Ogni anno l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) pubblica il grande “termometro” dei rifiuti italiani, e anche stavolta ci consegna una fotografia che fa riflettere: l’Italia sulla raccolta differenziata cresce, migliora, si impegna… ma continua a viaggiare a due velocità. Un po’ come un’auto che funziona benissimo da un lato e arranca dall’altro.
Il dato nazionale: bene, ma non benissimo!
La percentuale italiana sfiora il 65%, cioè l’obiettivo minimo imposto dall’Europa. Un traguardo che possiamo considerare raggiunto, sì… ma con un grande asterisco: fare raccolta differenziata non significa automaticamente riciclare tutto ciò che buttiamo nei vari bidoni.
L’ISPRA è chiara: ci sono materiali, carta, vetro e soprattutto l’organico, che stanno andando molto bene. Ma ce ne sono altri, tipo la plastica, che continuano a creare problemi perché spesso sono sporchi, mescolati o semplicemente non riciclabili.
L’Italia è spaccata in tre e questo è un classico, ma vale la pena ricordarlo: Nord, Centro e Sud non si muovono insieme.
Nord: oltre il 70% di differenziata. Qui il sistema funziona: raccolta porta a porta, impianti moderni, organizzazione e controlli.
Centro: risultato discreto, attorno al 60–65%. La volontà c’è, ma gli impianti scarseggiano e spesso i rifiuti fanno “viaggi della speranza”.
Sud: cresce, e questo va riconosciuto, ma resta indietro. La media supera di poco il 55%. Ci sono realtà virtuose e altre dove la differenziata è ancora un miraggio.
Insomma: non basta “fare la differenziata”, servono strumenti e strutture per gestirla. Il vero problema: gli impianti (che non ci sono) e il rapporto ISPRA lo dice senza mezzi termini: mancano impianti, soprattutto al Sud. E quando mancano gli impianti, tutto diventa più difficile e più costoso: i rifiuti viaggiano, vengono trattati altrove, si moltiplicano i trasporti e si allungano i tempi.
È come avere un raccolto abbondante ma nessun mulino per trasformarlo: alla fine, metà del lavoro va sprecata.
L’organico oggi è la frazione più raccolta in Italia. Compostaggio, digestione anaerobica, produzione di biogas: la filiera dell’organico si sta strutturando bene e rappresenta una delle parti più moderne del settore. Se c’è un esempio di economia circolare che funziona, è proprio questo.
La plastica è la frazione più ingannevole: noi la differenziamo, convinti che finisca tutta nel riciclo… ma non è così. Il rapporto ricorda che una parte notevole della plastica raccolta non è riciclabile: o perché sporca, o perché composta da materiali misti, o semplicemente perché progettata male. È un problema che riguarda sia i comportamenti dei cittadini sia le scelte delle aziende produttrici.
Un passo avanti c’è: l’Italia sta riducendo la quantità di rifiuti in discarica. Ma restiamo lontani dai Paesi europei più virtuosi, dove la discarica quasi non esiste più.
In alcune regioni, invece, è ancora troppo usata.
Uno dei punti più importanti del rapporto riguarda la qualità del conferimento. Non basta separare: bisogna farlo bene. Un sacchetto dell’umido pieno di plastica o un contenitore sbagliato nella raccolta del vetro rendono tutto più difficile (e più costoso).
I comuni che hanno sistemi porta a porta strutturati registrano non solo più differenziata, ma anche raccolte più pulite.
La fotografia dell’ISPRA ci racconta un’Italia che sta crescendo e che, almeno sulla carta, raggiunge gli obiettivi minimi europei. Ma ci dice anche che la vera sfida non è “quanto raccogliamo”, bensì cosa riusciamo davvero a riciclare.
Per fare il salto servono: impianti moderni e distribuiti meglio, cittadini più attenti, aziende che producano imballaggi riciclabili, amministrazioni locali capaci di programmare e controllare. La raccolta differenziata non è un gesto meccanico: è un pezzo di futuro, ed è proprio dai dettagli che si vede quanto un Paese ci creda davvero.