morte! Egli è rappresentato in forma di essere umano vivente, o simboleggiato da un fantoccio generalmente confezionato con vecchi abiti, riempiti di paglia, talvolta con petardi; Ciacione è per noi casalesi quello che in Sardegna si chiama Giorgio ed è rivestito di fronde, a Siena è Beo, Paulinu in Puglia, e Nannu in Sicilia, e gli è riservata una morte drammatica e volutamente plateale.

    L’usanza di “fare il funerale a Carnevale”, o a Ciacione appunto, è tra le varie tradizioni di questo periodo sicuramente la più goliardica e gioviale, e culmina ne RU FUCARACCIU che è l’essenza di questa parodia e affonda le sue origini nel Medioevo più oscuro, va ricercata proprio nell’ora serale e nel giorno, una sorta di bicchiere della staffa a conclusione del periodo festivo nel momento in cui il calendario cede definitivamente il passo al periodo quaresimale.

    Nei secoli passati il vero periodo di vacanza in cui tutto era permesso e in cui c’era una specie di fuga dal quotidiano, era rappresentato da quei quasi venti giorni che precedevano la Quaresima – Semel in anno licet insanire. Carnevale preludeva alla Quaresima, fatta di privazioni e rinunce rese necessarie dalla povertà diffusa ed imposte dai dettami religiosi imposti dalla Chiesa: tanto è vero che l’espressione mangiare di magro fa riferimento proprio al contesto quaresimale.

    Il Martedì Grasso essendo l’ultimo del periodo carnascialesco è sempre stato considerato un giorno di passaggio, da un periodo festivo alla cupa Quaresima e spesso è stato avversato dagli esponenti più rigorosi, integralisti e quasi oscurantisti della storia, ovviamente non ci riferiamo soltanto a Casale, che spesso vedevano in tale accantonamento temporaneo dei costumi come l’ingresso per il definitivo abbandono della moralità, infatti IL FALÒ DELLE VANITÀ, che de Ru fucaracciu può esser considerato uno stretto familiare, inscenato dal frate Gerolamo Savonarola e dai suoi seguaci “Piagnoni” nel febbraio del 1497, ne è uno degli esempi, ma solo uno dei tanti.

    Tenute ben presenti tutte queste considerazioni, da qui ad organizzare un vero e proprio simil-funerale con tanto di finte lacrime e altrettanto finte urla di dolore, il passo è breve, brevissimo. Le prime due strofe, ahinoi solo le prime due, de “LA CANTATA DE CARNEVALE” – che è in pratica la nenia che i partecipanti a RU FUNERALE DE CARNEVALE intonano tra un singhiozzo e l’altro (… e tra una risata e l’altra!) – sono:

    1 – (Assolo) Carnevale miu pecché si’ muortu! T’ai mangiatu le fronne a gl’uortu…

    (In coro) – I gioia Ciacione [e chigliu me more de collera – da ripetere due volte]

    2 – (Assolo) E si sapeva che se muriva m’abbuttavu de scorze de lupini.

    (In coro) – I gioia Ciacione [e chigliu me more de collera – da ripetere due volte]

    … ripetiamo, sono soltanto le prime due strofe, solo queste ci sono giunte in eredità dalla tradizione, ma sono sicuramente le più famose da sole bastano per essere coinvolti in una risata generale. In un mondo sempre più veloce e digitale, queste tradizioni popolari restano un legame vivo con le nostre radici, un modo per riscoprire l’importanza delle stagioni, del tempo ciclico e del valore della comunità.

    Tra le tante preoccupazioni che assillano la vita quotidiana non sarebbe il momento di tornare a ridere almeno per un po’?

  • Consorzio di Bonifica: Todisco presidente

    Consorzio di Bonifica: Todisco presidente

    Dopo anni di commissariamento, il Consorzio Generale Bonifica sel Basso Volturno torna finalmente ad avere organi di rappresentanza democraticamente eletti. Alla guida dell’ente è stato eletto Francesco Todisco, che passa così dal ruolo di commissario a quello di presidente, segnando una svolta non solo amministrativa ma anche simbolica.

    Il commissariamento era stato disposto nel 2021 dalla Regione guidata da Vincenzo De Luca. Una fase straordinaria che, come sempre accade in questi casi, nasce con l’obiettivo di rimettere ordine e fornire nuovo equilibrio amministrativo, ma che finisce inevitabilmente per comprimere la dimensione partecipativa e rappresentativa di un organismo che vive, per sua natura, del rapporto con il territorio. Perché il Consorzio di Bonifica è molto più di un ente tecnico-amministrativo, è un presidio silenzioso di sicurezza idrogeologica, un argine contro il dissesto, un attore fondamentale nella gestione delle acque, nella manutenzione dei canali, nella prevenzione degli allagamenti e nella tutela delle aree agricole. In una terra fragile come la nostra, dove basta un temporale più intenso per trasformare strade in fiumi e campagne in paludi, la prevenzione non è un dettaglio: è una necessità vitale.

    Non si tratta solo di scavare fossi o pulire alvei. Si tratta di pianificazione, di controllo costante del territorio, di interventi tempestivi prima che l’emergenza esploda. Ed è proprio qui che sta il valore, spesso sottovalutato, del Consorzio: lavorare quando non si vede, per evitare che si veda il disastro.

    Le prime parole di Todisco da presidente hanno il sapore di una dichiarazione programmatica: «Si apre una pagina nuova, dalla solitudine commissariale alla collegialità degli organi eletti democraticamente». La “collegialità” richiama confronto, condivisione, responsabilità diffusa. Significa tornare a un modello in cui le decisioni non sono il frutto di un atto monocratico, ma di un dibattito interno tra rappresentanti scelti dagli stessi consorziati. Questo non è un aspetto secondario perché in enti come i Consorzi di Bonifica, dove i contributi vengono versati dai proprietari dei terreni e dagli utenti, la rappresentanza democratica è parte integrante della legittimità dell’azione amministrativa. Pagare un contributo è più accettabile quando si sa che a decidere sono organi eletti, non nominati.

    Naturalmente, la fine del commissariamento non è una bacchetta magica. Le criticità strutturali restano: risorse limitate, burocrazia complessa, territori vasti e spesso compromessi da anni di incuria. Ma il ritorno alla normalità istituzionale è un segnale politico importante.

    La nuova presidenza di Todisco parte con un messaggio chiaro: fine della gestione straordinaria, ritorno alla democrazia interna, centralità della collegialità, e questo cambio di passo che dovrà tradursi in atti concreti. E un Consorzio che funziona non si vede. Si sente, semmai, quando manca.

  • “Facite ammuina”: un falso storico creduto verità

    “Facite ammuina”: un falso storico creduto verità

    Il vero, grande problema dei libri di Storia è uno solo: una volta che una falsità viene stampata, diventa difficilissima da correggere, rimuovere o anche solo rimetterla in discussione. La carta, soprattutto quella scolastica, ha una forza quasi sacrale: ciò che è scritto “sul libro” viene percepito come verità definitiva, indiscutibile, certificata: è quasi sempre vero. Accade però che errori, distorsioni, vere e proprie fole continuino a essere tramandate di generazione in generazione, mentre gli aggiornamenti editoriali si concentrano su tutt’altro.

    Si cambiano le copertine, si riorganizzano i capitoli, si aggiungono schede, box, QR code e apparati didattici spesso superflui. Piccole quisquilie, sciocchezzuole che non modificano di una virgola l’impianto narrativo, ma che hanno un effetto molto concreto: costringere le famiglie degli studenti ad acquistare nuovi libri. Molto più raramente, invece, si ha il coraggio, o la volontà, di rivedere criticamente interpretazioni storiche errate, viziate da pregiudizi ideologici o da narrazioni costruite a tavolino.

    Un esempio lampante di questo meccanismo perverso è il trattamento riservato, da oltre un secolo e mezzo, alla dinastia dei Borbone di Napoli. Anzi, a ben vedere, da quasi due secoli. Dire che i Borbone “non abbiano goduto di buona stampa”, per usare un’espressione oggi molto in voga, è un eufemismo clamoroso. Più che di cattiva stampa, si dovrebbe parlare di una sistematica volontà denigratoria, accompagnata da atteggiamenti colposi e, talvolta, deliberatamente mistificatori.

    Eppure, come ogni periodo storico, anche i 126 anni di dominazione borbonica sul Regno di Napoli prima e sul Regno delle Due Sicilie poi, furono caratterizzati da luci e ombre. Nessuno storico serio potrebbe sostenere il contrario. Ma se è vero che non era tutto perfetto allora, è altrettanto vero che non lo è nemmeno oggi. La differenza sta nel bilancio complessivo: un bilancio che, alla prova dei fatti, mostra molte più luci che ombre.

    Basta elencare, senza alcuna indulgenza retorica, le innumerevoli opere architettoniche, industriali, manifatturiere e sociali realizzate in età borbonica per rendersi conto della portata di quelle innovazioni. Infrastrutture, cantieri navali, opifici, istituzioni assistenziali, primati tecnologici e scientifici che portarono il Regno delle Due Sicilie a essere uno degli Stati più ricchi e avanzati d’Europa. Tutto questo, nei manuali scolastici, viene spesso ridotto a note marginali, quando non completamente rimosso.

    Il ridicolo, però, si sfiora, e talvolta si supera, con la diffusione di veri e propri falsi storici, come quello tristemente noto del “facite ammuina”. Espressione napoletana che significa semplicemente fate confusione, fate chiasso, usata in chiave apertamente satirica e popolare. Eppure, una certa storiografia l’ha trasformata in una presunta prova dell’inefficienza e dell’arretratezza della Real Marina borbonica.

    Secondo questa narrazione, la frase sarebbe stata parte di un regolamento ufficiale della Marina del 1841, spesso per pura convenienza propagandistica attribuito all’epoca di Francesco II, così da rafforzare lo sprezzante nomignolo di Franceschiello affibbiato all’ultimo re di Napoli. Peccato che né il regolamento né la disposizione siano mai esistiti. Non compaiono in alcun documento ufficiale del Regno delle Due Sicilie.

    Il celebre testo apocrifo, “tutti chilli che stanno a poppa vanno a prora”, è una burla, una leggenda satirica creata successivamente e diffusa ad arte per ridicolizzare quella che, dati alla mano, era invece una delle migliori marinerie d’Europa. Una bufala, insomma o, per usare un linguaggio più moderno, una fake news postuma, costruita e propagata con la stessa disinvoltura con cui, in altri ambiti, si sono spacciate per scienza le teorie pseudoscientifiche del dottor Cesare Lombroso che pretendeva di attribuire le ragioni del brigantaggio a tratti somatici propri di gente del Sud (!).

    Il problema è che queste falsità trovano terreno fertile in chi non è adeguatamente informato e finisce per dare per vere certe narrazioni che non hanno alcun fondamento documentale. E quando tali narrazioni entrano nei libri di testo, il danno diventa strutturale. Correggere la storia non significa riscriverla in chiave apologetica, ma restituirle complessità, verità e onestà intellettuale. Finché i manuali scolastici continueranno a perpetuare vecchi pregiudizi, aggiornando solo la forma e mai la sostanza, il problema dei libri di storia resterà sempre lo stesso: la falsità stampata che si traveste da verità eterna.

  • Elezioni Provinciali 1 marzo 2026

    Elezioni Provinciali 1 marzo 2026

    Sono 77 i candidati per le Elezioni Provinciali del prossimo 1 marzo: sei le liste ai nastri di partenza tre per il centrodestra, tre per il centrosinistra. Saranno 1297 gli amministratori di 97 comuni chiamati alle urne per il rinnovo del Consiglio dell’Ente casertano. Esclusi dal voto i comuni commissariati: Calvi Risorta, Capodrise, Caserta, Marcianise, Pignataro Maggiore, Portico di Caserta e San Marco Evangelista.

    La platea degli amministratori è stata suddivisa in 5 fasce in base alla popolazione residente: 435 di 40 comuni per la fascia A (inferiore ai 3mila abitanti); 114 di 9 comuni per la fascia B (tra 3001 e 5000); 287 di 22 comuni per la fascia C (tra 5001 e 10mila, è in questa fascia quindi che è compreso Carinola); 386 di 23 comuni per la fascia D (tra 10001 e 30mila); 75 per i 3 comuni di fascia E (sopra i 30mila abitanti).

    Approvati anche i nuovi indici di ponderazione, con i voti dei comuni esclusi che sono stati ridistribuiti tra gli aventi diritto. Le preferenze dei comuni di fascia A hanno indice di ponderazione 24; quelle di fascia B 53; quelle di fascia C 96; quelle di fascia D 90; mentre i voti dei tre grandi comuni (Aversa, Maddaloni e Santa Maria Capua Vetere) hanno indice di ponderazione di 276, per 20mila voti ponderati totali.

    Sono sei i sindaci candidati, tutti a destra, cinque pure gli uscenti su sedici consiglieri provinciali da eleggere.

    Centro Destra per la Provincia di Caserta

    Andrea De Filippo (Maddaloni), Giuseppe (Peppe) Guida (Arienzo), Antonio Scialdone (Vitulazio), Giovanni Innocenti (Aversa), Antonio Schiavone (Casal di Principe), Francesco Paolino (San Prisco), Immacolata (Imma) Lama (Aversa), Rosanna Pilozzi (Galluccio), Adolfo Ferrara (Casal di Principe), Daniela Addio (San Prisco), Patrizia Diana (Liberi), Marcello Buonodono (Mondragone), Francesca Luongo (Castel Volturno), Filippo Ciocio (Lusciano), Francesca Diana Nocera (Dragoni).

    Lista del Presidente Colombiano

    Emilio Nuzzo (San Felice a Cancello), Francesco Luongo (Casaluce), Michele Falco (Parete), Gaetano Di Monaco (Santa Maria Capua Vetere), Luigi De Fusco (Caianello), Luigi Di Buccio (Piedimonte Matese), Costantino Diana (Casapesenna), Ivano Martiello (Sparanise), Luisa De Matteo (Alvignano), Nicolina Cunti (Roccaromana), Maria Nazaria (San Prisco), Carla Massaro (Piana di Monte Verna), Giovanna Di Nardo (San Felice a Cancello), Tiziana Delli Colli (Rocca d’Evandro), Carolina Biavasco (Casaluce), Melania Eviano (Macerata Campania).

    Campo Largo per Caserta

    Danilo Talento (Santa Maria Capua Vetere), Emilio Iannotta (Piedimonte Matese), Ivana Tinto (Sant’Arpino), Veronica Rapa (Teano), Michela Cioppa (Vitulazio), Carlo Federico (Mondragone), Pasquale Ciarmiello (Santa Maria Capua Vetere), Domenico Emiliano Pagano (Parete), Alberico De Angelis (Casal di Principe), Aniello Tessitore (Succivo), Gianluca Mazzotta (Santa Maria La Fossa), Giuseppe Oliviero (Villa Literno), Concetta (Tina) Petrillo (Casagiove), Ramona Anna Giglio (Piana di Monte Verna), Italia Tagliafierro (Maddaloni).

    A Testa Alta

    Loredana Affinito (Capua), Frrancesca Benenati (Maddaloni), Vincenzo Brunzo (Teverola), Elisa Ciccarelli (Alife), Fabio Cipro (Macerata Campania), Giuseppe D’Alterio (Parete), Angelo Di Rubba (Formicola), Maria Grazia Fabiano (Tora e Piccilli), Antonio Fusco (Sessa Aurunca), Concetta Gelvi (Cancello ed Arnone), Giovanna Migliore (Orta di Atella), Enrico Petrella (Grazzanise), Martino Valiante (Santa Maria Capua Vetere), Guido Zanni (Teano).

    Socialisti

    Serena Ceniccola (Castello del Matese), Bianca Del Vecchio (Ruviano), Andrea Di Matteo (Macerata Campania), Bruno Giornano (Villa di Briano), Donadeo Parrillo (Tora e Piccilli), Carmela Ragozzino (Capua), Maria Grazia Stravino (Cervino), Francesco Maria Turco (Cesa).

    Liberi e Democratici

    Cesario Villano (Cesa), Giuseppina Mastroluca (Cellole), Alessio Magellano (Teano), Rosa Donciglio (Casapesenna), Martuccio Serino (Cervino), Maria Antonia Sorbo (Casapulla), Giuseppe Di Monaco (Santa Maria Capua Vetere), Valentina D’Albenzio (Cervino), Annibale Catalano (Valle Agricola).

  • Elezioni provinciali a Caserta

    Elezioni provinciali a Caserta

    Anche se le Province, dopo la riforma Delrio, sono diventate enti di secondo livello e quindi escluse dal voto diretto dei cittadini e sostanzialmente lontane dal comune sentire, le elezioni provinciali continuano a rappresentare un passaggio politico tutt’altro che marginale. È il caso della Provincia di Caserta, dove si avvicina un appuntamento elettorale, in calendario per il prossimo 1° marzo, che pur svolgendosi nel silenzio generale rischia di avere effetti profondi sugli equilibri istituzionali e politici del territorio.

    Il motivo è evidente: il contesto in cui si arriva a questo voto è segnato da due eventi di straordinaria gravità. Da un lato lo scioglimento del Comune di Caserta, capoluogo di provincia, per infiltrazioni mafiose; dall’altro lo scioglimento del Comune di Marcianise, avvenuto in seguito alle dimissioni contestuali di 13 consiglieri comunali, che hanno determinato la caduta anticipata dell’amministrazione. Due fatti diversi nelle cause, ma accomunati da un effetto dirompente: l’assenza dal voto provinciale di due dei principali Comuni del territorio, entrambi oggi commissariati.

    Lo scioglimento del Comune capoluogo pesa come un macigno. Caserta, per popolazione e peso politico, rappresenta storicamente uno degli assi portanti delle elezioni provinciali, soprattutto perché il sistema di voto è ponderato: il voto dei consiglieri e dei sindaci dei Comuni più grandi vale di più rispetto a quello dei piccoli centri. L’assenza di Caserta, così come quella di Marcianise, altera inevitabilmente il quadro. Viene meno una fetta significativa di consenso “pesato” e si rafforza il ruolo dei Comuni medi e piccoli, che diventano decisivi nella costruzione delle maggioranze. In questo scenario, la partita si gioca ancora di più sui tavoli politici, molto più nelle trattative tra amministratori locali.

    È il paradosso delle Province di secondo livello: istituzioni percepite come lontane dal comune sentire, risultano invece fondamentali per il controllo del territorio. La Provincia gestisce strade, scuole superiori, pianificazione e coordinamento sovracomunale. Soprattutto, rappresenta un importante snodo politico, un luogo di sintesi e di mediazione tra partiti, correnti e amministratori. A Caserta questo vale ancora di più, in un territorio storicamente complesso, segnato da fragilità amministrative, commissariamenti, e da un’attenzione costante delle istituzioni centrali sul fronte della legalità.

    I probabili scenari che si delineano sono almeno tre:

    1. Un rafforzamento delle alleanze trasversali, con accordi che superano le tradizionali divisioni ideologiche, in nome della stabilità e della gestione dell’ente.
    2. Un ruolo crescente dei sindaci dei Comuni medi, che diventano gli autentici “grandi elettori” di questa tornata.
    3. Un voto fortemente politico, nonostante la natura tecnica dell’ente, perché l’assenza dei grandi Comuni apre spazi di manovra e riequilibri che i partiti tenteranno di sfruttare anche in vista delle future elezioni comunali e regionali.

    Le elezioni per la Provincia di Caserta, dunque, non sono un semplice adempimento burocratico: anche se i cittadini non voteranno direttamente, le conseguenze di questo voto ricadranno su di loro.

  • Autonomia differenziata o secessione mascherata?

    Autonomia differenziata o secessione mascherata?

    Parliamo di AUTONOMIA DIFFERENZIATA, un argomento apparentemente distante da noi ma che nella realtà incide nella carne viva di noi cittadini del sud Italia, sui nostri problemi quotidiani. Una domanda che molti si stanno ponendo è tanto semplice quanto inquietante: “Se la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ha bocciato punti centrali dell’autonomia differenziata, in particolare il ruolo del Governo nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni che indicano il livello minimo di diritti civili e sociali che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, ovunque vivano, come stabilisce l’articolo 117 della Costituzione, perché il ministro Roberto Calderoli continua imperterrito nel suo progetto di legge?”

    Facciamo un salto indietro. La Corte Costituzionale ha sì validato la legge sull’autonomia differenziata (L. 86/2024), ma ha dichiarato parzialmente incostituzionali alcune disposizioni, stabilendo che l’autonomia deve riguardare “specifiche funzioni” e non intere “materie”, e ha censurato criteri di finanziamento basati sulla spesa storica, imponendo la definizione dei LEP prima del trasferimento, per garantire unità e solidarietà nazionale, pur aprendo alla differenziazione ma entro precisi limiti costituzionali.

    La questione non è tecnica, ma profondamente politica e istituzionale, e riguarda il modo in cui viene interpretato (o forzato) l’equilibrio tra poteri previsto dalla Costituzione. La sentenza n. 192 della Corte Costituzionale ha stabilito un principio fondamentale: i LEP, che è essenziale ribadire devono essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, non possono essere definiti unilateralmente dal Governo, ma devono passare dal Parlamento, che è l’unico organo rappresentativo della sovranità popolare. Questo punto è cruciale: senza LEP chiari, finanziati e uguali per tutti, l’autonomia differenziata rischia di trasformarsi in una secessione mascherata, in cui i diritti diventano variabili geografiche.

    Il ministro Calderoli continua a portare avanti la sua legge per tre ragioni principali: secondo un’interpretazione minimalista della sentenza il Governo sostiene che la Corte non abbia bocciato l’autonomia differenziata in sé, ma solo alcune modalità attuative. Su questa lettura “riduttiva” si fonda la prosecuzione dell’iter legislativo. Considerando la pressione politica delle Regioni del Nord, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna chiedono l’autonomia differenziata da anni, questa è chiaramente una bandiera identitaria della Lega e rinunciarvi significherebbe ammettere una sconfitta politica clamorosa, pertanto portare avanti la legge, rinviando o aggirando i nodi costituzionali, significa scaricare il conflitto su future impugnazioni, confidando che nel frattempo il processo sia diventato irreversibile.

    Il punto più grave non è solo l’autonomia differenziata, ma il metodo: se i LEP vengono stabiliti dal Governo tramite decreti o atti amministrativi, il Parlamento viene ridotto a spettatore. Questo rappresenta un vulnus democratico serio, perché si sposta l’asse delle decisioni fondamentali dai rappresentanti eletti all’esecutivo. In altre parole, non è solo una questione Nord-Sud, ma una questione di democrazia costituzionale. La Costituzione italiana consente forme di autonomia, ma solo nel rispetto dell’uguaglianza sostanziale (art. 3) e dell’unità della Repubblica (art. 5). Insomma senza LEP certi, finanziati e controllati dal Parlamento, l’autonomia spalanca le porte a una sanità diversa per regione, a una scuola diversa per regione, quindi diritti diversi a seconda del reddito territoriale.

    C’è una verità che il dibattito sull’autonomia differenziata cerca di tenere ai margini, ma che oggi non può più essere ignorata: senza LEP definiti dal Parlamento e adeguatamente finanziati, l’autonomia differenziata non è una riforma, è una frattura permanente del Paese; i LEP riguardano diritti fondamentali dei cittadini e stravolgendoli vuole dire che il prezzo lo pagano il Sud, la sanità e la scuola. Eppure il ministro Calderoli continua il suo percorso come se nulla fosse, spingendo una legge che rischia di trasformare l’Italia in un mosaico di diritti diseguali.

    Nel racconto ufficiale, l’autonomia differenziata viene presentata come una modernizzazione dello Stato. In realtà, il Sud è il convitato di pietra, la parte del Paese che pagherà il prezzo più alto. Perché le regioni più ricche partono con bilanci più solidi, infrastrutture migliori, servizi già efficienti. Le regioni del Mezzogiorno, invece, partono da una condizione storica di sotto-finanziamento. Senza una perequazione reale e senza LEP certi, l’autonomia cristallizza le disuguaglianze invece di ridurle.

    La sanità è il campo dove l’autonomia differenziata mostra il suo volto più crudele. Oggi già esistono liste d’attesa infinite al Sud, mobilità sanitaria forzata verso il Nord, ospedali chiusi o depotenziati, carenza cronica di personale medico. Con l’autonomia differenziata, tutto questo rischia di diventare strutturale, infatti le regioni ricche potranno investire di più, assumere di più, offrire di più. mentre le regioni povere resteranno indietro. Il risultato? Cittadini di serie A e di serie B, con la salute che dipende dal codice di avviamento postale. Un principio che viola apertamente l’articolo 32 della Costituzione.

    Ancora più grave è il rischio per la scuola, perché qui si gioca il futuro. L’autonomia differenziata significa programmi diversi, stipendi diversi per gli insegnanti, risorse diverse per strutture e servizi, opportunità formative diverse. Un ragazzo che nasce a Napoli, Reggio Calabria o Palermo non avrà le stesse possibilità di uno che nasce a Milano. Non per talento, ma per territorio. La scuola, che dovrebbe essere lo strumento di riscatto sociale e di unità nazionale, diventa così il meccanismo che riproduce le disuguaglianze.

    Si cerca quindi di mercanteggiare sui diritti che per definizione non sono negoziabili. È questa, ripetiamo, la vera anomalia di questa riforma che non è solo territoriale, bensì democratica. Stabilire i LEP a colpi di decreti governativi significa svuotare il Parlamento e trasformare i diritti fondamentali in materia di trattativa politica. Oggi la sanità, domani la scuola, dopodomani i trasporti e l’assistenza sociale.

    E questo la Corte lo ha chiarito! Quindi quella di Calderoli non è semplice arroganza ma una vera e propria disobbedienza, è forzatura politica. Calderoli, che ricordiamo essere un semplice dentista prestato alla Politica, non sta formalmente “disobbedendo” alla Corte Costituzionale, ma sta spingendo al massimo i margini, forzando il quadro istituzionale e rimandando il conto a domani. Il rischio è altissimo: un’Italia più divisa, un Parlamento più debole e una Costituzione trattata come un ostacolo anziché come una garanzia. A questo punto è legittimo che i cittadini si chiedano: chi decide davvero i nostri diritti fondamentali?

  • Unità? Riscriviamone la Storia!

    Unità? Riscriviamone la Storia!

    La cosiddetta Unità d’Italia, celebrata nei manuali scolastici come l’epopea fondativa della nazione, merita oggi una rilettura più onesta e meno agiografica. Sempre più storici, documenti d’archivio e testimonianze coeve mettono in discussione la narrazione tradizionale, rivelando come l’unificazione sia stata, in larga parte, un’annessione forzata, se non una vera e propria conquista militare, soprattutto nei confronti del Mezzogiorno.

    Archivi militari, relazioni parlamentari, memoriali di ufficiali sabaudi, testimonianze di osservatori stranieri e atti giudiziari dell’epoca raccontano una storia molto diversa da quella proposta nei manuali scolastici. Eppure, nonostante le prove documentali siano ormai ampiamente note, la narrazione ufficiale continua a descrivere l’Unità d’Italia come un processo quasi indolore, sostenuto unanimemente dai popoli della penisola. La realtà, come emerge dai documenti, è ben più complessa: vere e proprie conquiste, plebisciti viziati e risultati orientati con la forza, repressioni militari, sospensione delle libertà civili, utilizzo dell’esercito contro la popolazione. Tutti elementi che difficilmente possono essere liquidati come “incidenti di percorso”. Fatti documentati quindi, non interpretazioni ideologiche.

    Negli Stati via via inglobati nel nascente Regno d’Italia, dal Ducato di Parma al Granducato di Toscana, dallo Stato Pontificio alle Marche e all’Umbria, l’arrivo delle truppe piemontesi fu quasi sempre accompagnato da un copione ormai noto: sparivano le casse pubbliche, i bilanci venivano assorbiti da Torino e le istituzioni locali sciolte o svuotate di potere. Esiste una domanda scomoda, spesso rimossa dal dibattito pubblico: in quali condizioni finanziarie si trovava il Regno delle Due Sicilie al momento dell’annessione al Regno di Sardegna dei Savoia? La risposta, basata su documenti ufficiali e su studi storici seri, è sorprendente e, per certi versi, imbarazzante per la narrazione risorgimentale tradizionale. Alla vigilia del 1860, il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati finanziariamente più solidi della penisola italiana. I conti pubblici erano in ordine, il debito statale contenuto e, soprattutto, le casse dello Stato erano piene.

    Secondo i dati dell’epoca: il Regno delle Due Sicilie possedeva oltre la metà delle riserve auree e monetarie di tutti gli Stati italiani messi insieme; il debito pubblico era modesto rispetto a quello piemontese; la pressione fiscale era più bassa rispetto al Nord; lo Stato borbonico non aveva bisogno di ricorrere sistematicamente a prestiti esteri. Il Regno di Sardegna, al contrario, arrivava all’Unità gravato da un enorme debito, contratto per finanziare guerre, infrastrutture e una politica espansionistica aggressiva. Un debito che, dopo il 1861, venne “nazionalizzato” e scaricato sull’intera popolazione italiana, Sud compreso.

    I Borbone avevano adottato una gestione finanziaria prudente e conservatrice: poche avventure militari, spesa pubblica controllata, moneta stabile. Napoli era una capitale europea di primo piano: poteva vantare il primo sistema ferroviario italiano, importanti cantieri navali, una banca centrale solida, setifici, avviate produzioni alimentari, industrie strategiche (come Pietrarsa). Il nuovo Regno si rivelò una sistematica centralizzazione che trasferì non solo risorse economiche, oro e titoli di Stato verso il Nord, lasciando territori già fragili privi degli strumenti finanziari per governare, ma anche il sistema fiscale piemontese, più pesante, elefantiaco e corrotto, fu imposto al Sud.

    Insomma il Mezzogiorno, da area finanziariamente autonoma, divenne area di prelievo.

    Con la caduta del Regno delle Due Sicilie, il processo di “unificazione” assunse i tratti inequivocabili di una occupazione militare. Il Sud non fu integrato, ma sottomesso. Le opposizioni popolari, liquidate frettolosamente come “Brigantaggio”, furono in realtà un fenomeno complesso, spesso alimentato da ex soldati borbonici, contadini espropriati, comunità intere private di terre, lavoro e dignità: diciamo la verità, più che brigantaggio sarebbe giusto, addirittura ovvio, parlare di “Resistenza”, assimilabile agli anti-fascisti che lottarono contro l’invasore nazista dopo l’armistizio con gli Alleati anglo-americani. La resistenza di chi riteneva l’esercito dei Savoia un invasore da scacciare: contadini in armi che si difendevano altro che briganti che saccheggiavano!

    La risposta dello Stato unitario fu durissima: leggi speciali, come la Legge Pica; tribunali militari; fucilazioni sommarie (i “fratelli piemontesi” fucilarono molto di più degli odiati Austro-Ungarici nel Lombardo-Veneto); paesi incendiati e rasi al suolo; deportazioni e carcerazioni di massa, checché ne dica qualche storico poco accorto. Intere aree del Mezzogiorno furono trattate come territorio nemico. Le stime parlano di decine di migliaia di morti, in una vera e propria guerra civile rimossa dalla memoria nazionale.

    Se negli altri Stati italiani “spariva la cassa”, al Sud sparì un intero sistema economico. Le industrie meridionali, cantieri navali, opifici, ferriere, vennero smantellate o lasciate morire. Le banche del Regno delle Due Sicilie, solide e ben capitalizzate, furono assorbite nel nascente (e finallora indebitatissimo) erario nazional-piemontese o chiuse. Le riserve auree finirono al Nord, mentre al Mezzogiorno restavano tasse più alte, leva obbligatoria e povertà crescente. Il risultato fu un impoverimento strutturale che pose le basi della questione meridionale, trasformando una delle aree più popolose e produttive del Mediterraneo in una periferia interna del nuovo Stato.

    Il Regno delle Due Sicilie non era un paradiso, certo: esistevano ritardi infrastrutturali, squilibri sociali e un’economia ancora in parte agricola. Ma non era uno Stato fallito, né economicamente arretrato come spesso viene descritto. Riconoscere, però, che l’Unità d’Italia fu, almeno in parte, un’annessione violenta non significa rinnegare l’idea di nazione, ma restituire dignità alla verità storica. Significa dare voce a chi non l’ha mai avuta, rompere il silenzio su una pagina rimossa e interrogarsi sulle radici profonde delle disuguaglianze che ancora oggi dividono il Paese. Forse il vero Risorgimento deve ancora compiersi: non quello celebrato con parate e retorica, ma quello fondato su memoria, giustizia e consapevolezza storica. Solo così l’Italia potrà dirsi davvero unita, non per conquista, ma per scelta condivisa.

    Sempre più storici parlano quindi di annessione, colonizzazione interna, centralizzazione forzata. Parole forti, ma che aiutano a spiegare perché, a distanza di oltre 160 anni, il divario Nord-Sud resti una ferita aperta. Alla luce di questi dati, la domanda sorge spontanea: fu davvero un’unificazione tra eguali o piuttosto una conquista politica, militare ed economica? Riscrivere i manuali non vuol dire demolire l’idea di Italia, ma renderla più adulta. Significherebbe riconoscere le responsabilità dello Stato unitario nascente; spiegare l’origine storica delle fratture territoriali; restituire dignità a chi è stato sconfitto e messo a tacere; formare cittadini consapevoli, non fedeli a una narrazione di Stato.

    La domanda, dunque, non è se riscrivere i libri di storia sull’Unità d’Italia, ma perché continuiamo a non farlo, nonostante le prove. Forse perché una verità più complessa mette in crisi identità costruite, equilibri politici, miti fondativi. Ma la storia non serve a rassicurare: serve a comprendere. Solo accettando una narrazione meno celebrativa e più onesta, l’Italia potrà finalmente riconciliarsi con sé stessa. E forse, solo allora, l’Unità smetterà di essere una conquista subita e potrà diventare una memoria condivisa. La storia non è mai neutra: dipende da chi la scrive ed ora è arrivato il momento di riscriverla con più equilibrio e meno retorica!