La polemica scoppiata dopo la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo di pochi giorni fa, non è stata soltanto una discussione musicale. Non è stata una disputa su una melodia, su un testo o su una scelta artistica, ma stata piuttosto la manifestazione di un disagio culturale molto più profondo, che riguarda il modo in cui una parte dell’intellighenzia italiana continua a guardare a Napoli. Tra i commenti più duri e sprezzanti sono arrivati quelli di firme note (o che cercano notorietà?) del giornalismo italiano: da Paola Italiano a Andrea Scanzi, fino ad Aldo Cazzullo, quest’ultimo, considerato da molti uno dei divulgatori più seri del panorama culturale nazionale, si è lasciato andare a un giudizio che ha fatto molto discutere, arrivando a definire la canzone “Per sempre sì” una sorta di “canzone da camorra”.
Parole pesanti, che non hanno colpito soltanto l’artista, ma hanno finito per evocare, ancora una volta, quell’antico riflesso condizionato che associa Napoli ai suoi stereotipi più facili: il folklore, la marginalità, la criminalità.
Il punto, però, è proprio questo. Forse ciò che davvero infastidisce una parte del giornalismo italiano non è la canzone di Sal Da Vinci, forse neppure la sua vittoria a Sanremo. Ciò che disturba è il fatto che Napoli stia lentamente, faticosamente ma in modo ormai evidente, liberandosi dall’immagine oleografica dentro cui per decenni è stata confinata. Per molto tempo Napoli è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso due registri: da una parte il pittoresco da cartolina, la pizza, la sfogliatella, il mandolino, il golfo, il Vesuvio e l’eterna scenografia, e dall’altra il racconto criminale. Una città ridotta a stereotipo, sospesa tra folklore e cronaca nera.
Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Napoli è diventata una delle capitali europee del turismo. È diventata un laboratorio culturale vivace, capace di attrarre visitatori, studenti, artisti e studiosi. È diventata un punto di riferimento per la gastronomia italiana, per la musica, per il teatro e per il cinema. Persino nello sport la città ha ritrovato un orgoglio collettivo che ha superato i confini locali.
Insomma, Napoli sta tornando ad essere quello che storicamente è sempre stata: una delle grandi capitali culturali del Mediterraneo.
Ed è forse proprio questo il punto più difficile da accettare per una parte dell’élite culturale italiana. Perché una Napoli che cresce, che produce cultura, che vince, che si racconta da sola senza chiedere il permesso a nessuno, rompe un equilibrio narrativo durato troppo a lungo. In altre parole, Napoli non è più soltanto l’oggetto di un racconto scritto altrove e da altri ma sta tornando ad essere soggetto della propria storia.
Le polemiche contro Sal Da Vinci finiscono quindi per rivelare qualcosa che va ben oltre la musica: può anche darsi che non si sia rimasti folgorati dalla canzone regina al Festival e che ci rappresenterà all’Eurovision Song Contest, chi scrive per esempio non lo è stato, ma perché non riconoscere che Sal Da Vinci è un grande artista che da decenni è sostenuto dal seguito di milioni di persone? Perché non riconoscere che dove c’è successo c’è merito? Invece no, certi commenti mostrano quanto sia ancora radicato, in certi ambienti culturali, un pregiudizio antico. Un pregiudizio che fatica ad accettare che la città più stereotipata d’Italia stia lentamente riscrivendo la propria immagine.
Forse però è proprio questo, più di una canzone o di una vittoria a Sanremo, a dare davvero fastidio.
One thought on “Napoli cambia e gli altri?”
LA VERITA’ IN ITALIA SIAMO TUTTI FILOSOFI DEL NULLA.
Invece di criticare la canzone di Sal da Vinci, semplicemente una banale “canzonetta commerciale”, forse (visto anche il periodo) avrebbero dovuto apprezzare molto di più la canzone di Patty Bravo sia per le parole ma soprattutto per la miglior colonna sonora.
Ma non ho notato un solo “grande intellettuale esperto del settore” dire solo una parola su ciò,
Maaaaaaaaaaaaaaa