Giustizia: merito del referendum e tifoserie

Questa riforma renderà la giustizia più giusta, più rapida, più vicina alle persone? È questa la domanda intorno a cui l’Italia che tra meno di due mesi andrà a scegliere tra Sì e NO al Referendum dovrebbe dare una risposta. Quello che più mi dispiace, e lo dico senza giri di parole, è che ancora una volta, dopo il referendum di riforma costituzionale proposto da Matteo Renzi, su un tema serissimo e decisivo per il futuro del Paese l’Italia finirà per dividersi in tifoserie becere. Uso volutamente questa espressione, perché il termine schieramenti rende poco l’idea: serve solo a indorare la pillola della semantica grammaticale, ma non racconta la realtà di un dibattito pubblico sempre più povero, urlato, ideologico.

E lo dico con una premessa chiara, per onestà intellettuale: io al referendum di Renzi votai convintamente Sì, e col senno di poi lo rifarei, forse con ancora più convinzione. Non perché fosse una riforma perfetta, ma perché provava a mettere mano a un sistema bloccato, inefficiente, incapace di decidere. Oggi, a quasi due mesi dal voto che ci attende, mi ritrovo invece a pensare che voterò No. Ma attenzione: non perché lo dice il tifoso anti-Meloni, né per riflesso ideologico. Voterò No perché, per come la vedo io, questa riforma non affronta il vero male della giustizia italiana: la lentezza dei processi.

È lì che si annida l’ingiustizia vera. Processi che durano anni, a volte decenni, che schiacciano vittime, imputati, famiglie, imprese. Una giustizia lenta non è garantista né giusta: è semplicemente ingiusta per tutti. E invece ho la sensazione, magari sbagliata, ma oggi sincera, che questa riforma serva più che altro a qualcuno “pe s’accuncià ’i fatti suoi”: meglio non fare nomi, non abbiamo alcuna intenzione di ingolfare ulteriormente le cronache giudiziarie con querele destinate, nella migliore delle ipotesi, a finire in una bolla di sapone.

Detto questo, c’è un’altra ammissione che sento il dovere di fare: non mi ritengo abbastanza competente. Argomenti così tecnici, così delicati, così decisivi per la vita delle persone non dovrebbero essere materia da referendum. È bello, è democratico che decida il popolo, certo. Ma il popolo, la storia ce lo insegna, spesso sceglie Barabba, e non è affatto detto che sia la scelta giusta.

Mi piacerebbe poterne discutere seriamente con un avvocato, con un magistrato. Ma anche qui subentra il dubbio: il rischio è che cominci a pontificare sulla natura del governo in carica, “il peggiore mai arrivato al potere dopo Mussolini” direbbe, oppure, all’opposto, che qualcuno mi ricordi come queste riforme siano state condivise da tutti, ripeto da tutti, nel corso degli ultimi quindici anni.

E allora? Dov’è il punto fermo? Dov’è il merito? Dov’è l’analisi fredda, tecnica, lontana dal tifo?

La sensazione, amara, è che anche chi dovrebbe aiutarci a capire indossi spesso gli occhiali del tifoso, rendendo impossibile un confronto limpido. Così il cittadino resta solo, costretto a orientarsi tra slogan contrapposti, mezze verità e paure agitate ad arte.

Mancano ancora due mesi al voto, per ora penso che voterò No. Ma spero sinceramente di riuscire a farmi un’idea più precisa, più informata, più consapevole. Perché sulla giustizia non dovrebbero esistere curve, bandiere o cori: dovrebbe esistere solo una domanda semplice e terribile allo stesso tempo.

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