Vannacci e l’abc della politica

Certo che se il generale Roberto Vannacci attacca la politica appigliandosi all’uso scorretto che questa farebbe del vocabolario italiano, dopo anni nei quali proprio la politica ha fatto della nostra lingua vera e propria carne da macello, viene spontaneo chiedersi se si tratti di una battaglia culturale oppure dell’ennesima operazione di propaganda.

Abbiamo assistito all’introduzione indiscriminata di termini anglofoni o comunque stranieri, spesso usati non per necessità ma per moda. Abbiamo visto affermarsi un politically correct che, nel tentativo di non urtare la sensibilità di nessuno, ha finito talvolta per stravolgere il significato di parole e concetti consolidati. Eppure, oggi, chi si erge a difensore della purezza della lingua sembra dimenticare tutto questo e sceglie accuratamente il bersaglio più redditizio dal punto di vista mediatico.

Prendiamo ad esempio la discussione sulla distinzione tra omicidio e femminicidio. È evidente, addirittura lapalissiano, che il termine omicidio racchiude in sé la soppressione della vita di qualsiasi essere umano, uomo o donna che sia. Nessuno lo mette in dubbio. Quello che però il generale Vannacci omette di dire, e non credo certo perché lo ignori, è che il termine femminicidio non nasce per differenziare il modo di uccidere, bensì il movente culturale che spesso sta dietro a determinati delitti. Si vuole cioè evidenziare una mentalità malata: quella di chi considera la donna una proprietà esclusiva, un oggetto di possesso, una persona privata della propria libertà di scegliere, di amare e perfino di lasciare. Insomma, ciò che viene stigmatizzato non è l’atto materiale, che rimane identico e ugualmente esecrabile in ogni caso, ma il retroterra culturale e psicologico che lo alimenta.

È il modo di pensare che viene condannato, non il modo di agire, equesto Vannacci lo sa benissimo, sarebbe ingenuo pensare il contrario. Ma nella politica gridata dei nostri tempi spesso non vince chi spiega meglio, bensì chi urla di più. Chi riesce a trasformare una questione complessa in uno slogan facile da ricordare e da condividere sui social.

Così il Generale, con il suo stile provocatorio e sopra le righe, continua a occupare il centro della scena. Più che persuadere, punta a colpire; più che argomentare, preferisce dividere. È una strategia comunicativa che gli garantisce visibilità e consenso presso quanti vedono in lui il difensore di verità semplici contro problemi complessi: ricorda un po’ il leader della Corea del Nord Kim Jong-un che sbraita e minaccia non perché sia veramente convinto della forza che ha ma per cercare visibilità e quindi sgomita per trovare un po’ di spazio fisico. Il generale Vannacci questo lo sa bene ma ovviamente si guarda bene dal dirlo per attirare l’attenzione di quelle migliaia di creduloni/boccaloni che stanno ad ascoltarlo come se fosse il Verbo incarnato.

Ma la lingua italiana merita di più. Merita rispetto, studio e consapevolezza. E soprattutto merita di non essere trasformata nell’ennesimo campo di battaglia ideologico, dove le parole cessano di essere strumenti di comprensione e diventano soltanto manganelli da agitare contro l’avversario.

Perché una lingua vive, cambia e si arricchisce. Ma muore ogni volta che viene piegata alla propaganda. Spesso si dice che la forma è sostanza ma a questi livelli bisognerebbe pensare più alla concreta proposta, ovviamente del tutto assente, che alla quantità, quella si ricchissima, di decibel urlati!

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