L’Italia e la corruzione

L’Italia torna a perdere terreno nella lotta alla corruzione percepita. Secondo l’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) 2025 pubblicato da Transparency International, il nostro Paese scende a 53 punti su 100, un punto in meno rispetto al 54 registrato l’anno precedente. Può sembrare una variazione minima, quasi trascurabile, ma non lo è perché quel punto perso rappresenta un segnale politico e istituzionale chiaro: si interrompe un decennio di miglioramenti costanti che aveva consentito all’Italia di recuperare credibilità, da questo punto di vista, dopo gli anni più difficili.

Con 53 punti, l’Italia si colloca 52a su 182 Paesi a livello globale, 19 a nell’Unione Europea, 31a su 38 tra i Paesi OCSE

Numeri che raccontano una realtà ambivalente. Da un lato, l’Italia non è più tra i fanalini di coda del mondo occidentale; dall’altro, resta stabilmente nella parte bassa delle classifiche europee e delle economie avanzate. Per comprendere il dato, occorre ricordare che l’indice CPI misura la percezione della corruzione nel settore pubblico, su una scala che va da 0 (altissimo livello di corruzione percepita) a 100 (bassissimo livello). Non fotografa singoli episodi giudiziari, ma il clima generale di fiducia nella trasparenza delle istituzioni.

Il dato più significativo non è tanto la posizione in classifica quanto il segnale politico che emerge dal rapporto. Transparency International parla esplicitamente di inversione di tendenza, iniziata nel 2024 e confermata nel 2025. Dopo anni in cui riforme normative, rafforzamento degli strumenti anticorruzione e maggiore attenzione alla trasparenza avevano contribuito a migliorare la reputazione del Paese, oggi qualcosa sembra essersi incrinato. Non si tratta solo di numeri. Si tratta di fiducia.

Il rapporto individua alcune criticità precise. In particolare, viene segnalato l’indebolimento del quadro normativo anticorruzione. Tra i fattori più rilevanti viene citata la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, ritenuta un intervento che ha ridotto l’efficacia del sistema preventivo nazionale. Il tema è delicato e divisivo. Da un lato, c’è chi ha sostenuto la necessità di superare una norma considerata eccessivamente ampia e paralizzante per l’azione amministrativa; dall’altro, vi è chi ritiene che l’eliminazione di questo presidio penale abbia trasmesso un segnale di arretramento nella tutela dell’interesse pubblico. In materia di corruzione, però, le percezioni contano quanto delle statistiche giudiziarie. Quando la cornice normativa appare meno stringente, la fiducia può indebolirsi.

A livello globale, la Danimarca si conferma al vertice con 89 punti su 100, simbolo di un sistema pubblico percepito come altamente trasparente ed efficiente. All’estremo opposto si colloca il Sud Sudan, fanalino di coda della classifica. Il confronto evidenzia una verità spesso scomoda: la lotta alla corruzione non è solo una questione repressiva, ma culturale e strutturale. Riguarda la qualità delle istituzioni, la stabilità normativa, l’indipendenza degli organi di controllo, la trasparenza amministrativa.

Dopo anni di faticosa risalita, il rischio è quello di una stagnazione o, peggio, di un progressivo arretramento. In un contesto europeo in cui la competitività economica è sempre più legata alla qualità delle istituzioni, la reputazione in materia di trasparenza incide direttamente sugli investimenti, sulla fiducia dei mercati e sulla credibilità internazionale. La corruzione percepita non è solo un indice statistico: è uno specchio della fiducia dei cittadini nello Stato.

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