Ci sono date che restano impresse nella memoria collettiva non per una festa o una vittoria, ma per una ferita. La notte tra il 6 e il 7 luglio 1992 è una di queste: è la notte del prelievo forzoso del governo Amato, un atto senza precedenti nella storia repubblicana che colpì direttamente i risparmi degli italiani, lasciando una cicatrice profonda nel rapporto tra cittadini e Stato.
Per capire cosa accadde bisogna tornare al contesto di quei mesi. L’Italia del 1992 era un Paese in piena tempesta, tra debito pubblico fuori controllo, oltre il 100% del PIL, speculazione internazionale contro la lira (l’apice sarebbe stato raggiunto con la speculazione di George Soros nel settembre di quello stesso anno), la crisi del Sistema Monetario Europeo (SME), Tangentopoli alle porte (in verità il fuoco che avrebbe incendiato l’Italia era già divampato con l’arresto di Mario Chiesa del milanese Pio Albergo Trivulzio del 17 febbraio), con un sistema politico ormai delegittimato, cui sarebbero seguiti gli attentati di mafia di cui sarebbero rimasti vittima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino.
La lira era sotto attacco, le riserve valutarie si assottigliavano e il rischio di default, fino ad allora impensabile, iniziava a circolare nei palazzi della politica e della finanza. Il governo guidato da Giuliano Amato, in carica dal 28 giugno 1992, aveva pochissimo margine di manovra.
La scelta fu drastica, improvvisa e volutamente silenziosa. Nella notte del 6 luglio 1992, il Consiglio dei Ministri approvò un decreto-legge che introduceva un prelievo straordinario del 6 per mille (lo 0,6%) su tutti i depositi bancari e postali degli italiani. Il provvedimento entrò in vigore immediatamente, senza preavviso. La ragione era semplice e brutale: evitare che i risparmiatori, avvisati in anticipo, svuotassero i conti. Quando gli italiani si svegliarono il mattino dopo, trovarono i loro conti correnti alleggeriti: nessuna possibilità di scelta, nessuna autorizzazione, nessun ricorso possibile.
Il prelievo colpì i conti correnti bancari, i libretti di risparmio, e i depositi postali. Furono esclusi solo i titoli di Stato e poche altre categorie tecniche. In totale lo Stato incassò circa 11.500 miliardi di lire, una cifra enorme per l’epoca, ottenuta in poche ore direttamente dai risparmi privati. Un’operazione fulminea, chirurgica, ma anche traumatica a voler usare un eufemismo, rendersi conto che lo Stato, quello che dovrebbe esser il supremo garante dei tuoi risparmi, poteva metterti le mani in tasca quando voleva, non dovette essere una bella scoperta.
La reazione dell’opinione pubblica fu durissima. Molti parlarono di “furto di Stato”, altri di esproprio mascherato. Il punto non era solo la somma prelevata, relativamente contenuta per il singolo cittadino, ma il principio: per la prima volta lo Stato aveva dimostrato di poter entrare direttamente nei conti dei cittadini.
Il danno più grave non fu economico, ma psicologico e fiduciario. Da quel momento in poi, per molti italiani, il risparmio non fu più percepito come intoccabile.
Giuliano Amato difese la misura parlando di atto necessario, «doloroso ma inevitabile», per salvare il Paese dal collasso finanziario. Negli anni successivi ribadirà più volte che senza quel prelievo l’Italia avrebbe rischiato il default, l’uscita disordinata dallo SME e conseguenze ben peggiori, ed è vero che pochi mesi dopo, a settembre 1992, la lira sarebbe comunque stata costretta a uscire dallo SME e subire una forte svalutazione. Segno che la crisi era ben più profonda di quanto un singolo provvedimento potesse risolvere.
Il prelievo forzoso del 1992 è rimasto un unicum nella storia italiana, ma anche un precedente scomodo. Ancora oggi, ogni volta che si parla di crisi del debito, patrimoniali o emergenze finanziarie, quell’episodio torna come uno spettro nel dibattito pubblico. Perché quella notte insegnò una lezione chiara: quando lo Stato è con le spalle al muro, e l’Italia lo era visto che per decenni aveva speso più di quanto incassava e quindi più di quanto potesse permettersi, anche ciò che sembra intoccabile può non esserlo più.
A distanza di oltre trent’anni, il prelievo forzoso del governo Amato resta uno degli episodi più controversi della storia repubblicana. Per alcuni fu un atto di responsabilità estrema, per altri un tradimento del patto fondamentale tra Stato e cittadini. Di certo, fu una notte in cui milioni di italiani capirono che il risparmio, pilastro costituzionale e culturale del Paese, non era più una certezza assoluta, e quella consapevolezza, ancora oggi, pesa più di quel famoso 6 per mille.
Possiamo azzardarci a dire che quella notte segnò una cesura profonda tra cittadini e classe politica? Possiamo dire che è a quell’episodio, e qualche altro magari, che possiamo far risalire la nascita di fenomeni populistici che hanno fatto del qualunquismo moderno la loro bandiera e che sono stati alimentati dal parlare alla pancia degli italiani?