Davanti alle proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori che stanno attraversando diverse regioni del Mezzogiorno, viene spontanea una domanda: quanto spazio viene realmente riservato dalle principali televisioni nazionali, a cominciare dalla Rai e da Mediaset, alle difficoltà di chi lavora e rischia ogni giorno di non riuscire più a mantenere in piedi la propria attività?
Quali argomenti vengono messi in primo piano e quali, invece, finiscono ai margini, quasi che la vita reale dei cittadini fosse un elemento secondario rispetto alle dichiarazioni dei ministri, agli annunci del governo, alle polemiche parlamentari e alle strategie dei partiti. Si può parlare per giorni di provvedimenti, riforme, promesse e confronti politici senza dedicare altrettanta attenzione a ciò che accade concretamente nelle aziende, nei campi, sulle strade e nelle famiglie che devono fare i conti con il costo della vita.
È proprio questa la miopia che rischia di compromettere la funzione dell’informazione: guardare alla politica come se fosse la realtà stessa, anziché considerarla per quello che dovrebbe essere, cioè uno strumento attraverso il quale affrontare i problemi della società. Un governo può presentare una misura come un risultato positivo, rivendicarne i benefici e illustrarne gli obiettivi, ma il compito dell’informazione non può esaurirsi nel riferire quelle dichiarazioni. Deve anche verificare quali effetti producano le decisioni adottate, chi ne tragga beneficio, chi ne sopporti i costi e quali problemi restino irrisolti.
Quando agricoltori e autotrasportatori scendono in strada perché il prezzo del carburante e gli altri costi di esercizio rendono sempre più difficile lavorare senza perdere denaro, la notizia non è soltanto il blocco di una strada o il disagio provocato agli automobilisti. La notizia è anche ciò che ha condotto a quel blocco, la condizione economica di chi protesta e il rischio che la crisi di queste attività finisca per ripercuotersi sull’intera collettività. Un trattore fermo sulla carreggiata o una fila di camion incolonnati sono immagini che attirano l’attenzione, ma senza la spiegazione delle ragioni che hanno portato alla protesta rimangono immagini incomplete, capaci di mostrare il disagio senza necessariamente far comprendere il problema.
Eppure, proprio la vita quotidiana offre una misura assai concreta delle difficoltà economiche. Un agricoltore deve sostenere le spese per il carburante, i macchinari, i concimi e la lavorazione dei terreni, per poi vendere i propri prodotti a prezzi che non sempre gli consentono di recuperare quanto ha speso. Un autotrasportatore deve affrontare il costo del gasolio, della manutenzione, dei pedaggi e delle altre spese necessarie a mantenere in attività i propri mezzi, spesso in un mercato nel quale aumentare le tariffe non è semplice. Se il margine economico si assottiglia fino a scomparire, non basta che le statistiche ufficiali descrivano un’economia in crescita o che un esponente politico annunci nuovi interventi: bisogna chiedersi che cosa rimanga, alla fine, nelle tasche di chi lavora.
È qui che si manifesta lo strabismo dell’informazione.
La Rai, in quanto servizio pubblico, ha una responsabilità particolare, perché la sua funzione non dovrebbe essere quella di accompagnare il dibattito politico ufficiale, ma di offrire ai cittadini gli strumenti per comprendere il Paese nella sua complessità. Mediaset, pur operando in un diverso quadro editoriale e commerciale, partecipa allo stesso sistema informativo nazionale e contribuisce a determinare quali questioni entrino stabilmente nella discussione pubblica e quali, invece, vi rimangano soltanto per il tempo necessario a registrare un episodio di cronaca.
Ma proviamo, per un momento, a rovesciare la prospettiva e a porci una domanda scomoda: che cosa sarebbe accaduto se le stesse proteste, con gli stessi trattori, gli stessi camion e la stessa disperazione di chi rischia di lavorare in perdita, si fossero verificate nelle regioni del Nord Italia? Avrebbero ricevuto la medesima attenzione da parte dei telegiornali nazionali? Sarebbero rimaste una notizia di cronaca, circoscritta ai disagi sulla viabilità, oppure sarebbero diventate un’emergenza economica e politica da seguire quotidianamente, con collegamenti in diretta, interviste, approfondimenti e richieste di intervento rivolte al governo?
Il sospetto di un’Italia raccontata con due pesi e due misure, tuttavia, non nasce nel vuoto. Da tempo si discute di un Paese nel quale le esigenze del Nord sembrano godere di una maggiore centralità nel dibattito politico nazionale, mentre il Mezzogiorno viene troppo spesso considerato una questione da affrontare separatamente, attraverso interventi straordinari, promesse di sviluppo e provvedimenti che non sempre riescono a incidere sulle difficoltà quotidiane delle persone. È in questo contesto che anche la protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori meridionali rischia di essere percepita come un problema locale, anziché come il segnale di una crisi che riguarda il funzionamento dell’intero sistema economico italiano.
Questo governo può essere accusato di guardare al Paese con una prospettiva eccessivamente nord-centrica?
Se una componente della coalizione considera prioritarie determinate esigenze territoriali, è legittimo chiedersi se e in quale misura questo orientamento finisca per condizionare l’indirizzo complessivo del governo. Dire che la Lega, forza politica storicamente legata a una parte importante dell’elettorato settentrionale e portatrice di battaglie come l’autonomia differenziata, tenga in ostaggio l’intera maggioranza è una valutazione politica forte, però è legittimo interrogarsi sul peso negoziale del partito e sugli effetti delle sue priorità sulle politiche nazionali.
Se la politica tende a privilegiare alcune aree del Paese, checché se ne dica ai microfoni, il giornalismo dovrebbe almeno avere la capacità di raccontare ciò che rischia di restare in ombra, dando voce a chi non dispone degli stessi strumenti per portare le proprie rivendicazioni al centro dell’agenda nazionale. Se invece anche l’informazione finisce per riprodurre gli stessi annunci, le medesime propagande, è giusto chiamarla col nome che merita: STAMPA DI REGIME!