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    L’impresa di Fiume

    Per descrivere la situazione di malcontento strisciante che attanagliava l’Italia del post-primo-dopoguerra, basta un’espressione coniata da Gabriele D’Annunzio per commentare il Trattato di Versailles, gli accordi che posero fine alla Guerra: «Italia la tua vittoria non sarà mutilata!», alludendo al fatto che nonostante l’Italia fosse uscita vincitrice dal conflitto, gli interessi nazionali non furono pienamente rispettati, portando D’Annunzio a denunciare una situazione che l’intera nazione mal digeriva.

    Nel 1919, il 12 settembre 1919, guidò un gruppo di volontari, circa 2.000 tra legionari granatieri e arditi, per occupare militarmente la città di Fiume chiedendone con la forza l’annessione all’Italia, in risposta alla delusione, in primis della popolazione in maggioranza italiana, che avrebbe voluto che la città, situata appena dopo la penisola d’Istria ed oggi in Croazia, passasse dal dissolto Impero Austro-Ungarico degli Asburgo al Regno Italiano.

    L’occupazione diede vita alla Reggenza italiana del Carnaro, D’Annunzio invece di Quarnaro da buon poeta preferiva chiamarla come Dante Alighieri nella Divina Commedia (III canto dell’Inferno: «Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì com’ a Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e suoi termini bagna») e divenne un’entità statuale indipendente: a D’Annunzio avevano offerto il titolo di Governatore ma preferì continuare ad esser chiamato “Comandante”, termine più militaresco e adatto all’impresa che in buona sostanza era un vero e proprio colpo di mano.

    Come ogni Stato che si rispetti aveva bisogno di una Costituzione e D’Annunzio affidò l’incarico di redigerla ad Alceste De Ambris: la Carta del Carnaro è considerata un documento rivoluzionario e visionario, con principi come la libertà di pensiero, di parola e di associazione, prìncipi utopici nell’Italia dell’epoca.

    Vero ed effettivo suffragio universale e quindi anche femminile, in Italia ci si arrivò solo nel 1946;

    parità di genere e importanza del lavoro, che la rendono molto moderna per l’epoca;

    e infine in questo sguardo d’insieme e non certo particolareggiato, conteneva un principio che definire innovativo e radicale sarebbe poco, chi non pagava le tasse, quindi un evasore fiscale, non sarebbe stato eleggibile: ora, facendo un po’ di mente locale, pensiamo a quanti in Italia potrebbero essere eletti, dal Parlamento nazionale alle Assemblee elettive di ogni ordine e grado! Nonostante non sia mai stata pienamente applicata, viene studiata come un esperimento politico e costituzionale avanzato.

    Inizialmente il Governo Italiano guidato da Francesco Saverio Nitti, pur mal sopportando l’iniziativa del Vate, così era definito Gabriele D’Annunzio, e la Repubblica del Quarnaro, lasciò fare, ma il successore Giovanni Giolitti dopo aver firmato con le potenze mondiali il Trattato di Rapallo con cui vennero definiti i confini tra il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, con Fiume che venne assegnato all’ex-Jugoslavia, non voleva scontentare i potenti del mondo lasciando in piedi un tentativo di ricostituzione dell’Impero di Venezia cui poco velatamente D’Annunzio si ispirava.

    A questo punto lo Stato Libero di Fiume doveva essere sgomberato e visto che D’Annunzio e i suoi legionari, i granatieri e gli arditi, facevano resistenza, l’esercito italiano cominciò a bombardare. Era il Natale del 1920, la romantica avventura di Fiume ebbe fine nel sangue: con ben 22 morti e diversi feriti si stroncò quell’illusione.

    Un’ultima riflessione su Gabriele D’Annunzio; era fascista, o meglio fu un precursore del Fascismo? Forse, ma una cosa è certa: mal sopportava Mussolini e la sua alleanza con Hitler e questi, anche se in pubblico si fingeva suo alleato, non digeriva affatto la sua popolarità, la sua vis retorica grazie alla quale riusciva a trascinare le folle, insomma ne era molto invidioso. Mussolini cercò di imitarlo in tutti i modi importando molti aspetti di D’Annunzio nel suo Fascismo come il grido Eja-Eja-Allalà o il Me ne frego! o addirittura i discorsi dal balcone con cui arringava la folla adorante, e in effetti D’Annunzio ammirava segretamente il suo autoritarismo, anche se lo portava all’eccesso, ma la verità è che quando Mussolini andava a fargli visita nel suo esilio dorato alla villa  del Vittoriale sul lago di Garda, era considerato un ospite sgradito di cui liberarsi al più presto.