“Cutulurciu”: le origini

Diciamolo subito: questa è un’indagine semi-seria e senza pretesa di scientificità su uno dei termini probabilmente più antichi di Casale di Carinola, nella zona dell’Alto Casertano, terra di confine linguistico: campano–napoletano da un lato, basso Lazio (area aurunca–gariglianese) dall’altro. A dire il vero non crediamo che i giovanissimi lo padroneggino normalmente e forse si tratta di uno dei termini più difficilmente incasellabili del nostro dialetto casalese: cutulurciu.

Nel nostro uso dialettale cutulurciu indica la parte bassa della schiena, l’osso sacro, l’attacco del bacino, spesso con un’idea un po’ “popolare”, concreta, quasi corporea (non anatomica da manuale), vien da sé che «fa ma ru cutulurciu» indica, per analogia, una persona malaticcia o goffa, qualcuno che barcolla o che si muove in modo instabile, e spesso è riferito a una persona anziana o fisicamente debole, anche se col logorio della vita moderna non si può più affermare con certezza nemmeno questo.

Più che probabile la sua provenienza dal parlato di un’area latina–greca (osso + forma) come la nostra: L’osso descritto è il coccige, dal latino coccyx, a sua volta dal greco κόκκυξ (kókkux), che nei dialetti meridionali con raddoppiamenti, rotacismi e suffissi espressivi viene reso con cocciu, cucciu, cutu-, quindi cutu-lurciu potrebbe essere una deformazione popolare di quella radice, adattata al suono locale.

L’Alto Casertano non parla “napoletano puro”, si tratta di un campano arcaico di frontiera, con tre caratteristiche fondamentali: conservazione di forme latine popolari più antiche, forte uso di suffissi espressivi (-urcio, -urzo, -orcio, nel nostro caso bisogna ricordare la desinenza in -u), lessico corporeo concreto, quasi tattile: ebbene cutulurciu discende direttamente da questa miscela. Nell’area campano settentrionale, basso Lazio, aurunco–gariglianese, esiste una famiglia di parole tipo cùtolo / còtolo = sasso arrotondato, cutùlio = nodo, protuberanza, cutulì = parte dura, sporgente, tutte derivanti dal latino popolare *cuttulus / *cŭttŭlus (collegato all’idea di oggetto tondeggiante e duro) da cui una pietra → una sporgenza, una sporgenza → un osso.

Cutul-urciu è dunque “la grossa protuberanza dura” e guarda caso l’osso sacro/coccige è duro e tondeggiante: questo è un termine più sentito più che visto e nominato soprattutto quando fa male.

Facciamo ora proprio un confronto “da atlante linguistico locale”, restando intorno a Casale di Carinola e muovendoci a cerchi concentrici. Quello che ne esce è sorprendentemente coerente.

Nell’area di Sessa Aurunca e del territorio aurunco troviamo “cutulo / cutulo ’e schiena / ’o cutulo ’e sotto” intendendo per cutulo osso sporgente, nodo duro, che non sempre indica solo il sacro: può essere anche una sporgenza del corpo, e quindi cutulurciu sembra una forma intensificata di cutulo
(quasi: il cutulo per eccellenza).

Nell’area di Mondragone, Cellole, litorale domitio avviene una semplificazione urbana: ’a schiena ’e sotto, ’o cuozzo ’e rinto, raramente cutulo da solo, e quindi cutulurciu comincia a sparire, perché il dialetto si “napoletanizza” e le parole troppo arcaiche si accorciano.

Per quanto riguarda invece l’area del Basso Lazio (Minturno, Scauri, Formia) troviamo i parenti stretti cuturo / cuturo ’e schina, cuturone (parte dura, nodosa del corpo), cutu = colpo secco, parte ossea. Da notare che in quest’area -ur- è frequentissimo nelle parole del corpo, dando quindi origine a lemmi della stessa famiglia fonetica di cutulurciu.

L’area di Roccamonfina e alto vulcanico rappresenta infine una zona più conservativa con cutulo, cutulillo, osso d’ ’a schiena ’e sotto (perifrasi): qui cutulurciu è compreso, anche se non sempre usato.

Veniamo infine alla nostra zona di Carinola / Casale / Alto Casertano interno con cutulurciu / cutulurzo / cutulurcio intendendoosso sacro, attacco del bacino, “schiena di sotto”: se ne fa un uso familiare, quasi sempre, come dicevamo, quando fa male, ed è una parola fortemente corporea, mai “tecnica” in cui il suono -lur- rende proprio l’idea della durezza. Qui è forma piena e stabile, non percepita come strana.

Il suffisso -urciu (qui è decisivo): nell’Alto Casertano e nel basso Lazio -urciu / -orcio non è diminutivo ma è rafforzativo e indica qualcosa di massiccio, poco elegante (in casalese abbiamo un altro lemma terminante in -urciu ed è lùrciu agg. – sporco, lercio, come può esserlo, per esempio, un panno, o anche fisicamente “presente” (sempre in casalese abbiamo scurciulìgliu agg. – 1. piccolino, bassino 2. povero, senza arte né parte, che forse però è solo simile; altri esempi tipici delle zone vicine a noi sono capurciu (testone), nasurciu e scannurcio.

Un’ultima annotazione: spesso siamo portati a dire che il casalese è aulico, poetico, ma forse noi siamo di parte e quindi ci limitiamo a sottolineare qualcosa di chiaro, evidente, e non soggettivo: che etimologia nobile ha il nostro dialetto!

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