A un ricevimento un caro amico, anch’egli interessato agli antichi ricordi casalesi, mi raccontava che anni addietro l’anno 1934, quindi quasi un secolo fa, veniva ricordato come un anno nefasto per l’agricoltura, a tutti i livelli e per qualsiasi raccolto. Per fare un esempio concreto mi disse una frase che era diventata consuetudinaria tra i contadini di una volta e, ovviamente si riferiva all’uva (diciamo ovviamente perché a Casale la vigna è sempre stata una coltivazione privilegiata: «Chigl’annu pe’ vignignà avastava ru mantesinu!», «Quell’anno per vendemmiare bastava il grembiule!», alludendo a un così scarso raccolto che per i pochi grappoli era sufficiente il grembiule che le massaie di un tempo indossavano abitualmente invece dei soliti tini e cassette.
In effetti il 1934 è ricordato, in gran parte d’Europa e, come visto, anche in Italia, come uno degli anni climaticamente più anomali del XX secolo. Fu un anno segnato da temperature eccezionalmente elevate, scarsità di precipitazioni e prolungati periodi di siccità, che ebbero ripercussioni profonde sull’agricoltura e sull’economia rurale, già fragile in molti territori. Dal punto di vista meteorologico, il 1934 si distinse per un andamento fortemente irregolare. L’Inverno fu relativamente mite e povero di neve, soprattutto nelle regioni centro-settentrionali. Questa mancanza di accumulo nevoso ridusse le riserve idriche primaverili, fondamentali per i campi e i corsi d’acqua.
La Primavera, anziché portare piogge rigeneranti, risultò asciutta e spesso ventosa. Ma fu soprattutto l’Estate del 1934 a entrare nella memoria collettiva: un’Estate torrida, con temperature persistentemente sopra la media e lunghi periodi senza precipitazioni significative. In diverse aree della Penisola si registrarono record di caldo che, per l’epoca, apparvero eccezionali. L’Autunno, infine, non riuscì a compensare il deficit idrico accumulato: le piogge arrivarono tardi e in modo irregolare, spesso sotto forma di rovesci improvvisi, poco utili ai terreni ormai induriti dalla siccità.
Le conseguenze sull’agricoltura furono pesanti e diffuse. Il grano, coltura strategica anche dal punto di vista politico nell’Italia degli anni Trenta, subì un forte stress idrico. Le spighe risultarono più piccole e la resa per ettaro diminuì sensibilmente, soprattutto nelle regioni meridionali e nelle zone interne. Per quanto riguarda poi mais e foraggi la scarsità d’acqua compromise la crescita delle piante, con effetti diretti anche sull’allevamento, che si trovò a fronteggiare una riduzione dei mangimi disponibili. Veniamo ai vitigni e all’olivo: la vite resistette meglio in alcune aree, ma la qualità dell’uva risultò disomogenea (a Casale come abbiamo visto fece disperare i nostri nonni), e in molte zone si ebbero vini più alcolici ma meno equilibrati. L’olivo, pianta rustica ma non invulnerabile, soffrì soprattutto nei terreni più aridi, con una produzione ridotta di olive. Infine per quanto concerne ortaggi e colture minori bisogna sottolineare che nelle campagne prive di sistemi di irrigazione efficienti, molte colture andarono perse o produssero quantitativi minimi, incidendo sull’alimentazione quotidiana delle famiglie contadine.
In un’Italia ancora largamente agricola, il clima del 1934 aggravò condizioni di vita già difficili. La riduzione dei raccolti significò minori entrate per i contadini, aumento dei prezzi di alcuni generi alimentari e maggiore dipendenza dalle scorte statali o dalle importazioni. L’anno mise anche in evidenza la vulnerabilità dell’agricoltura tradizionale agli eventi climatici estremi, in un’epoca in cui la meccanizzazione era limitata e l’irrigazione diffusa solo in alcune aree privilegiate.
A distanza di quasi un secolo, il 1934 appare come un precedente storico di clima estremo, utile a comprendere quanto l’andamento meteorologico possa incidere profondamente sulla produzione agricola e sull’equilibrio sociale. Oggi a certi esagerati sbalzi climatici siamo stati purtroppo costretti a farci l’abitudine, tanto che quasi non li consideriamo più sbalzi eccezionali, ma nel pieno del dibattito sui cambiamenti climatici, quell’anno lontano ci ricorda che l’agricoltura è sempre stata, e continua a essere, uno dei settori più esposti alle variazioni del clima.