La vendetta estende il male ed è sempre una sconfitta per l’umanità

frammenti di pace

La tragica morte di un carabiniere, un giovane buono, sposato da poco più di un mese, ha suscitato una enorme emozione. Peccato che, a fronte di tante manifestazioni di compassione e cordoglio per il tragico evento, alcuni utenti dei social abbiano approfittato per aggiungere violenza a violenza, riproponendo la pena di morte.

La rabbia è tanta, ma proporre la pena di morte significa estendere il male moltiplicando il numero delle vittime. La pena di morte è una sconfitta per l’umanità, perché significa eccitare gli animi e alimentare il desiderio di vendetta. In merito alla vendetta, ha detto Ghandi: “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”. La vendetta infatti non porta consolazione a coloro che hanno subito il lutto, e la pena di morte estende il numero delle vittime ai genitori e ai parenti dei colpevoli. Ha scritto lo scrittore e drammaturgo francese Alexandre Dumas: “L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre il pericolo di bere una bevanda amara”. E il giornalista Massimo Gramellini ha aggiunto: “La vendetta resta una pulsione orribile anche quando si gonfia di ragioni”.

In merito alle misure legislative da adottare in caso di crimini efferati, il 18 dicembre 2007, su proposta dell’Italia, è stata approvata dalle Nazioni Unite, con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, la “Moratoria Universale della Pena di Morte”. Tante e diverse le motivazioni contrarie alle pena di morte. Tra queste, la violazione del diritto alla vita, come riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Nella Dichiarazione è scritto chiaramente che “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti”. Non c’è nessuna prova che la pena di morte funzioni come deterrente; anzi, ci sono dati secondo i quali incrementa la violenza e i crimini. Secondo alcuni studi, il tasso di omicidi è maggiore negli Stati dove è presente la pena di morte, ed aumenta dopo ogni esecuzione. A questo proposito il giurista, filosofo, economista e letterato italiano Cesare Beccaria, nel suo famoso trattato “Dei delitti e delle pene”, ha scritto: “La pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi”. Ed ha aggiunto:

Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio

La pena di morte è spesso utilizzata contro minorenni, poveri, appartenenti ad altre religioni o etnie, persone soggette a disturbi mentali, od oppositori politici nel caso di regimi autoritari. Comporta inoltre il rischio di uccidere un innocente in caso di errore giudiziario. Una autorevole ricerca scientifica, condotta da Samuel Gross, docente della prestigiosa University of Michigan School Law, ha rivelato che, tra gli oltre 7.000 condannati a morte dai tribunali degli Stati Uniti dal 1973 al 2004, circa il 4 per cento era innocente. Di questi, solo pochi sono usciti vivi dalla prigione, gli altri sono finiti sulla sedia elettrica o legati al lettino per l’iniezione letale. Chi si è salvato, lo ha fatto per lo più grazie al test sul Dna, che però è entrato in vigore solo dopo la metà degli anni ‘90.

L’aspetto più drammatico della pena di morte riguarda la cancellazione di ogni possibilità di riabilitazione del condannato. Inoltre la pena di morte è inutilmente costosa. Secondo uno studio dello Urban Institute su 1.227 omicidi commessi nel Maryland dal 1978 al 1999, una condanna alla pena di morte costa allo Stato circa tre volte di più di una condanna detentiva, in termini di processi, ricorsi e sorveglianza in carcere.

 

Antonio Gaspari – Ufficio stampa FRAMMENTI DI PACE

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