Tra pochi giorni sarà Pasqua e, come ogni anno, il calendario liturgico ci conduce nel cuore più intenso della tradizione cristiana: il Triduo della Passione. Sono giorni densi di silenzi, di gesti antichi e di simboli che resistono al tempo. Tra questi, uno dei momenti più suggestivi resta senza dubbio la processione del Venerdì Santo, che in tanti paesi del sud Italia assume i contorni di un vero e struggente funerale, composto, lento, carico di emozione. Un tempo, però, quella processione era illuminata da una luce diversa, non fredda, non certo artificiale, ma viva. Una luce che tremolava nel buio e che sembrava respirare insieme ai passi dei fedeli: quella delle torce realizzate con “ri strùgli”.
Gli strùgli, parola dialettale che già nel suono conserva un mondo, sono le infiorescenze della saggina, altro nome del sorgo, una pianta delle graminacee che veniva raccolta dai ragazzi nelle campagne nei giorni precedenti la Pasqua. Non si trattava di un semplice gesto pratico, ma di un piccolo rito forse anche devozionale ma sicuramente comunitario: si andava nei campi, si selezionavano i fasci migliori, si legavano con cura fino a formare grosse torce. Era un lavoro manuale, certo, ma anche un modo per partecipare attivamente a qualcosa di più grande.
La sera del Venerdì Santo, quelle torce venivano accese e portate in processione. Il loro bagliore caldo e irregolare illuminava i volti, le statue sacre, le strade strette dei centri storici magari poco illuminate visto che non c’erano fari, né lampioni invadenti, forse spenti per il rispetto dovuto a quello che in definitiva era la rievocazione di un funerale, il più importante funerale della Storia: solo quella luce antica, struggente, capace di trasformare la processione in un qualcosa quasi fuori dal tempo. In quel contesto, il corteo non era soltanto una manifestazione religiosa, ma un vero e proprio racconto condiviso della morte, del dolore e della speranza, e Dio solo sa di quanto ce ne fosse bisogno.
Oggi, tutto questo accade sempre più raramente, anzi mai, e infatti i più giovani nemmeno sanno cosa siano ri strugli. Le torce sono state sostituite da sistemi di illuminazione moderni, più pratici, più sicuri, ma inevitabilmente meno evocativi e fatalmente più freddi, ed è sicuramente un controsenso usare questa parola per una sera per definizione di fuoco e di Passione. I ragazzi non vanno più nei campi a raccogliere la saggina, e parole come strùgli rischiano di perdersi, insieme ai gesti che le rendevano vive.
Eppure, c’è qualcosa che merita di essere salvato, non si tratta di nostalgia fine a sé stessa ma di memoria, perché il dialetto, come si dice spesso, non si insegna si tramanda. E con esso si tramandano mondi, abitudini, modi di stare insieme. Gli strùgli non sono soltanto un termine strano e forse curioso, ma il simbolo di un tempo in cui la comunità partecipava in maniera più diretta, più fisica, più autentica ai propri riti. Ricordarli oggi significa, in fondo, riaccendere idealmente quelle torce, significa restituire dignità a una tradizione che parlava di comunità, di attesa, di rispetto. E forse, anche senza tornare indietro, si potrebbe trovare un modo per non perdere del tutto quella luce.
Perché il Venerdì Santo, con il suo passo lento e cadenzato e i suoi silenzi carichi di significato, non è solo una rievocazione religiosa, è un momento in cui una comunità si riconosce, si raccoglie e si racconta. E quelle enormi fiaccole di saggina, oggi rarissime anzi scomparse, erano parte di quel racconto: una storia di cui vogliamo conservare la memoria perché vale la pena custodire i ricordi.
Una ricostruzione virtuale di una processione cu ri strugli