«Marzu ulepòne nulu e senza sole»

A Casale di Carinola c’è un modo di dire che torna puntuale ogni anno, appena l’Inverno comincia a cedere il passo alla Primavera, non a caso il nostro pensiero vi è corso guardando fuori dalla finestra: «Marzu ulepòne, nulu e senza sole». Un’espressione che, a prima vista, sembra soltanto una battuta popolare sul tempo instabile, ma che in realtà, come spesso accade nei proverbi contadini, racchiude un piccolo mondo fatto di osservazione, ironia e memoria collettiva.

Partiamo dalla parola chiave: «ulepòne», che nel nostro dialetto significa “infido”, “ambiguo”, “furbo”, uno che non si mostra per quello che è fino in fondo. Non è un insulto vero e proprio, ma un aggettivo colorito, che richiama l’idea di qualcuno che gioca su due tavoli, che cambia atteggiamento a seconda della convenienza, e attribuito al mese di marzo, il senso diventa immediatamente chiaro: marzo è imprevedibile, doppio, capace di alternare giornate tiepide e luminose a improvvisi ritorni di freddo, vento e pioggia. Il successivo «nulunuvoloso – e senza sole» non va letto in senso letterale assoluto, perché sappiamo bene che a marzo le giornate di sole non mancano, ma è piuttosto un modo per sottolineare la sua inaffidabilità: marzo promette la Primavera, ma non mantiene del tutto. Illude con temperature più miti, con i primi alberi in fiore, con i campi che si risvegliano, e poi, all’improvviso, riporta nuvole basse e aria pungente, tipico dei mesi di transizione, e la transizione, per definizione, è ambigua.

In territori dove per secoli l’economia è stata prevalentemente agricola, l’osservazione del clima non era un passatempo, ma una necessità: sapere quando seminare, quando potare, quando preparare il terreno, poteva fare la differenza tra un raccolto abbondante e una stagione difficile. Marzo, con la sua instabilità, rappresentava un banco di prova: bastava un colpo di freddo improvviso per compromettere le prime gemme o ritardare i lavori nei campi, da qui l’idea di un mese “furbo”, qualcuno da “colpevolizzare”, qualcuno che non si lascia afferrare facilmente.

C’è anche un aspetto culturale più profondo. Nella tradizione popolare italiana, marzo è spesso associato alla mutevolezza. I proverbi lo descrivono come “pazzerello”, come un mese che può ancora sorprendere con gli ultimi colpi di coda dell’inverno. Nel nostro caso, però, l’aggettivo ulepòne aggiunge una sfumatura tutta locale: non è soltanto pazzo, è scaltro. È come se la comunità avesse voluto umanizzarlo, attribuendogli un carattere ben preciso, quasi una personalità da compaesano furbetto.

Il proverbio, quindi, non è solo una fotografia meteorologica, ma uno specchio del modo in cui una comunità interpreta la realtà. Definire marzo ulepone significa riconoscere che la natura non è lineare, che il cambiamento non avviene in modo netto, ma attraverso oscillazioni e incertezze. Ed è anche un modo per ricordare, con un sorriso, che non bisogna fidarsi troppo delle prime apparenze, né del primo sole tiepido dopo l’inverno.

Certi proverbi, vere e proprie pillole di saggezza, conservano un valore identitario fortissimo ma spesso espressioni come questa rischiano di perdere il loro contesto originario: forse, allora, la vera ambiguità di marzo non sta solo nel suo clima, ma nel fatto che ci costringe ad accettare l’incertezza.

E i nostri nonni, con una parola dialettale tanto semplice quanto efficace, lo avevano capito molto prima di noi: non è un caso che vecchiaia significa saggezza!

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