«Homo homini lupus». L’uomo è un lupo per l’uomo. La celebre espressione, attribuita a Plauto e poi resa universalmente famosa da Thomas Hobbes, sembra tornare di drammatica attualità proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe maggiore bisogno di comportarsi come una comunità. Basta guardare a ciò che sta accadendo in questi giorni.
L’Italia e la Spagna, due Paesi amici, mediterranei, appartenenti alla stessa Unione europea e allo spazio Schengen, sono arrivate a una vera e propria guerra diplomatica sui migranti. Roma ha introdotto controlli sui viaggiatori provenienti dalla Spagna, motivandoli con ragioni di sicurezza legate alla gigantesca crisi migratoria che ha investito l’enclave spagnola di Ceuta, che però si trova nel Nord-Africa nei pressi di Gibilterra: Madrid ha reagito imponendo a sua volta controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia.
Una spirale che, per quanto temporanea, ha qualcosa di profondamente inquietante: un problema europeo viene trasformato in una contesa fra Stati europei. Pensare che l’Unione europea era nata, dopo due guerre mondiali, dalla convinzione che la strada del «prima noi» avrebbe condotto inevitabilmente al disastro. L’idea fondante era esattamente l’opposto: mettere insieme interessi, risorse e sovranità per impedire che le nazioni tornassero a considerarsi reciprocamente concorrenti o nemiche. Oggi, invece, sembra che quella lezione venga progressivamente dimenticata.
La vicenda di Ceuta è particolarmente significativa. Alla fine di luglio, decine di migliaia di migranti sono riusciti ad attraversare il confine del territorio spagnolo nordafricano, provocando una situazione di emergenza senza precedenti. La stragrande maggioranza è stata successivamente riportata in Marocco, mentre più di mille minori sono rimasti sotto la responsabilità delle autorità spagnole.
Il dato ufficiale spagnolo mostra, del resto, che nel 2026 gli attraversamenti terrestri irregolari verso Ceuta e Melilla erano già aumentati enormemente rispetto all’anno precedente: al 15 luglio erano 2.991, dei quali 2.826 diretti verso Ceuta, con un incremento del 150 per cento. Ma ciò che rende la vicenda ancora più delicata è il contesto geopolitico.
Da più parti sono stati avanzati interrogativi sul comportamento del Marocco, sulla possibilità che Rabat abbia deliberatamente consentito o favorito il movimento delle persone verso Ceuta per esercitare pressione politica sulla Spagna e, più in generale, sul rapporto sempre più stretto fra Marocco e amministrazione statunitense. Alcune analisi hanno persino ipotizzato che Washington abbia interesse a sostenere Rabat nella sua contrapposizione con Madrid. Sono però interpretazioni e sospetti, non fatti definitivamente accertati.
Di fronte a tutto questo, quale sarebbe stata la risposta naturale dell’Europa? Una posizione comune ovviamente, una strategia comune, insomma una gestione comune delle frontiere esterne e una politica comune nei confronti dei Paesi di origine e di transito.
Invece assistiamo a qualcosa di molto diverso.
L’Italia accusa la Spagna di avere adottato una politica migratoria troppo permissiva, arrivando a contestare anche la grande regolarizzazione degli immigrati irregolari promossa dal governo di Pedro Sánchez. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sostenuto che il problema migratorio è europeo e non può essere affrontato unilateralmente da Madrid. La Spagna, dal canto suo, considera ingiustificata la reazione italiana e ha risposto con proprie misure di controllo. Così, invece di costruire una politica europea dell’immigrazione, ci si comporta come se il migrante fosse un pacco da consegnare al vicino.
E non è finita. Anche la Germania continua a utilizzare gli strumenti previsti dal sistema di Dublino per chiedere ad altri Paesi europei, Italia compresa, di farsi carico delle procedure di asilo nei casi di loro competenza. Nel 2025 Berlino ha presentato 6.229 richieste di trasferimento all’Italia. È il meccanismo perverso di un sistema nel quale ciascuno Stato cerca innanzitutto di evitare di essere quello che paga il prezzo più alto.
È qui che il discorso diventa politico, perché non siamo più soltanto davanti a una controversia sull’immigrazione. Siamo davanti a qualcosa di più profondo: il ritorno della logica nazionale come criterio supremo della politica. Prima gli italiani. Prima gli spagnoli. Prima i tedeschi. Prima gli ungheresi.
Prima!
E se tutti vengono prima degli altri, alla fine non rimane più nessuno disposto a camminare insieme perché giocoforza qualcuno dovrà pur rimanere indietro! Non è un caso che l’Europa stia assistendo contemporaneamente al rafforzamento dei controlli alle frontiere, al ritorno delle contrapposizioni nazionali e alla crescita delle forze politiche che considerano l’integrazione europea una limitazione della sovranità nazionale.
L’immigrazione è certamente un problema reale. Richiede regole, controlli, rimpatri quando legalmente dovuti, percorsi di ingresso regolare, integrazione e soprattutto una seria politica europea nei confronti dei Paesi di origine e di transito, ma una cosa è affrontare il problema, un’altra è convincersi che ciascun Paese possa salvarsi da solo.
Per anni abbiamo osservato Viktor Orbán trasformare l’Ungheria nel simbolo di una politica fondata sulla sovranità nazionale, sulla difesa dei confini e sulla contrapposizione alle istituzioni europee. Oggi Orbán sembra avere perso parte della centralità che aveva conquistato nel dibattito europeo. E, almeno per certi aspetti, l’Italia rischia di raccoglierne l’eredità politica, non perché Roma abbia formalmente scelto di uscire dall’Europa o perché si possa parlare, in senso tecnico, di autarchia, ma perché l’autarchia rischia di diventare una mentalità: l’idea che per difendere i nostri interessi dobbiamo necessariamente contrapporci agli interessi degli altri. È una strada pericolosa.
Perché l’Italia, più di molti altri Paesi, dovrebbe sapere quanto sia difficile affrontare da sola questioni che hanno una dimensione internazionale. La nostra economia dipende dall’Europa, la nostra moneta è europea, le nostre imprese vendono in Europa, milioni di italiani vivono, lavorano e studiano negli altri Paesi dell’Unione.
La libera circolazione degli europei è una delle conquiste più importanti della nostra storia recente.
Eppure, proprio mentre tutto questo dovrebbe spingerci verso una maggiore cooperazione, cominciamo a vedere i nostri governi litigare con quelli degli altri Paesi per i migranti, per le frontiere, per le responsabilità, per i trasferimenti.
Questi sono i frutti che dà il nazionalismo, non necessariamente attraverso grandi discorsi patriottici, basta ripetere ogni giorno che gli altri approfittano di noi, che gli altri ci mandano i loro problemi, che gli altri devono pagare, che gli altri devono accogliere, che gli altri devono rispettare noi, mentre noi non dobbiamo necessariamente rispettare le esigenze degli altri. È una logica apparentemente semplice, quasi rassicurante. Ma ha un difetto fondamentale: funziona soltanto se gli altri sono dispostiaccettano di perdere.
E naturalmente gli altri non lo accettano.
Così la Spagna reagisce all’Italia. La Germania fa valere le proprie ragioni nei confronti dell’Italia. L’Italia reagisce alla Spagna. Ciascuno rivendica il diritto di difendere se stesso. È esattamente in questo meccanismo che si nasconde il significato più attuale di quell’antica espressione: homo homini lupus.
Il problema, allora, non è soltanto quanti migranti arriveranno domani.
Il problema è che tipo di Europa vogliamo essere dopodomani: un’Europa nella quale ogni Stato erige il proprio muro e considera gli altri concorrenti? Oppure un’Europa capace di difendere le proprie frontiere senza rinunciare alla solidarietà interna? Fino al giorno in cui ci accorgeremo che, nel tentativo di essere abbastanza forti da poter fare a meno di tutti gli altri, saremo diventati troppo deboli per affrontare da soli un mondo nel quale nessuno, ormai, può davvero bastare a se stesso.