Domani è Martedì Grasso, l’inverno si avvia lentamente alla sua conclusione (forse!), la terra si risveglia e, in molti centri d’Italia, si rinnova una delle celebrazioni popolari più suggestive: il funerale di Re Carnevale. Anche a Casale di Carinola una volta (quanto ci costa ahinoi coniugare quest’avverbio al passato!) questa usanza era automatico celebrarla perché radicata nel cuore della comunità, diventando nel tempo appuntamento goliardico, una festa e un simbolico addio all’Inverno oltre a rappresentare un vero e proprio rito propiziatorio per l’incipiente stagione fruttifera. La figura di Re Carnevale rappresenta l’eccesso e la gioia sfrenata di questi giorni: maschere, canti, balli e banchetti che rompono la monotonia delle stagioni grigie. Ma, come ogni ciclo della natura, anche il Carnevale deve concludersi. Nasce così l’usanza di celebrare un funerale simbolico al suo termine, per “seppellire” le feste e aprirsi alla nuova stagione.
È dal marzo 2011 che Ru funerale de Ciacione (questo il nome di re Carnevale a Casale) non si celebra più, ma la speranza è l’ultima a morire! Ecco ciò che scrivevamo all’epoca:
Su iniziativa di un gruppo di giovani, anzi di giovanissimi, torna a Casale la vecchia usanza di “fare il funerale a Carnevale”. Il corteo, che avrà ovviamente una natura del tutto goliardica, si snoderà per le vie del paese a partire dalle ore 18.00 dell’8 marzo.
Ciacione, tutto il periodo carnascialesco casalese è dedicato a lui, ma il momento in cui sale in cattedra vestendo i panni dell’indiscusso e assoluto protagonista è quello… della sua morte! Egli è rappresentato in forma di essere umano vivente, o simboleggiato da un fantoccio generalmente confezionato con vecchi abiti, riempiti di paglia, talvolta con petardi; Ciacione è per noi casalesi quello che in Sardegna si chiama Giorgio ed è rivestito di fronde, a Siena è Beo, Paulinu in Puglia, e Nannu in Sicilia, e gli è riservata una morte drammatica e volutamente plateale.
L’usanza di “fare il funerale a Carnevale”, o a Ciacione appunto, è tra le varie tradizioni di questo periodo sicuramente la più goliardica e gioviale, e culmina ne RU FUCARACCIU che è l’essenza di questa parodia e affonda le sue origini nel Medioevo più oscuro, va ricercata proprio nell’ora serale e nel giorno, una sorta di bicchiere della staffa a conclusione del periodo festivo nel momento in cui il calendario cede definitivamente il passo al periodo quaresimale.
Nei secoli passati il vero periodo di vacanza in cui tutto era permesso e in cui c’era una specie di fuga dal quotidiano, era rappresentato da quei quasi venti giorni che precedevano la Quaresima – Semel in anno licet insanire. Carnevale preludeva alla Quaresima, fatta di privazioni e rinunce rese necessarie dalla povertà diffusa ed imposte dai dettami religiosi imposti dalla Chiesa: tanto è vero che l’espressione mangiare di magro fa riferimento proprio al contesto quaresimale.
Il Martedì Grasso essendo l’ultimo del periodo carnascialesco è sempre stato considerato un giorno di passaggio, da un periodo festivo alla cupa Quaresima e spesso è stato avversato dagli esponenti più rigorosi, integralisti e quasi oscurantisti della storia, ovviamente non ci riferiamo soltanto a Casale, che spesso vedevano in tale accantonamento temporaneo dei costumi come l’ingresso per il definitivo abbandono della moralità, infatti IL FALÒ DELLE VANITÀ, che de Ru fucaracciu può esser considerato uno stretto familiare, inscenato dal frate Gerolamo Savonarola e dai suoi seguaci “Piagnoni” nel febbraio del 1497, ne è uno degli esempi, ma solo uno dei tanti.
Tenute ben presenti tutte queste considerazioni, da qui ad organizzare un vero e proprio simil-funerale con tanto di finte lacrime e altrettanto finte urla di dolore, il passo è breve, brevissimo. Le prime due strofe, ahinoi solo le prime due, de “LA CANTATA DE CARNEVALE” – che è in pratica la nenia che i partecipanti a RU FUNERALE DE CARNEVALE intonano tra un singhiozzo e l’altro (… e tra una risata e l’altra!) – sono:
1 – (Assolo) Carnevale miu pecché si’ muortu! T’ai mangiatu le fronne a gl’uortu…
(In coro) – I gioia Ciacione [e chigliu me more de collera – da ripetere due volte]
2 – (Assolo) E si sapeva che se muriva m’abbuttavu de scorze de lupini.
(In coro) – I gioia Ciacione [e chigliu me more de collera – da ripetere due volte]
… ripetiamo, sono soltanto le prime due strofe, solo queste ci sono giunte in eredità dalla tradizione, ma sono sicuramente le più famose da sole bastano per essere coinvolti in una risata generale. In un mondo sempre più veloce e digitale, queste tradizioni popolari restano un legame vivo con le nostre radici, un modo per riscoprire l’importanza delle stagioni, del tempo ciclico e del valore della comunità.
Tra le tante preoccupazioni che assillano la vita quotidiana non sarebbe il momento di tornare a ridere almeno per un po’?





