L’incendio dell’archivio della diocesi di Carinola

La Diocesi di Carinola fu soppressa ufficialmente il 27 giugno 1818 con la bolla De utiliori di papa Pio VII, con la quale il pontefice rivedeva l’organizzazione ecclesiastica del Regno delle Due Sicilie in conformità al nuovo concordato sottoscritto tra la Santa Sede ed il regno borbonico, in cui si stabiliva che il suo territorio sarebbe stato accorpato alla Diocesi di Sessa Aurunca. Dopo le guerre napoleoniche, il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede decisero infatti di ridisegnare la geografia ecclesiastica: la decisione era stata presa in considerazione del fatto che molte piccole Diocesi erano ritenute troppo povere per mantenere un Vescovo.

Una di queste era la diocesi di Carinola, che a dire il vero già agli inizi dell’Ottocento era in difficoltà, e dal 27 giugno cessò di esistere e fu unita a quella di Sessa Aurunca. Per gli abitanti di Carinola non fu una semplice riorganizzazione amministrativa. La sede vescovile era motivo di prestigio da circa sette secoli, da quando cioè S. Bernardo ne aveva trasferito lì la sede nel 1088 dalla vicina e storicamente importantissima Forum Claudii che attualmente ospita la chiesa di Santa Maria in Foro Claudio non a caso ancor oggi detta semplicemente l’Episcopio: significava avere un capitolo di canonici, un seminario, uffici ecclesiastici, movimento economico e un ruolo centrale nel territorio.

La notizia provocò una violenta reazione della popolazione di Carinola, la rabbia esplose, perché la soppressione fu percepita come una vera umiliazione, in un assalto all’episcopio, durante il quale vennero devastati gli ambienti della curia e fu appiccato il fuoco all’archivio diocesano. Le cronache riportano infatti che:

Appena si divulgò la notizia della sua soppressione, gli abitanti di Carinola assaltarono il palazzo episcopale, bruciando l’archivio diocesano con l’inestimabile perdita di parecchi documenti storici

In pochi minuti andarono perduti secoli di pergamene, registri, privilegi, i decreti dei vescovi, il rendiconto delle visite pastorali più antiche e centinaia di atti amministrativi: insomma gran parte della memoria storica della Diocesi andò perduta. È probabile che il gesto non fosse diretto contro la Chiesa in quanto tale, al contrario gli abitanti volevano difendere la loro Diocesi. Il palazzo episcopale rappresentava simbolicamente il luogo in cui si stava consumando la perdita della sede vescovile. La folla, accecata dalla rabbia, finì però per distruggere proprio la memoria storica che avrebbe voluto difendere.

Non risultano, nelle fonti oggi disponibili, morti o scontri armati di rilievo. Questo lascia pensare che si sia trattato di una sommossa improvvisa, violenta ma relativamente breve, più rivolta contro edifici e documenti che contro le persone.

L’effetto fu devastante: oltre alla soppressione della diocesi, Carinola perse gran parte del suo patrimonio documentario. Ancora oggi gli studiosi lamentano che moltissime notizie sulla storia religiosa del territorio sono irrecuperabili proprio a causa dell’incendio del 1818. Solo una minima parte delle carte era già stata trasferita o si salvò dalla distruzione, ed è oggi conservata a Sessa Aurunca.

La rivolta del 1818 dimostra quanto fosse forte l’identità della comunità carinolese: pur se non esistevano partiti politici o grandi movimenti popolari, un intero paese arrivò a ribellarsi per non perdere la propria Diocesi.

Fu un gesto impulsivo e controproducente, ma racconta quanto la sede vescovile fosse considerata parte integrante dell’identità civile oltre che religiosa di Carinola.

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