“I Misteri di Calinulo” di Concetta Di Lorenzo

I Misteri di Calinulo di Concetta Di Lorenzo è un libro inquadrabile nella vasta e affascinante categoria del romanzo storico, ancor meglio definibile però come thriller medievale. Ci rendiamo conto che ben altra presentazione avrebbe meritato questo lavoro ambientato “a casa nostra” nel XIII secolo, ma per i problemi che purtroppo ben conosciamo, ci dobbiamo giocoforza “accontentare”, di concerto con l’autrice, di una presentazione, per così dire, virtuale, a distanza.

I Misteri di Calinulo, edito per i tipi di Giuseppe Vozza Editore, ci porta in luoghi lontani nel tempo ma vicini nello spazio, luoghi di cui parliamo da anni con una certa ammirazione, soggezione quasi, perché avvolti da un’aura di mistero ma anche con quel, ahinoi, necessitato distacco che si riserva a qualcosa di distante, inanimato, perso per sempre e spesso, diciamola tutta, morto. Luoghi come Foro Popilio e Civitarotta, Valledoro e il suo animato mercato che quotidianamente si teneva intorno alle strade per Santa Maria di Episcopio, o ancora località immerse in un’atmosfera di sogno come l’Eremo di San Martino o le Ville Rusticae del Massico, grandi fattorie edificate e popolate dagli antichi Romani per essere il fervido fulcro di quella ricca e ferace Campania Felix che era apprezzatissima dai nobili Patrizi. Ecco questi luoghi, diruti per definizione e ormai disabitati da secoli, grazie a I Misteri di Calinulo prendono vita. E che vita!

Concetta Di Lorenzo

Concetta Di Lorenzo è laureata in Sociologia alla York University di Toronto, in Canada, ma è nata e vive in Italia, a Carinola, dove affondano saldamente le sue radici e da cui rifiuta di sradicarsi: attualmente insegna lingua Inglese alla Scuola Primaria di Roccamonfina, ma ha insegnato per venti anni in un Istituto di Carinola. Concetta però ha anche una invidiabile padronanza – ma siccome lei stessa dirà che non si potrà mai essere “padroni” di una cosa simile, mi correggo subito – … ha una vera e propria passione per la storia minore, quella i cui eroi non sono conosciuti né riportati dai libri ufficiali ma che, come lei stessa dice nell’ultima di copertina, «senza i quali non sarebbe possibile fare la Storia», passione che negli anni è diventata una consuetudine, una quotidiana familiarità.

Per conoscere a grandi linee i temi trattati da I Misteri di Calinulo, un libro che merita di essere letto tutto d’un fiato e il cui epilogo lascerà il lettore a bocca aperta, ci affidiamo alle stesse parole dell’autrice:

Anno Domini 1245. La laboriosità della piccola e tranquilla contea di Calinulo viene turbata da fatti incresciosi: l’arresto e la scomparsa del vescovo Pietro, oppositore di Federico II, e gli omicidi di due canonici della cattedrale.
In un clima di stupore e di grande incertezza si muove il giovane Raymondo, balivo alle prime armi che, in un momento politico molto confuso e forzato dalla necessità, cerca di dare un volto e un nome all’assassino. Per i vari personaggi la ricerca del vescovo e dell’assassino si rivela occasione per conoscere sé stessi o per consolidare quei valori che li hanno portati a scelte definitive.
Nella sua indagine, non sempre perfetta, il balivo può contare solo sull’aiuto di poche persone e sulla vivace intelligenza di Rubino, frate francescano, le cui intuizioni si riveleranno determinanti. Volti e storie di un popolo umile ma determinato, consapevole della propria identità, animano la Calinulo medievale del breve, ma intenso periodo svevo.

(Dall’ultima di copertina)

Ma I Misteri di Calinulo non è solo un intrico di misteri che ruotano intorno al Capitolo della Cattedrale calinulense e ai Canonici che ne fanno parte, o, come abbiamo visto, l’accurata descrizione bucolica di paesaggi paradisiaci, ma anche una finestra spalancata sulla grande storia, sulla quale aleggiano, e nemmeno tanto in sottofondo, due temi addirittura fondamentali per tratteggiare accuratamente quei secoli:

  1. il durissimo scontro Papato-Impero strascico di quella Lotta per le Investiture principiatisi due secoli prima, che si identifica nelle persone dei papi Gregorio IX, colui che canonizzò San Francesco ad appena due anni dalla morte, e Innocenzo IV, suo successore dopo il brevissimo pontificato di Celestino IV, e dell’imperatore Federico II, lo Stupor Mundi scomunicato due volte e successivamente destituito, provvedimento papale cui contribuì in maniera determinante il vescovo Pietro di Carinola acerrimo nemico dell’Imperatore svevo nipote di Federico Barbarossa, e che poi sarebbe morto nel 1250 assolto dalla scomunica e assistito dai conforti religiosi, almeno stando alla testimonianza del suo amico arcivescovo Berardo di Palermo;
  2. e, soprattutto, un mini-trattato su un tema che in quegli anni, segnati dalla nascita dell’Ordine francescano, fu importantissimo: la povertà della Chiesa! La disputa con l’Ordine francescano a proposito della povertà di Gesù Cristo e dei suoi discepoli, povertà fortemente praticata e propugnata dai frati minori Francescani, disputa che il Pontefice cercò di controllare con la bolla Sancta Romana, fu ampiamente trattata dal libro Il nome della rosa di Umberto Eco del 1980, ambientato in un’epoca quasi coeva a I Misteri di Calinulo visto che siamo nel 1327, cioè circa 80 anni dopo il 1245 del lavoro di Concetta Di Lorenzo. Ne Il nome della rosa si illustra come per decenni questa disputa, che spesso assunse toni talmente accesi da uscire dai binari della semplice teoria, monopolizzò la vita ecclesiastica; vi s’inserì anche il re di Germania Ludovico IV il Bavaro, che appoggiava la corrente eterodossa e minoritaria dell’Ordine contraria alle tesi del Papa, corrente comprendente anche teologi e filosofi come Guglielmo da Occam e Marsilio da Padova. Furono organizzati convegni, incontri tra i fautori delle due tesi, simposi in cui il tema era: «Gesù Cristo possedeva o no il saio che indossava?»

Ci scusiamo per questa digressione, ma il parallelismo con il libro Il nome della rosa era necessario, crediamo, per far capire quanto sia stato rilevante e addirittura divisivo questo tema per la Chiesa dell’epoca, tema affrontato un po’ per volta, quasi fosse un dosatore di pillole di saggezza, da I Misteri di Calinulo.

A proposito della nascita dell’Ordine francescano vorremmo fare un’ultima considerazione, una valutazione che ci ha folgorato quasi visto che tale aspetto mai ci era passato per la mente se non leggendo I Misteri di Calinulo. L’Ordine dei frati minori venne fondato nel 1209 da San Francesco con l’approvazione di papa Innocenzo III, tutto in un periodo in cui la Chiesa era attraversata da movimenti ereticali o ritenuti tali, ispirati al “catarismo”, cioè puri (catari o albigesi o valdesi, manichei, pubblicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili, patarini), che avevano a cuore una Chiesa semplice ed il ritorno al Cristianesimo delle origini, puro appunto. Fatto sta che questo continuo inneggiare alla povertà della Chiesa non era ben sopportato tra le alte gerarchie ecclesiastiche capeggiate da quell’Innocenzo III, che come disse un contemporaneo «Ha spennato Roma come il falco fa con una gallina»: ebbene contro questi movimenti grosso modo paralleli alla Chiesa, ma addirittura più realisti del re, venne scatenata una vera e propria battaglia a ferro, quello delle torture, e fuoco, quello dei roghi, una spedizione punitiva cosiddetta “crociata contro gli Albigesi”, del 1208.
Nella seconda metà del XII secolo Pietro Valdo, un ricco mercante di Lione, richiamandosi al “catarismo”, aveva fondato i “Poverelli di Lione”, dediti alla povertà e all’elemosina. Questi ideali si diffusero, enfatizzati ed esasperati, anche ad Albi, una città del sud della Francia. Contro di loro il Papa bandì una vera e propria crociata capeggiata da Simone di Montfort e Arnaldo di Citeaux, due bigotti, fanatici e sanguinari, che sterminarono decine di migliaia di esseri umani colpevoli solo di volersi avvicinare di più a Dio, anche se a modo loro.
Ebbene, la scelta di San Francesco di cercare prima l’appoggio della Chiesa per così dire ufficiale per i suoi Poverelli di Cristo prima di dare concretezza al suo modo di essere, di pensare e di agire, ci fa apprezzare un altro aspetto di San Francesco su cui Concetta ci costringe a puntare il faro dell’attenzione: San Francesco non era solo un uomo giocondo, spensierato, che viveva in un mondo tutto suo e che, perdendo il contatto con la realtà, pensava solo a pregare e lodare Dio. No! Sapeva anche essere scaltro e, all’occorrenza, furbo, nelle accezioni migliori che a questi due aggettivi si possano dare, insomma, per dirla con termini più moderni e vicini a noi, sapeva essere sagace e lungimirante nel capire che in definitiva egli con i suoi Frati minori propugnava convinzioni non tanto distanti da quelle aspramente combattute e affogate nel sangue dalle ricche e potenti gerarchie ecclesiastiche, prova ne sia la secolare disputa sulla povertà della Chiesa, e talmente arguto da prevedere che probabilmente anche il Francescanesimo sarebbe stato destinato alla stessa fine dei Kataroi, dei puri,se così non si fosse comportato.

Dei cosiddetti “secoli bui”, che poi come spesso vediamo tanto bui non erano, non è che sappiamo tantissimo: non si scriveva molto, c’erano pochi dipinti e quasi tutti gli edifici erano di legno, che si è decomposto un migliaio di anni fa o più. Questo lascia spazio a congetture e divergenze di opinioni, più di quanto accada per il periodo precedente, quello dell’Impero Romano, o per quello immediatamente successivo, il Basso Medioevo. Tale stato di cose va migliorando dall’anno 1000 in poi, periodo convenzionalmente definito come Alto Medioevo, secoli che daranno la stura al cosiddetto, non a caso, Rinascimento, forse il periodo più bello della Storia non solo per le Arti, le Lettere o l’Architettura, ma anche per l’Economia e tantissimi altri campi dello scibile umano. Il Medioevo, epoca dura e difficilissima, ma anche capace di trasmettere un senso di pace e spensieratezza oggi forse improponibili, come quelli, per esempio, che si respiravano negli eremi intorno alla Silicula e al monte Pecoraro, o nella comunità di Santarcangelo, collinetta di fronte al Convento di San Francesco di Casanova, che allora era solo un «conventino», perché piccolo, o «un rudere ingabbiato», perché in costruzione, e che i frati e le manovalanze locali contribuirono a far diventare quella monumentale costruzione che oggi apprezziamo. Silenzi e gioia resi alla perfezione da Concetta Di Lorenzo nel suo suggestivo lavoro tipografico.

Ci piace concludere con una delle frasi che il vescovo Pietro simpaticamente raccomandava ai suoi Canonici: «Sii prudente come colomba e astuto come serpente!».

Copertina de “I misteri di Calinulo”

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