CPR Castel Volturno: un territorio già fragile si oppone

A Castel Volturno monta la tensione: la decisione del governo di realizzare un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) nel territorio casertano sta alimentando un’ondata di proteste sempre più visibile e organizzata. Non si tratta più di singole voci isolate, ma di un fronte ampio che coinvolge cittadini, associazioni e amministratori locali, uniti da una preoccupazione comune: quella di vedere aggravate criticità già radicate da anni.

Il tema dei CPR, strutture destinate al trattenimento dei migranti in attesa di rimpatrio, è da tempo al centro del dibattito nazionale. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha ribadito più volte la necessità di rafforzare la rete di questi centri sul territorio italiano, con l’obiettivo di rendere più efficaci le procedure di espulsione. Il territorio è da anni simbolo di complessità sociali, economiche e ambientali: abusivismo edilizio, gestione difficile dei rifiuti, presenza di una significativa popolazione migrante e servizi spesso insufficienti. In questo contesto, molti residenti percepiscono il progetto del CPR come un ulteriore peso, più che come una soluzione.

Le proteste si sono intensificate nelle ultime settimane, con manifestazioni pubbliche e prese di posizione nette da parte di comitati civici e rappresentanti istituzionali. Il timore diffuso è che la struttura possa accentuare problemi di sicurezza e marginalità, senza portare reali benefici alla comunità locale con in più la sgradevole sensazione che decisioni di questo tipo vengano calate dall’alto, senza un adeguato coinvolgimento dei territori interessati.

Tra le numerose prese di posizione contrarie alla realizzazione del CPR a Castel Volturno si distinguono anche quelle provenienti dal mondo ecclesiastico, che aggiungono un ulteriore livello di riflessione al dibattito. Da un lato monsignor Pietro Lagnese, alla guida dell’arcidiocesi di Capua e vescovo di Caserta ha espresso preoccupazione per le ricadute sociali di una scelta che insiste su un territorio già profondamente segnato da altre criticità; dall’altro Domenico Battaglia, figura da sempre attenta ai temi dell’inclusione e della dignità umana, ha richiamato la necessità di affrontare il fenomeno migratorio con strumenti che non si limitino alla dimensione del trattenimento, ma che sappiano coniugare sicurezza e rispetto dei diritti. Le loro parole non entrano nel merito tecnico dell’opera, ma toccano un punto essenziale: la gestione di questioni complesse come l’immigrazione non può ridursi a soluzioni che rischiano di concentrare ulteriori tensioni in aree già fragili, senza un disegno più ampio e condiviso. In questo senso, il fronte del dissenso si arricchisce di una voce morale che invita a guardare oltre l’immediato, ponendo al centro la persona e la tenuta sociale dei territori.

La verità è che la scelta di collocare un Centro di permanenza per il rimpatrio in un territorio già segnato da fragilità strutturali rappresenta l’ennesima conferma di un modello che continua a scaricare sul Sud il peso delle decisioni più controverse. Non si tratta, dunque, solo di dire no a una singola struttura, ma di mettere in discussione un’impostazione che sembra perpetuare uno squilibrio storico, ignorando le reali condizioni delle comunità locali e il loro diritto a essere coinvolte in scelte che incidono profondamente sul futuro dei territori.

È il rapporto tra Stato e territori, della fiducia nelle istituzioni ad essere messa in discussione e con essa la capacità di affrontare problemi complessi senza scaricarne il peso sempre sugli stessi luoghi.

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