Giustizia, l’architrave della convivenza civile: si sta oltrepassando il limite. Le parole del Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, secondo cui a votare SÌ al referendum sulla giustizia sarebbero soltanto «indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere», mentre la “gente perbene” voterebbe NO, rappresentano l’ennesima sesquipedale sciocchezza elevata a slogan. Avremmo potuto usare un termine più elegante, ma a volte parole più esplicite sono anche più precisa e pregnanti di cento perifrasi. Qui il problema non è il merito, su cui si può anzi si dovrebbe discutere, ma il metodo. Ridurre una scelta referendaria a una distinzione morale tra “buoni” e “cattivi” significa tradire lo spirito stesso del referendum sale della Democrazia.
La giustizia non è un argomento da talk show. È un tema strutturale: riguarda i diritti, le garanzie, i tempi dei processi, l’equilibrio tra poteri dello Stato, la presunzione di innocenza, il ruolo della magistratura e della politica, eppure il dibattito pubblico è stato trasformato in una gara di tifoserie. Da una parte, spot in cui si mostra il martellatore del poliziotto durante il corteo di Torino come simbolo di chi vota NO, dall’altra, la risposta speculare con un’adunanza di nostalgici fascisti che fanno il saluto romano, presentati come quelli che votano SÌ.
È comunicazione politica questa o è una partita tra curve ultrà?
Davvero a Destra e a Sinistra, che dovrebbero spiegare i contenuti di una eventuale riforma costituzionale, sono convinti che demonizzare l’avversario sia una strategia efficace per convincere gli indecisi? O si tratta semplicemente dell’ennesima scorciatoia propagandistica?
Le parole di Gratteri hanno riportato alla mente una frase che ancora oggi suona come un macigno: quella di Piercamillo Davigo, quando disse: «Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti», una delle affermazioni più inquietanti della storia recente della nostra Repubblica. Perché in uno Stato di diritto esistono solo innocenti fino a prova contraria, è scritto nella Costituzione, è il fondamento della civiltà giuridica occidentale. Quando chi rappresenta la giustizia utilizza categorie morali assolute, la discussione si sposta dal piano istituzionale a quello ideologico, e questo è pericoloso.
Noi avevamo già un’idea. Ma non per tifo.
Nel nostro piccolo avevamo maturato un orientamento: eravamo convinti che questo referendum non avrebbe risolto i problemi strutturali della giustizia italiana, ma che potesse servire piuttosto a ridurre alcuni controlli sull’azione di governo e ad ampliare margini di manovra politica: ad avere le mani più libere insomma. Si tratta non una scelta dettata dall’enfasi dei tifosi di Destra o di Sinistra, non un voto identitario, ma una valutazione fredda.
Eppure, ascoltando il vuoto pneumatico delle argomentazioni, sia di chi sostiene il SÌ sia di chi difende il NO, una domanda comincia a farsi largo: vale la pena partecipare a un confronto ridotto a caricatura? Perché se il livello è questo, il rischio è che il cittadino non si senta più chiamato a decidere nel merito, ma semplicemente a schierarsi.
Il referendum dovrebbe essere il momento più alto della democrazia diretta. È lo strumento con cui il popolo interviene su una materia decisiva. Se invece diventa una conta tra “onesti” e “criminali”, tra “democratici” e “fascisti”, allora qualcosa si è rotto. La politica dovrebbe spiegare: quali sono i punti tecnici della riforma, quali effetti concreti produrrà, quali problemi risolve e quali rischia di creare, quali alternative esistono, e non evocare fantasmi, non agitare spauracchi, non dividere il Paese in categorie morali. Perché non è così che si convince la gente, anzi è così che la si allontana: forse il vero problema non è chi vincerà tra SÌ e NO, ma quanti cittadini, stanchi del tifo da bar, sceglieranno di non andare affatto alle urne.
Ci si renderà mai conto che quando l’astensione cresce, non perde una parte politica, perde la democrazia.
One thought on “Referendum: tema serio o tifo?”
più si coprono ruoli importanti nella società, più si perdono i senso della misura.
A volte è meglio tacere che dire stronzate