In questi giorni di fine gennaio 2026, un ciclone mediterraneo di straordinaria potenza, il famigerato ciclone Harry, si è abbattuto con violenza sulle regioni meridionali dello Stivale, scatenando piogge torrenziali, venti tempestosi e mareggiate eccezionali. Sebbene non si siano registrate vittime grazie agli allarmi tempestivi e all’efficace sistema di protezione civile, i danni materiali sono enormi e il loro impatto sulle comunità locali è profondo e duraturo. Le aree maggiormente devastate dal ciclone sono Sicilia, Sardegna e Calabria, con effetti significativi anche lungo alcune coste ioniche e tirreniche meridionali.
La Sicilia è sicuramente la regione più colpita e ha subito il maggior impatto economico e infrastrutturale con oltre 1 miliardo di euro di danni stimati tra infrastrutture, abitazioni, attività produttive e porti. Strade e ponti crollati o gravemente danneggiati, con interruzioni della viabilità soprattutto lungo le coste ioniche; linee ferroviarie interrotte, con tratti di rotaie sospesi o inutilizzabili; porticcioli e stabilimenti balneari distrutti, compromettendo l’economia turistica locale; allagamenti diffusi, case e negozi sommersi da acqua e detriti; barche affondate o danneggiate nei porti, con costi aggiuntivi per i proprietari; infine anche beni culturali e ambientali registrano danni significativi in varie aree costiere.
La Sardegna a causa del ciclone ha visto spiagge cancellate dalla forza delle mareggiate, con interi litorali spazzati via; danni diffusi ad infrastrutture e viabilità, rendendo necessaria una dichiarazione di stato di emergenza regionale; edifici pubblici, strutture ricettive e attività produttive colpite dalle piogge e dal vento. Le prime risorse urgenti stanziate dalla Regione ammontano a 5,5 milioni di euro, ma si prevede un conto finale molto più alto.
La Calabria, pur avendo subito danni leggermente inferiori in valore assoluto rispetto alla Sicilia e alla Sardegna, ha registrato mareggiate che hanno distrutto tratti di passeggiate sul lungomare e coste, in particolare nel basso Ionio; collasso di sezioni di lungomare e passeggiate a mare, con ingenti costi di ripristino; allagamenti e criticità per la viabilità, con interruzioni temporanee di strade principali e secondarie. Il tutto provocato da onde fino a 9 metri di altezza, che hanno investito il mare e le strutture costiere per ore.
Secondo le stime preliminari, il ciclone Harry ha provocato almeno 2 miliardi di euro di danni tra Sicilia, Sardegna e Calabria, comprendendo in questa cifra danni materiali alle infrastrutture e al patrimonio pubblico, perdite di reddito per imprese, operatori turistici e attività commerciali, costi per la riparazione e messa in sicurezza delle reti viarie e marittime e spese per la Protezione Civile e i soccorsi nelle prime ore dopo l’evento.
Insomma il ciclone Harry si conferma come uno degli eventi meteorologici più distruttivi che il Sud Italia abbia affrontato negli ultimi anni. Oltre alle cifre economiche, è attesa una fase lunga e complessa di ricostruzione, con l’impegno delle istituzioni e delle comunità locali per ripristinare infrastrutture, attività produttive e tessuto sociale nelle aree colpite. Questo evento è anche un monito sui rischi crescenti legati al cambiamento climatico, che richiedono piani di adattamento più efficaci e investimenti mirati per prevenire e mitigare gli impatti futuri.
Eppure a fronte di tutte queste distruzione dovute al ciclone Harry, di fronte a miliardi di euro di danni, territori isolati, infrastrutture distrutte e un’economia locale messa in ginocchio, la stampa nazionale e le tv nazionali sembrano ignorare o al massimo minimizzare tutto ciò che è successo, attuando un vero e proprio silenzio mediatico, mentre alle regioni del Nord si dedica uno spazio esagerato e addirittura si organizzano gare di solidarietà per la vicinanza, per carità doverosa, alle popolazioni colpite.
Non si tratta di una percezione emotiva, ma di un dato di fatto facilmente riscontrabile: poche aperture di telegiornale, servizi brevi e spesso relegati in coda, articoli marginali nei quotidiani nazionali. Il tutto in netto contrasto con quanto avviene, giustamente, sia chiaro, quando eventi atmosferici simili colpiscono le regioni del Nord, dove l’attenzione mediatica diventa immediata, costante e capillare. Quando una piena, una frana o una nevicata colpiscono il Nord Italia, il racconto mediatico si attiva come una macchina perfettamente oliata: inviati sul posto, dirette continue, titoli a caratteri cubitali, appelli alla solidarietà, con tanto di raccolte fondi e maratone televisive.
Tutto legittimo, per carità. La sofferenza non ha latitudine e la solidarietà è sempre doverosa. Ma perché lo stesso schema non si ripete quando a essere colpiti sono Sicilia, Sardegna, Calabria o altre aree del Mezzogiorno?
Il ciclone Harry ha devastato coste, strade, ferrovie, porti, abitazioni, attività economiche e ambienti naturali. Eppure, il racconto nazionale è stato freddo, distante, quasi infastidito. Come se la distruzione al Sud fosse una sorta di “rumore di fondo”, un evento triste ma in fondo ordinario. Una delle spiegazioni più amare è proprio questa: il Sud è percepito come un’emergenza cronica, e ciò che è cronico smette di fare notizia. Se una strada crolla al Nord è una tragedia; se accade al Sud diventa “una criticità strutturale”. Se un porto viene danneggiato al Nord è un colpo all’economia nazionale; se succede al Sud è un problema locale. È una narrazione tossica, che nel tempo ha normalizzato il disagio meridionale e anestetizzato l’opinione pubblica. Il risultato è che anche eventi eccezionali, come un ciclone di portata storica, vengono marginalizzati e trattati come se fossero poco più di un inconveniente.
Colpisce, poi, la diversa mobilitazione emotiva. Per alcune aree del Paese si attivano immediatamente campagne di solidarietà, appelli istituzionali, iniziative benefiche. Per il Sud, invece, tutto resta spesso confinato alle cronache locali e alla buona volontà delle amministrazioni già in difficoltà. Non è una gara tra territori, né un invito a togliere attenzione a qualcuno. È, piuttosto, una richiesta di equità nel racconto e nella considerazione, perché la solidarietà non può essere a intermittenza, né dipendere dal codice di avviamento postale.
Il punto centrale è politico e culturale prima ancora che giornalistico: un’informazione che ignora o ridimensiona ciò che accade al Sud contribuisce a rafforzare diseguaglianze già profonde. Meno attenzione significa meno pressione sull’agenda politica, meno risorse, meno interventi strutturali. E il ciclo si ripete: emergenza, danni, silenzio, oblio.
Il ciclone Harry non è stato solo un evento meteorologico estremo, è stato anche uno specchio impietoso di un Paese che continua a raccontarsi in modo parziale, dimenticando pezzi interi del proprio territorio. Il Sud non chiede trattamenti di favore, chiede di non essere invisibile, chiede che la devastazione venga chiamata con il suo nome, che le sofferenze abbiano la stessa dignità, che le comunità colpite non vengano lasciate sole anche nel racconto. Perché finché una parte del Paese continuerà a essere considerata marginale persino quando affonda sotto le onde di un ciclone, non potremo parlare davvero di un’Italia unita.
One thought on “Ciclone Harry: figli e figliastri”
E la fascistona della Meloni con gli stivali tra le rovine dell’Emilia si!