Ceperan, l’ultimo lavoro di Concetta Di Lorenzo

Abbiamo appena finito di immergerci nella lettura di Ceperan, l’ultimo dei libri che Concetta Di Lorenzo dedica a Carinola e alla casata Hohenstaufen, quella di Federico II di Svevia e dei suoi successori, che ha dominato l’Italia meridionale dal XII secolo fino alla caduta ad opera di Carlo d’Angiò e, come vedremo del Papa di allora («La fine della potenza Sveva è molto impegnativa e ci sono tante variabili di cui tener conto, soprattutto la Chiesa. Devo cercare di non cadere nello scontato. E per farlo sto consultando tantissimi documenti», questo ci diceva l’autrice stessa quanto era impegnata nella stesura del libro).

La vicenda prende le mosse dall’episodio storico della battaglia di Benevento che permise a Carlo d’Angiò di conquistare il meridione d’Italia e il Regno di Sicilia sconfiggendo re Manfredi, figlio di Federico II, e i suoi alleati tra cui spiccava il conte Riccardo di Caserta e signore di Carinola, che di Manfredi era cognato. Per aiutarci usiamo le parole della stessa autrice che nel risvolto di copertina fa una panoramica generale:

Siamo nell’anno Domini 1266…  “A Ceperan, là dove fu bugiardo ciascun  Pugliese” è l’accusa infamante che Dante  Alighieri muove, nella sua Commedia  (Inferno, canto XXVII, vv 16-18) ai sudditi  meridionali di re Manfredi, tacciandoli di  tradimento e generando per costoro  disonore e disprezzo attraverso i secoli. Ma le cose andarono proprio cosi? No, le cose non andarono cosi e Dante, allora, non poteva sapere quello che si seppe solo qualche secolo dopo. Non fu il tradimento dei sudditi meridionali a determinare la  sconfitta e la morte di Manfredi e la caduta degli Svevi. Fu l’implacabile odio dei pontefici romani verso, gli Hohenstaufen. Furono i pontefici romani a cospirare, intrigare, macchinare, complottare e chiamare in Italia Carlo d’Angiò affinché spazzasse definitivamente via l’odiata casata sveva.  La sconfitta e la morte di Manfredi e la feroce decapitazione di Corradino determinarono pertanto il brusco passaggio del Reame di Sicilia dagli Svevi agli Angioini, che vi si installarono con la forza di un ciclone. Su questa verità storica l’autrice impianta il suo romanzo, dando risalto a personaggi ritenuti minori e di cui la storia non ha saputo mai nulla, o di cui ha preferito nascondere il reale comportamento e addirittura modificarlo. Ora essi fanno sentire la loro voce attraverso il racconto che li vede coinvolti e rivelano infine quale tragedia si nasconda in quella che viene considerata solo una data di cambiamento di dinastia.

Detto che Pugliesi erano chiamati tutti i sudditi del Regno di Sicilia della parte continentale, e detto altresì che spesso è il tradimento e non la forza degli eserciti a decidere l’esito delle battaglie, ci chiediamo anche noi con Concetta Di Lorenzo se fu veramente il tradimento o un efficace e astuto cambio di strategia a decidere la battaglia di Benevento. La storia, cosa risaputa, la scrivono i vincitori e i cronisti dell’epoca erano tutti guelfi (ricordiamo che la società dell’epoca era ferocemente divisa tra Guelfi, sostenitori del papa, e Ghibellini, sostenitori dell’imperatore tedesco) e non facevano, anzi spesso non potevano, che magnificare le lodi di Carlo d’Angiò e del papa Clemente IV: ogni analisi storica che ha una parvenza di correttezza non può ignorare queste cose e del resto ogni ulteriore documentazione esaminata dalla stessa autrice ridà all’avvenimento una dimensione e una connotazione diversa visto che in nessuna di queste cronache si parla di un tradimento.

Ma parliamo di uno dei protagonisti della vicenda, papa Clemente IV: questi era un francese, ma non lo si può definire asservito alla corona di Francia, anche se siamo alla vigilia della cosiddetta Cattività Avignonese, espressione coniata qualche secolo dopo da Martin Lutero, quando la malefica influenza dei regnanti francesi si fece sentire in modo deflagrante, anzi guardava con sospetto alla sfrenata ambizione di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, ma era affetto da un male comune a tutti i papi, o meglio quasi a tutti perché qualche esempio luminoso c’è stato e dobbiamo sottolinearlo, a tutti i papi dicevamo che erano anche Re e quindi Monarchi dello Stato Pontificio, il cosiddetto Patrimonium Petri, e pur di conservarlo era pronti a tutto anche alle cose più basse e meno degne di un Papa, come il complotto, la congiura, l’assassinio e, non ultima, la scomunica apparentemente religiosa e dogmatica ma usata alla bisogna come mero strumento politico di bassa lega. Fu lui a comportarsi come hanno fatto quasi tutti i suoi colleghi fino all’Unità d’Italia, fu lui a chiamare cioè uno straniero per scacciare un altro nemico, italiano o meno che fosse: e anche questo aspetto non possiamo ignorarlo!

Basta raccontare la storia vera, reale, basta perché lo fa già benissimo Concetta: concentriamoci ora su fra’ Rubino e il suo caro e giovane amico-fratello-figlio fra’ Giocondo, che abbiamo già incontrato ne I Misteri di Calinulo e ne L’Ombra del Gufo i due precedenti lavori della stessa autrice, e sulla contessa Syffridina di Caserta, che in verità non è un parto della ferace fantasia di Concetta ma un personaggio storico veramente esistito, madre del conte Riccardo di Caserta e consuocera dello Stupor Mundi Federico II. È intorno a questi personaggi all’acutezza e all’intelligenza adamantina di fra’ Rubino che nonostante il passare degli anni è sempre solida e vivida, e al carattere ferrigno e indomabile di Syffridina che Concetta imbastisce la trama del suo ultimo romanzo storico.

Immaginiamo Concetta a compulsare decine e decine di volumi nelle lunghe ore notturne che le saranno costate questo come gli altri lavori; la immaginiamo instancabile topo di biblioteca negli archivi storici e dei tanti sopralluoghi fatti; immaginiamo la fatica anche fisica, ma nonostante ciò speriamo che questo non sarà il suo ultimo lavoro! Infine una notazione, una considerazione, che ci ha colpito sin dalla prima pagina: la dedica a una persona speciale «A Nicola Aurilio a cui non è stato concesso il tempo di correggere anche questo lavoro».

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