Desidero subito chiarire un punto fondamentale: l’analisi che sto per proporre (suggestionata dalla convocazione dei comizi elettorali in vista della consultazione per l’elezione del Presidente della Giunta Regionale della Campania e per il rinnovo del Consiglio della stessa) si concentra sui nuovi schemi di lealtà che emergono in un contesto marcatamente post-ideologico, dove l’attrazione del consenso ignora la dottrina e si concentra ossessivamente su figure individuali o broker elettorali. È cruciale sottolineare, tuttavia, che l’indagine non intende affatto affermare che l’assenza di una solida base di scelta valoriale collettiva conduca necessariamente a meccanismi illeciti, eticamente discutibili o a una vera e propria manipolazione del sostegno elettorale.
Affermo, piuttosto, che questi schemi, pur operando molto spesso nella piena legalità, sono strutturalmente diversi da quelli che hanno dominato il Novecento (che nostalgicamente rimpiango), e la loro efficacia, fluidità e rapidità nel riorganizzare l’influenza politica costituiscono un nodo teorico destabilizzante che impone una riflessione critica.
In definitiva mi dolgo nel prendere coscienza e contezza che, sebbene questo processo non sia intrinsecamente “sporco” o fraudolento, l’elettore contemporaneo è ridotto a un cinico consumatore la cui adesione, priva di radici ideologiche e facilmente trasferibile, svuota indubbiamente la dialettica democratica della sua tradizionale matrice idealistica e di lungo periodo.
L’urgenza di quest’analisi (ringrazio gli amici della redazione di casaledicarinola.net per l’eventuale pubblicazione) non è dettata solo dai recenti avvenimenti (uno fra tutti: la convention di Forza Italia a Caserta con la partecipazione di esponenti della maggioranza amministrativa della mia città, maggioranza che ebbi convintamente a votare nel 2021 e di cui altrettanto convintamente apprezzo l’operato), ma affonda le radici in una mia antica passione riaccesa dal ricordo di fameliche letture giovanili di politologia e sociologia politica (conservate nella mia libreria), le chiavi concettuali delle quali si sono rivelate essenziali per decifrare l’attualità.
Pochi giorni fa, in conversazioni rivelatrici via WhatsApp, ho chiesto separatamente a tre miei amici, figure importanti e influenti della politica locale ma con background professionali e inclinazioni ideologiche tradizionalmente divergenti, chi avrebbero supportato alle prossime elezioni regionali. La risposta, concisa e disarmante nella sua convergenza, è stata unanime: Giovanni Zannini, anche dopo il suo recente passaggio a Forza Italia. Questo è il manifesto perfetto di una trasformazione di cui non si può che prendere atto ma che ci impone, al contempo, uno studio approfondito sul come il consenso viene generato. Il voto in questo scenario non è più un atto di fede o di rappresentanza di princìpi politici, ma una speculazione sul potere, una scommessa sulla figura che meglio incarna la capacità di “portare a casa” risorse, servizi o influenza.
Tale efficacia, che come ho detto intriga noi fanatici dell’approfondimento delle dinamiche della politica, affonda le sue radici nell’atrofia ideologica del sistema partitico, radicata nell’affermazione del Partito Pigliatutto (Catch-all Party), descritto da Otto Kirchheimer nel 1966. Il riferimento (ma tu guarda quali letture mi induceva il compagno prof. Fausto Cerbarano) è al suo saggio The Transformation of the Western European Party Systems (pubblicato in Political Parties and Political Development, 1966). Come può sostenere chi legge le sue parole, Kirchheimer descrisse l’abbandono volontario (ripeto: volontario) del “fardello ideologico” – le dottrine rigide che limitavano la base elettorale – al fine di massimizzare il consenso. Il partito si riduce, in questa fase, a un brand pragmatico. Il voto non è attratto da una Weltanschauung (visione del mondo), ma dalla strategia dei temi consensuali (valence issues – questioni di valore): si promettono, ad esempio, “efficienza”, “prossimità al territorio” (evvai Zannini!!!!) o “ordine”, elementi sui quali è difficile dissentire, ma che mascherano l’assenza di visione programmatica e l’incapacità di generare sane e propositive cleavages (fratture sociali/divisioni politiche).
A questo si è sovrapposto il modello del Partito Elettorale-Professionale di Angelo Panebianco. Questo modello è sviluppato nel suo testo fondamentale Modelli di partito. Organizzazione e potere nei partiti politici (Il Mulino, 1982). In esso, l’organizzazione interna viene assoggettata alla logica del marketing politico e della gestione manageriale del consenso. Qui, la verità programmatica non conta; contano i sondaggi e gli specialisti del consenso che plasmano l’offerta sui desideri estemporanei degli elettori. Il voto è concentrato sulla base di una percezione di competenza venduta in modo aggressivo e continuo.
L’esempio del noto politico mondragonese, capace di migrare tra schieramenti antitetici (fino al recente passaggio a Forza Italia) pur mantenendo intatto – se non ampliando anche esponenzialmente – il proprio elettorato, illustra il trionfo della personalizzazione della leadership. Il leader si erge a vettore di identità unico e dominante, la cui forza deriva dalla visibilità mediatica e, crucialmente, dalla sua innegabile capacità di mediazione e influenza sul territorio. La sua immagine funge da collante emotivo del voto, disancorando il sostegno dalla fedeltà di partito. Il risultato è la trasformazione del sostegno in un “bagaglio di voti ad alta mobilità” non legato a una bandiera, ma a un capitale personale direttamente trasferibile tra le diverse sigle politiche.
Per completare il quadro, sarà utile considerare anche altre figure che, come Zannini, dominano incontrastate il panorama del voto di preferenza e che hanno recentemente cambiato i contenitori elettorali di riferimento. Con puro animo scientifico, ho analizzato quindi analoghe traiettorie di attrattori di consenso, veri e propri “re delle preferenze” – come le figure Nicola Caputo e Gennaro Oliviero. Il loro successo non risiede nella coerenza di un simbolo di partito o nell’immutabilità di una dottrina, bensì nella forza del nome e del capitale fiduciario personale che riescono a portare in dote a qualsiasi schieramento. Il voto diviene, in questa ottica, una moneta di scambio strategica, svelando la riorganizzazione del sistema democratico non attorno agli ideali e ai valori, ma attorno agli interessi e al potere contrattuale degli individui che sanno come capitalizzare l’assenza di ideologia.
Mi soffermerò infine, anche se più brevemente, sui casi dei miei concittadini Massimo Grimaldi e Rosa Di Maio.
Cominciamo, tuttavia, proprio dall’attuale Presidente della Commissione Ambiente in seno al Consiglio Regionale della Campania.
L’efficacia elettorale di figure come Giovanni Zannini, che ho identificato come un manifesto della personalizzazione del consenso trasferibile, non si esaurisce (ed anzi non si declina solamente) nel carisma o nella visibilità mediatica. Essa si fonda, piuttosto, sull’implementazione metodica di un’attività politica che, con un eufemismo, potremmo definire di “facilitazione”. Questa meccanica del potere costituisce il passaggio operativo da un mero broker teorico (il leader di Panebianco) a un mediatore effettivo e vincente sul campo.
La strategia del “facilitatore” è, nella sua essenza, il superamento pragmatico e utilitaristico della burocrazia, un meccanismo che sfrutta l’inefficienza endemica del sistema come propria benzina propulsiva. Zannini non propugna un’ideologia o una visione del mondo, ma offre una capacità specifica e vitale: la prerogativa di accesso ai flussi finanziari e decisionali della Regione. Per gli enti locali e le amministrazioni provinciali – i veri e propri terminali del consenso di prossimità – spesso paralizzati da carenze strutturali e da labirinti amministrativi insormontabili, la figura del “facilitatore” diventa indispensabile e insostituibile.
È qui che si manifesta la cinica genialità di questa intermediazione elettorale. Zannini non ha utilizzato, negli ultimi dieci anni, il suo ruolo di consigliere regionale per fare proselitismo per un simbolo mutevole, ma per agire direttamente sul sistema dei finanziamenti. La sua “facilitazione” è la chiave che sblocca i meccanismi più ostici: con lui, gli apparati comunali sono agevolati nell’ottenimento dei contributi regionali, dei bandi europei, delle autorizzazioni necessarie. Il mediatore sfrutta la sua collocazione strategica per intercettare e indirizzare le risorse. Ciò implica che, in un contesto di scarsità di fondi e forte competizione tra i comuni, la sua vicinanza si traduce in una corsia preferenziale tangibile per i sindaci e gli assessori a lui affiliati. Non è la validità intrinseca del progetto comunale a garantire l’approvazione, ma l’intercessione e la spinta personale del broker che si erge a garante presso il forziere regionale.
Così si cementa una lealtà verticale utilitaristica tra il broker e il notabilato locale (sindaci, consiglieri, figure apicali). Quando un Comune ottiene un finanziamento per un’opera pubblica (una strada, una scuola, un servizio che egli suole elencare tutti nella sua propaganda dalla parola d’ordine “CONCRETEZZA”), il merito viene attribuito non all’istituzione astratta (la Regione), ma all’impegno e all’intercessione personale di Zannini. Questa rete di riconoscenza politica è la vera base del suo capitale di voto ad alta mobilità. Il sostegno elettorale, dunque, non è per l’ideale, ma per la ricompensa tangibile assicurata dal facilitatore.
In sintesi, questa strategia svuota la politica regionale di ogni valenza programmatica generale. La rappresentanza non è esercitata in funzione di un mandato ideologico (che, come visto, il broker cambia a piacimento), ma come una macchina di intermediazione per l’ottenimento di benefici concreti e localizzati. Questo meccanismo trasforma il voto in una risorsa utilitaristica, agevolmente trasferibile dal mediatore a qualsiasi sigla partitica decida di sposare, a patto che mantenga la chiave d’accesso al potere. Zannini non vince per le sue proposte, ma perché, in un sistema complesso e inefficiente, è percepito come colui che “sblocca” gli ingranaggi amministrativi per la sua fitta rete di fedelissimi.
Veniamo a Nicola Caputo, il mio amico Nicola Caputo. Anch’egli passato da poche settimane nelle fila di Forza Italia.
Se Giovanni Zannini incarna la figura del “facilitatore” che sblocca i fondi a valle (a livello del singolo progetto comunale), Nicola Caputo rappresenta una strategia di brokeraggio elettorale molto più strutturale e, in un certo senso, più sottile e “sana”: quella del “Programmatore”. Questo approccio, pur rispondendo alla medesima logica utilitaristica del consenso trasferibile, agisce a monte, sul sistema stesso della distribuzione delle risorse.
Da Assessore all’Agricoltura (carica da cui si è dimesso una decina di giorni orsono), Caputo non focalizza la sua comunicazione sul singolo finanziamento ottenuto dalla singola impresa o amministrazione (la gratitudine ad personam), ma sullo stanziamento complessivo e sulla progettualità strategica dei fondi. Egli si promuove come l’architetto che ha saputo attrarre e allocare ingenti somme – spesso europee, come quelle dei Piani di Sviluppo Rurale (PSR) o dei Piani Strategici della PAC (CSR) – destinate all’intero settore agricolo regionale.
La sua attività di brokeraggio non è quella del mediatore di pratiche, ma del garante dell’opportunità. Invece di personalizzare la vittoria ottenuta, egli personalizza la promessa futura. Celebri, in questo senso, sono i suoi calendari di programmazione (Novelio, te ne mando uno per completezza) che pubblicizza con grande efficacia: veri e propri scheduling dell’uscita dei bandi e delle relative somme disponibili. Questo strumento di comunicazione trasforma l’Assessore in un faro di chiarezza e certezza in un contesto amministrativo notoriamente opaco e lento.
Caputo utilizza la pianificazione finanziaria come chiave di volta del suo consenso. Annunciando lo stanziamento di decine o centinaia di milioni di euro per lo sviluppo agricolo, egli si lega direttamente a un’intera categoria produttiva – gli agricoltori, le cooperative, le imprese agroalimentari, le associazioni di categoria (Coldiretti, Cia, Confagricoltura ecc.) che infatti gli hanno unanimemente tributato un sincero e pubblico ringraziamento per il lavoro svolto – che diventa dipendente non da una pratica specifica, ma dalla continuità del flusso programmatico che lui ha istituito. Il voto in questo caso non è per l’elemosina ottenuta, ma per la sicurezza di un sistema che lui promette di mantenere in vita.
È un approccio più “elegante” del puro clientelismo del “facilitatore”. Mentre Zannini scambia un favore immediato con un sostegno immediato, Caputo scambia la garanzia di un framework finanziario stabile con una lealtà di categoria prolungata.
Entrambe le strategie, beninteso, svuotano la politica della sua funzione ideologica e la riducono a un mero veicolo per l’ottenimento di risorse. Ma il consenso di Caputo è un consenso di settore che si mobilita in blocco per mantenere l’architetto del Programma alla console di comando.
Eccoci a Gennaro Oliviero
Se Zannini è il “facilitatore” che sblocca i fondi a livello comunale e Caputo il “programmatore” che genera consenso strategico a livello di settore, Gennaro Oliviero – l’ultimo dei “re delle preferenze” che ho considerato emblematico prima di passare ai miei concittadini – rappresenta il vertice, l’archetipo del brokeraggio elettorale ancorato alla carica istituzionale. La sua tattica, la più rigida delle tre, sfrutta la sua posizione per trasformare la gestione delle risorse umane in fedeltà di voto.
Il consenso di Oliviero è sì profondamente personalizzato, ma non è trasferibile con la medesima libertà camaleontica di Zannini. La sua nicchia di consensi dovuta al riverbero socialista – quel che resta del suo storico brand ideologico – pur riducendosi a un’esigua percentuale del 10% del suo totale, è sufficiente a imporgli di muoversi esclusivamente all’interno dell’ambito del centro-sinistra (passa in pochi anni, lui ed il suo vasto entourage, dalle sigle socialiste al PD e oggi capeggia una lista legata a De Luca). Questo 10% funge quindi da ancora ideologica residuale: è un piccolo cleavage che definisce il perimetro, ma non il volume, del suo potere.
Senza indugio considero: Gennaro Oliviero è un politico di indubbia statura. È acuto, profondamente intelligente e un conoscitore minuzioso e quasi enciclopedico degli asset di sviluppo locali, regionali, nazionali ed europei che attiva con notevole sapienza e visione. Non è un politico improvvisato: è il terminale di una storia importante e di un’esperienza che gli conferiscono un’autorità e un’apertura strategica rare. Purtuttavia la stragrande maggioranza del suo elettorato è motivata soprattutto dal suo potere di carica specifico (dal 2015 ancor di più): Oliviero è riconosciuto come colui che fa le nomine. La sua posizione istituzionale attuale gli conferisce, così è nella percezione diffusa, la facoltà di distribuire ruoli e posizioni all’interno di enti, authority, consorzi e società regionali. Chi ha nominato lo spumeggiante e bravissimo Adolfo De Petra a Presidente del Parco di Roccamonfina? Senz’altro Oliviero! Questa è la convinzione di tutti.
Non si tratta allora di fondi generici (Caputo) o di pratiche comunali sbloccate (Zannini), ma della gestione diretta del capitale umano e di conseguenza (in mancanza di altri luoghi di selezione della classe dirigente) politico.
Ma è davvero così? Davvero Gennaro Oliviero ha un potere così importante di disporre nomine? Ebbè sì. E non solo di fatto, ma anche di diritto.
Questa prassi è formalmente sostenuta, infatti, dalla Legge Regionale 7 agosto 1996, n. 17 (“Nuove norme per la disciplina delle nomine e delle designazioni di competenza della Regione Campania”) e successive innumerevoli modifiche ed integrazioni, che quindi nel testo vigente è lo scheletro legale del suo brokeraggio. L’Art. 3, comma 3, lettera a) attribuisce al Consiglio regionale (e, nella prassi, all’influenza del suo Presidente) la competenza sulle nomine dei componenti che esercitano funzioni di controllo e garanzia negli enti più strategici della regione. Il voto per Oliviero è quindi un investimento sulla carriera, poiché la sua posizione garantisce, alla sua rete di fedelissimi e aspiranti, la chance di occupare posizioni di controllo.
La Legge 17/1996, all’Articolo 8 (“Procedura per le nomine di competenza del Consiglio”), rivela l’efficienza cinica con cui il potere di nomina viene gestito, confermando che il Presidente è il vero e proprio filtro e motore del processo.
Le proposte di candidatura per gli organismi di controllo e garanzia vengono presentate direttamente dal Presidente del Consiglio Regionale. L’Articolo 8, comma 1, stabilisce: “Le proposte di candidatura presentate dal Presidente del Consiglio regionale ai sensi dell’articolo 6 sono trasmesse alla competente commissione consiliare non oltre dieci giorni dalla data di presentazione.” Non è quindi l’assemblea a proporre, ma il suo Presidente.
Il dato più rivelatore, che la dice lunga sul potere concentrato nella figura di Oliviero, è il termine perentorio concesso alla Commissione Consiliare. L’Articolo 8, comma 2, afferma: “La Commissione, entro trenta giorni da quello in cui sia pervenuta la richiesta, esprime il proprio parere. Decorso infruttuosamente tale termine si prescinde dal parere.”
Questo passaggio è cruciale: se la Commissione non si pronuncia entro trenta giorni, il parere viene di fatto ignorato (si prescinde dal parere) e il processo prosegue. La mancata espressione di parere (spesso dovuta a lungaggini burocratiche o a manovre interne) non blocca il meccanismo, ma al contrario, ne accelera l’iter. Il potere del Presidente del Consiglio Regionale si manifesta quindi non solo nella proposta iniziale, ma nella capacità di superare l’inerzia o la potenziale resistenza politica della Commissione.
Ma quali sono le nomine di diretta influenza di Oliviero? Di seguito l’elenco (preciso che molti degli enti messi in fila hanno subito variazioni, accorpamenti, cassazioni ecc. ma insomma dall’elenco preso dagli allegati originari alla legge regionale in parola ci si può fare un’idea).
Il potere di nomina si concentra sulle Aziende Sanitarie Locali (ASL) di tutta la regione (Napoli 1, Napoli 2 nord, Napoli 3 sud, Caserta, Avellino, Benevento e Salerno) e sulle principali Aziende Ospedaliere (“S. Giuseppe Moscati” ad Avellino, “Gaetano Rummo” a Benevento, “S. Anna e S. Sebastiano” a Caserta, “Antonio Cardarelli”, “Ospedale dei Colli” e “Santobono-Pausillipon” a Napoli). Sono incluse anche le Aziende Ospedaliere Universitarie (“Federico II”, “SUN” a Napoli e “S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” a Salerno).
Sul fronte socio-assistenziale, il Consiglio nomina gli organismi di controllo negli Istituti Autonomi Case Popolari (IACP) di tutte le province, nelle Aziende per il Diritto allo Studio Universitario (ADISU) legate ai principali atenei (Federico II, Suor Orsola Benincasa, Parthenope, L’Orientale, Seconda Università di Napoli, Salerno, Benevento) e negli Enti per la Promozione del Turismo e nelle Aziende Autonome di Cura, Soggiorno e Turismo di numerosi comuni, tra cui Napoli, Caserta, Benevento, Avellino, Salerno, Amalfi, Capri, Ischia, Procida e Sorrento.
La governance del territorio è presidiata dalle nomine negli organi di controllo dei Consorzi di Bonifica, che sono l’Ufita, l’Aurunco (soppresso), il Bacino Inferiore del Volturno, il Sannio Alifano, la Conca di Agnano e dei Bacini Flegrei, il Paludi di Napoli e Volla, il Comprensorio Sarno, il Destra del Sele, il Paestum – Sinistra del Sele, il Vallo di Diano e Tanagro, e il Velia – Bonifica del Bacino dell’Alento. Parallelamente, il potere si estende agli Enti Parco Regionali e Riserve Naturali di Campi Flegrei, Partenio, Matese, Bacino idrografico fiume Sarno, Monti Lattari, Monti Picentini, Roccamonfina e foce Garigliano, Taburno – Camposauro, Colline Metropolitane Napoli, Riserva foce Volturno – Costa di Licola e lago Falciano, e Riserva foce Sele-Tanagro e monti Eremita Marzano.
Infine, il Consiglio Regionale provvede alla nomina diretta di figure e organismi con funzioni di controllo, consulenza e garanzia, tra cui il difensore civico presso la Regione Campania, la commissione pari opportunità e la Commissione regionale realizzazione parità diritti ed opportunità tra uomo e donna. Vengono nominati anche il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il garante dell’infanzia e dell’adolescenza, il Comitato dei Garanti e i componenti di diverse Consulte Regionali (per l’emigrazione, l’immigrazione extracomunitaria, gli anziani, la cooperazione e la bonifica), oltre a Commissioni (per il lavoro, l’artigianato e i carburanti) e Comitati (Comitato consultivo regionale Aree naturali protette, Comitato per la pace e per i diritti umani e Comitati Misti con le Forze Armate).
Perbacco.
In definitiva, il brokeraggio di Gennaro Oliviero si rivela il più elevato e sofisticato tra gli esempi analizzati. Non scambia semplicemente facilitazioni (come Zannini) né programmi (come Caputo), ma distribuisce l’autorità stessa, agendo sulla gestione del potere di nomina e garantendo l’accesso a posizioni di prestigio e controllo istituzionale.
Siamo di fronte, anche in questo caso. all’accentramento del consenso per motivi non ideologici, ma è fondamentale riconoscere che la levatura del politico originario di Sessa Aurunca garantisce una certa qualità al sistema.
Come anticipato faccio un breve cenno alla fenomenologia del consenso che viene tributato a due miei concittadini (anche loro soliti a cambi di casacca): Massimo Grimaldi (Nuovo PSI, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega) e Rosa Di Maio (appoggio elettorale al centro-sinistra carinolese capeggiato da Antimo Marrese, poi Nuovo PSI, poi FDI).
Cominciamo da Massimo, persona raffinata e dai buoni sentimenti.
L’operazione intellettuale che propone è molto fine: sposta il consenso dall’iniziale e gridato “Anche alla Regione sarò uno di voi” (ricordate?) al “Venite con me in Regione” (sussurrato)che del primo slogan è l’evoluzione. La sua strategia si basa, attenzione, sulla vendita del suo successo individuale. La sua leadership ostenta garbatamente un estremo privilegio – fatto di visibilità, stili di vita e potere dovuti alla sua carica – che funge da magnete emotivo. La sua immagine è la prova tangibile della sua efficacia e della capacità di vincere nel sistema. L’invito latente “Venite con me” promette all’elettore, ormai ridotto a “consumatore”, una via d’accesso simbolica e aspirazionale a quell’orbita di status e affermazione personale (condita da quella scanzonata e sfacciata fortuna che esibisce ma che è pronto a partire con i suoi sostenitori) rappresentata dalla sua immagine pubblica. Il voto dei suoi elettori diventa (lui lo sa) una scommessa sul broker più vincente (è sempre eletto il mio amico mascalzone) al fine di assicurarsi un angolo di paradiso (che lui condivide e ridistribuisce). Ovviamente sto esagerando per rendere l’idea e rafforzare i concetti, Massimo non me ne voglia.
Infine la prof.ssa Rosa Di Maio, recordwoman delle preferenze a livello comunale (pronosticabile un grande successo anche nella dimensione del collegio regionale casertano). Mi dilungherò un po’ di più perché mi accorgo mentre scrivo che il suo caso è assai emblematico.
Come cavolo fa, si chiedono in molti, a valere 800 preferenze al Consiglio comunale e a portarsi a spasso questo consenso per tutto l’arco costituzionale? Beh, io mi sono fatto un’idea, personale quanto si vuole ma abbastanza precisa.
Ella incarna una variante del consenso di indubbia raffinatezza, costruita sull’archetipo della aristocrazia di ceto e di competenza.
Se gli altri broker vendono l’accesso al sistema finanziario o istituzionale, la prof.ssa Di Maio capitalizza un bene più raro e inattaccabile: il suo capitale sociale e simbolico. La sua figura di riferimento dell’alto rango locale fa sì che il consenso non sia attratto da un beneficio materiale immediato, ma dalla garanzia di autorevolezza e dall’affidabilità percepite. Il voto per lei è un’adesione alla leadership “naturale” del territorio.
La sua levatura professionale suggerisce una competenza inattaccabile e una capacità di visione superiore alla media del politico professionista. In un contesto di atrofia ideologica, la sua expertise diventa poi il tema consensuale (valence issue) dominante.
Il suo “bagaglio di voti ad alta mobilità” (ad esempio le 800 preferenze comunali trasferibili) è indiscutibile. Questa capacità di migrazione, pur mantenendo intatta o addirittura in continua crescita la base, è l’espressione massima della personalizzazione. L’elettore non vota il partito (che lei cambia), ma l’integrità e il successo personale che il suo nome rappresenta. La bandiera di partito è, in questo caso, un mero container per un prodotto elettorale che indubbiamente è di altissima qualità.
La sua posizione di elite percepita e meritata è così forte da neutralizzare le differenze ideologiche degli schieramenti. Scegliere un’esponente di questa aristocrazia non è un atto ideale, ma una scelta pragmatica per assicurarsi un rappresentante di alto livello che non può essere facilmente messo in discussione o rimosso.
Il suo modello di brokeraggio è il più sottile, in quanto non è puramente clientelare. Non si limita a sbloccare pratiche o distribuire posti, ma offre la garanzia di affidabilità e di rappresentanza autorevole presso i centri di potere. Votarla significa che il territorio sarà rappresentato da un’entità forte e rispettata.
L’elettore associa il proprio voto al successo e al prestigio personale di Rosa, in un meccanismo di adesione alla riuscita individuale che promette ordine e sicurezza all’intera comunità.
In sintesi, Rosa Di Maio è la dimostrazione che il capitale personale che rende il consenso trasferibile può derivare non solo dalla capacità di intermediazione, ma anche da una posizione dominante così forte da trascendere e rendere irrilevanti le logiche partitiche.
Il consenso ottenuto dalla Prof.ssa Rosa Di Maio è, come detto e tuttavia, emblematico del paradosso che sta annientando la politica. La sua figura attrae un sostegno che, per la sua associazione a competenza e prestigio personale, appare il più avvicinabile a un voto d’opinione disinteressato. L’elettore la sceglie per la qualità e l’autorevolezza che la sua persona proietta, non per il vile scambio di un favore.
Tuttavia, è proprio questa scelta basata sul capitale aristocratico a rappresentare l’epitaffio della Politica.
Quando il voto d’opinione si concentra massivamente su un individuo di tale caratura e viene trasferito “per tutto l’arco costituzionale”, significa che l’opinione non si basa più su visioni ideologiche o programmatiche, ma sulla cruda valutazione del capitale personale. L’elettore esprime la sua “opinione” votando per l’unica figura che ritiene realmente vincente e al di sopra del disastro partitico.
Questo voto non è quindi un atto di fede in una visione collettiva, ma una fredda adesione al successo, dove l’opinione si riduce al cinismo pragmatico di scegliere il broker più forte. Il risultato finale è che l’opinione, anziché rigenerare il dibattito, ne sancisce la morte, trasformando la democrazia in un mercato del prestigio personale dove l’unica metrica è la capacità di affermazione individuale.
Mi fermo qui. Ho dato libero sfogo alla mia passione e spero di non aver eccessivamente annoiato.
In bocca al lupo a tutti gli interessati. Mi auguro non uno ma più successi.
Emiliano Polia









