Il I viaggio missionario di Paolo: 45, 46 – 48

Dipinto cappella San Paolo

Dopo esser stato guarito da Anania, capo di quella comunità cristiana suo obiettivo, iniziò la parte più feconda della sua vita: quella di servo di Dio e predicatore innamorato dei suoi principi. In seguito alla conversione e al battesimo ricevuto, Paolo rimase nella città per un tempo indeterminato predicando nelle sinagoghe il messaggio cristiano agli Ebrei. Questi però cercarono di ucciderlo e dovette esser aiutato a scappare, calandolo di notte in una cesta dalle mura cittadine.

Trascorso un periodo abbastanza lungo, circa 9 anni, a Tarso e Antiochia in Siria, città dove su impulso di Barnaba, personaggio di primo piano della Chiesa di Antiochia, lavorò assiduamente per un anno (42-43) e ricevette, mediante l’imposizione delle mani, l’investitura missionaria. A questo punto, dopo un viaggio con Barnaba a Gerusalemme per portarvi la somma raccolta in una colletta a favore della comunità palestinese, Paolo partì per il primo di quelli che saranno ricordati come i suoi viaggi missionari.

I Viaggio

Furono l’isola di Cipro, Perge di Panfilia ed Antiochia di Pisidia le tappe principali del primo viaggio. Qui Paolo, constatando che gli ebrei sono restii ad accogliere il messaggio cristiano, si rivolge decisamente ai pagani. Gli ebrei, ingelosendosi, reagiscono con ingiurie. Paolo tronca ogni discussione affermando: «Era necessario che a voi per primi venisse annunciato il messaggio di Cristo. Ma voi lo respingete, noi ci rivolgiamo ai pagani, poiché così ci ha comandato il Signore».

Gli ebrei sono potenti. Lui e i suoi vengono fatti scacciare dalla città e si recò a predicare ad Iconio e poi a Listra: qui Paolo guarisce un paralitico suscitando l’entusiasmo dei pagani che, ovviamente, si comportano come tali paragonando Paolo al dio Mercurio e Barnaba a Giove. Si vuole anche offrire sacrifici in loro onore: un sacerdote di Giove porta due tori inghirlandati per tale motivo, ma Paolo e Barnaba smorzano questi entusiasmi dicendo di essere miseri uomini come tutti e di volerli convertire dai falsi dei al Dio vivente, che ha creato il cielo e la terra. L’entusiasmo si muta in furore. Paolo è preso a sassate. A stento riescono a fuggire per tornare ad Antiochia.

In ogni città dove si  è predicato, sono sorti nuclei di ferventi cristiani, ma sorge un grave problema: i pagani convertiti al Cristianesimo, debbono anche osservare le severe e complicate prescrizioni della legge di Mosè? Debbono, cioè, abbracciare anche la religione ebraica? Parecchi intransigenti sono di questo parere, e Paolo ne è spaventato perché si rende conto che molti pagani potrebbero rifiutare la fede cristiana per questo motivo.

Per dirimere la controversia Paolo e Barnaba salgono a Gerusalemme a consultare gli Apostoli. Si tiene allora il primo Concilio della Chiesa, Apostoli e presbiteri si riuniscono per analizzare la questione: immaginiamo per a un istante la diffidenza con cui fu accolto l’antico persecutore dai seguaci di Cristo che, come minimo, pensarono a un tranello. Dopo lungo dibattere, Pietro si alza e parla: «Fratelli, Dio stesso si è dichiarato in favore dei pagani col dar loro lo Spirito Santo né più né meno che a noi. Perché dunque imporre loro un peso che neppure noi abbiamo potuto portare? Noi crediamo che loro e noi saremo salvi per la grazia del Signore Gesù». Anche Giacomo, ligio alla legge mosaica, è d’accordo che non la si debba imporre ai pagani convertiti. Chiede soltanto che essi s’astengano da alcune usanze ritenute particolarmente scandalose dagli ebrei, come mangiare la carne degli animali immolati agli idoli.

Gli Apostoli e i presbiteri scrivono una lettera collettiva ai cristiani di Antiochia comunicando le decisioni prese. Paolo rientra ad Antiochia soddisfatto: il mondo dei pagani, i gentili, è ormai la sua missione.

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