2 giugno 1946: gli Alleati preferivano la monarchia o la Repubblica?

Quando si ricorda il 2 giugno 1946, data di cui ricorre l’80° anno, ci si concentra quasi sempre sul referendum istituzionale, sulla scelta tra Monarchia e Repubblica, sulla fine della dinastia sabauda e sull’avvio della nuova stagione costituzionale. Meno discusso è invece un interrogativo che allora pesava concretamente sul futuro del Paese: quale forma istituzionale avrebbero considerato più favorevole gli Alleati anglo-americani, che occupavano militarmente parte dell’Italia e ne influenzavano ancora la ricostruzione politica?

Tale interrogativo tende a scontrarsi con una semplificazione diffusa: quella secondo cui Stati Uniti e Regno Unito avrebbero spinto apertamente verso la Repubblica. La realtà appare più sfumata e, per certi aspetti, sorprendente e si può riassumere in tre semplici parole: ricerca della stabilità. Ebbene sì, gli Alleati si comportarono così come fanno i mercati finanziari: né più né meno!

Nel 1946 l’Italia usciva da una guerra devastante, con istituzioni fragili, economia in crisi, forti tensioni sociali e partiti di massa in rapida crescita. Sullo sfondo c’era già il nascente confronto tra i due blocchi Occidentale e Sovietico. Il voto del 2 giugno non riguardava soltanto gli italiani, era osservato attentamente dalle cancellerie straniere perché avrebbe indicato quanto il Paese fosse capace di attraversare democraticamente una transizione radicale. Fu forse questo il dato che interessò maggiormente gli Alleati, ancor più della scelta tra Corona e Repubblica, contava che emergesse un sistema politico sufficientemente legittimato da reggere la ricostruzione.

Per Washington e Londra la priorità non era tanto stabilire se l’Italia dovesse essere monarchica o repubblicana, quanto garantire che restasse stabile, governabile e collocata nell’orbita occidentale. In particolare, il governo britannico mostrava una certa prudenza verso cambiamenti troppo bruschi. Non per nostalgia dell’istituto monarchico casalingo o per una predilezione per casa Savoia, ma per una tradizionale diffidenza nei confronti delle rotture istituzionali improvvise. Una monarchia costituzionale, almeno teoricamente, poteva apparire un elemento di continuità.

Il problema era che la monarchia sabauda arrivava al referendum con un’eredità pesantissima, quella di complice, o quasi, del tanto avversato Fascismo!

Il fatto è che per una parte significativa dell’opinione internazionale, la Corona aveva perso prestigio dopo aver consentito l’ascesa del fascismo nel 1922, aver firmato le leggi del regime e, soprattutto, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fuga da Roma di Re e Governo. Molti italiani associavano la monarchia non alla resistenza al Fascismo, ma alla sua lunga convivenza con esso. Questo elemento rendeva difficile considerare i Savoia come il simbolo di una piena rifondazione democratica. Gli Alleati erano consapevoli di tale indebolimento e quindi evitarono un’esplicita presa di posizione che avrebbe rischiato di delegittimare il risultato.

In ragione di ciò vien da chiedersi: ma allora vinse la Repubblica o in realtà perse casa Savoia? Con un’altra casa Regnante, cioè, capace di comportarsi diversamente nei momenti topici della Nazione come l’ascesa del Fascismo e una gestione più degna e coraggiosa del post armistizio, il risultato sarebbe stato lo stesso?

La domanda non è proprio campata in aria se lo stesso Umberto II, divenuto luogotenente generale del Regno già nel 1944 e Re soltanto nel maggio 1946, dopo l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, tentò di presentarsi come diverso dal padre: più giovane, meno compromesso con il ventennio, capace di incarnare una monarchia rinnovata. La successione avvenne però troppo tardi e l’impressione di molti era che l’abdicazione rappresentasse un tentativo di salvare la dinastia più che una reale cesura col passato.

All’interno della stessa famiglia reale si percepiva il rischio concreto della sconfitta. Le memorie e le testimonianze successive descrivono un clima di angosciosa attesa, quasi di sospensione. Non si trattava solo di perdere il trono, significava chiudere una storia iniziata con il processo di unificazione nazionale, neanche quello in realtà mai effettivamente compiuto.

In pratica la supposta legittimità monarchica che agli occhi di molti italiani e di parte della comunità internazionale si era incrinata molto prima delle urne e la vittoria repubblicana rappresentò per i Savoia una sconfitta su tutta la linea, un clamoroso ridimensionamento del prestigio della famiglia regnante.La Repubblica italiana nacque anche perché la monarchia non riuscì a sopravvivere al proprio legame con il fascismo.

In altre parole, l’istituzione che aveva contribuito a costruire lo Stato unitario fu percepita da molti come incapace di guidarne la rinascita democratica.

La vittoria repubblicana ebbe anche un altro indiscusso merito, mostrò agli osservatori internazionali un elemento decisivo: dopo anni di duro regime, l’Italia riusciva a cambiare forma istituzionale attraverso un pronunciamento popolare, democraticamente, e non mediante un colpo di mano.

Il 2 giugno 1946 in pratica non fu soltanto una scelta tra due forme di Governo, fu il giudizio su chi avesse titolo morale per rappresentare l’Italia!

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