È ovvio che il calendario ufficiale e quello del popolo sostanzialmente coincidono, così il “Giovedì Grasso”, quello che per la liturgia cattolica, e laica, apre i giorni più sfrenati del Carnevale prima della Quaresima, per noi diventa Gioverì murzigliu, magari più sonoro, colorito e succoso, in una parola identitario. Ma da dove viene questa espressione? E perché proprio murzigliu?
Nel vocabolario del nostro dialetto casalese lo vediamo indicato come «l’ultimo giovedì di Carnevale, prima del Mercoledì delle Ceneri che sancisce l’inizio del periodo quaresimale», accompagnato dall’altrettanto gustosa locuzione «De Gioverì Murzigliu chi ‘ntè rinari se ‘mpigna ri figli».
Partiamo dalla parola gioverì, evidente forma dialettale di “giovedì”. Fin qui nulla di strano: nel nostro territorio la sonorizzazione e la semplificazione delle consonanti sono fenomeni antichi e diffusissimi.
Il cuore del mistero è invece il temine murzigliu (che altrove si trova anche come murzillo, murziello, morzillo). La radice richiama chiaramente il verbo italiano mordere e il sostantivo morso. In molti dialetti meridionali, infatti, morzillo indica un piccolo boccone, un pezzetto da mangiare, qualcosa da mordicchiare. Rifacendoci ancora al nostro Vocabolario vi leggiamo che si tratta di un «boccone di cibo, specialmente di pane», e da ciò la locuzione «La mamma pe ru figliu se leva ru murzigliu, ru figliu pe la mamma se ru otta ‘nganna». Subito dopo però vediamo indicato un secondo significato: «ciascuna delle ghiandole grasse presenti nella gola del maiale» (qualcun altro le chiama dólce muórzu sempre piccole ghiandole presenti nel maiale e che si mangiano freschissime e fritte): ed è qui che probabilmente dobbiamo cercare l’origine del modo casalese di definire il Giovedì Grasso, l’ultimo giovedì di Carnevale prima del Mercoledì delle Ceneri che sancirà l’inizio del periodo quaresimale.
In pratica il Giovedì Grasso, nella tradizione popolare, era il giorno in cui si dava ufficialmente il via ai banchetti più abbondanti. Prima dell’austerità quaresimale, si mangiava, e si mangiava bene: carne di maiale, salsicce, soffritti, zeppole, migliacci, vino nuovo. Era il giorno del “morso”, del primo assaggio sostanzioso del Carnevale, non un semplice giovedì, ma il giovedì del boccone, il giovedì in cui si addentava la festa.
Nel nostro territorio e in quello dell’agro casertano, il Carnevale non è mai stato soltanto maschere e coriandoli. È stato soprattutto ciclo agricolo, fino a qualche decennio fa macellazione del maiale, dispensa piena prima del digiuno. La cultura contadina ha sempre avuto un rapporto profondissimo con il cibo: nulla si sprecava, tutto aveva un tempo preciso. Il Giovedì Grasso segnava l’apertura ufficiale dei giorni in cui si poteva esagerare prima delle restrizioni quaresimali, e l’atto del “mordere” diventava quasi simbolico: prendere, gustare, partecipare.
Espressioni come quelle ricordate nel nostro Vocabolario sono piccole reliquie linguistiche. Non le troviamo nei manuali scolastici, non compaiono nei calendari ufficiali, ma vivono nella voce dei nonni, nelle cucine, nelle piazze. Dire Gioverì murzigliu invece di “Giovedì Grasso” non è solo una variante dialettale: è un modo di appartenere. È la prova che la lingua non è un monumento immobile, ma un organismo che si adatta alla vita reale.
Il Carnevale comincia dunque con un morso: sapori, parole e memoria. La memoria di Casale parla la lingua del popolo.