Category: Scrittura Creativa

  • Mistero alla Massaria de ri Cani

    Mistero alla Massaria de ri Cani

    Nella vasta distesa della campagna, dove il vento accarezza dolcemente le spighe dorate, si ergeva una masseria isolata, solitaria, affascinante. Questo luogo, chiamato La Masseria dei Cani, secondo i racconti degli anziani, era stato abitato da una famiglia numerosa e riservata, che viveva di allevamento e coltivazione, ma ciò che aveva reso quel luogo famoso era la presenza costante di numerosi cani, animali robusti e fedeli che sorvegliavano la proprietà giorno e notte, ululando spesso in modo inquietante, come se percepissero presenze invisibili.

    La casa, costruita in pietra calcarea, con le sue pareti spesse e il tetto di tegole rosse, raccontava storie di un passato ricco di vita. Le finestre, un tempo aperte e accoglienti per il ricordo di un ciò che era stata, accogliente dimora familiare e vivace rifugio di molti amici a quattro zampe, ora erano malinconicamente chiuse, i vetri opachi e coperti di polvere.

    Il giardino, una volta curato e fiorito, era divenuto un luogo selvaggio, come del resto selvaggi erano i dintorni, dove le erbacce si intrecciano tra i resti di piante ormai dimenticate. Tra questi rovi, si potevano scorgere i segni dell’allegria passata: un vecchio gioco di legno, un collare per cani arrugginito e una palla, ormai sgonfia. Gli abitanti della masseria erano noti per la loro passione per i cani. Accoglievano ogni anno cucciolate di razze diverse, regalando amore e cure a creature che, altrimenti, avrebbero vissuto una vita di solitudine. Ogni mattina, il suono dei loro guaiti riempiva l’aria, mentre i proprietari li portavano a correre nei campi verdi, sotto il sole splendente.

    Era un’immagine di pura felicità, un legame indissolubile tra uomo e animale.

    Col passare degli anni, però, la vita nella masseria cambiò. La famiglia che vi abitava iniziò a invecchiare, e i cani, uno dopo l’altro, morirono arrendendosi anch’essi all’inesorabile incedere del tempo. La masseria, un tempo vibrante, divenne silenziosa, e i vicini, vedendo l’abbandono, si allontanarono a loro volta, lasciando che il tempo facesse il suo corso.

    E così, la casa rimase deserta, avvolta da un velo di nostalgia e oggi rimaneva solo un rudere e un ricordo di ciò che fu.

    Un giorno, un giovane artista, attratto dalla bellezza della campagna, decise di esplorare la masseria. Portava con sé un taccuino e dei colori, pronto a catturare la magia di quel luogo. Mentre si avvicinava, notò i dettagli: le crepe nel muro, l’erba alta che danzava al vento, e, in un angolo, un armadio malandato. Tutto ciò mentre in lontananza udì il suono di un abbaiare felice, misto a latrati lamentosi: sorprendentemente, non erano solo echi del passato, ma un branco di cani randagi, che si aggirava nei pressi delle rovine cercando rifugio e cibo. Erano forse i discendenti dei primi cani?

    L’artista, colpito dalla scena, si sedette e iniziò a disegnare. I cani, con il loro spirito libero e indomito, sembravano incarnare l’essenza della masseria. Ogni colpo di pennello raccontava una storia di speranza e libertà, di un luogo dove l’amore per gli animali non era mai svanito del tutto. Con il passare delle ore, il sole cominciò a calare, tingendo il cielo di sfumature rosa e arancioni. I cani, stanchi ma felici, gli si accoccolarono attorno, quasi come se avessero riconosciuto in lui un nuovo compagno. Quella sera, nella masseria dei cani, la vita tornò a pulsare, anche se solo per un breve momento.

    Finito il suo lavoro, decise di non lasciare quel posto così presto, e rimase per diversi giorni vivendo tra i cani e scoprendo la storia di ogni angolo della masseria: il suo cuore si riempiva di gratitudine e meraviglia perché ogni giorno portava con sé un nuovo ricordo. La masseria, un tempo abbandonata, tornò a vivere attraverso le sue opere, che raccontavano non solo di un passato glorioso, ma anche di un presente ricco di speranza.

    Durante le brevi pause dal lavoro, sorseggiando il caffè che preparava col fornellino da campeggio, pose gli occhi sull’unico oggetto d’arredamento che gli ricordava che un tempo quella casa era stata vissuta: un armadio male in arnese che aveva un’anta semiaperta. Si avvicinò e incuriosito da un mucchietto di fogli ingialliti che s’intravedevano all’interno cominciò a leggerli. Si trattava di un diario, non era rilegato ma la risma di fogli erano tenuti insieme da una cordicella. Iniziava con la data di un anno:

    1958

    «Sul finire della Primavera il brigadiere Carlo Rinaldi ricevette un incarico insolito, poiché alcuni contadini del posto avevano riferito di strane luci notturne e di latrati insistenti provenienti da quella casa abbandonata da qualche anno; nessuno, tuttavia, aveva avuto il coraggio di avvicinarsi abbastanza da verificare, e il timore si era trasformato rapidamente in leggenda.

    La strada sterrata che a quel luogo ameno conduceva si snodava lenta e sinuosa tra campi aperti e luminosi, dove il vento accarezzava le spighe e sollevava leggere nuvole di polvere, e chiunque vi si avventurasse aveva la sensazione di attraversare un luogo fuori dal tempo, sospeso tra memoria e oblio. La masseria, isolata su un lieve colle, appariva ancora solida nella sua struttura, ma mostrava evidenti segni di abbandono, infissi divelti, muri scrostati e un portone semiaperto che oscillava lentamente a un semplice alitare del vento; attorno all’edificio, l’erba era alta e selvaggia, e il silenzio sembrava troppo denso per essere naturale.

    Il brigadiere arrivò nel tardo pomeriggio, quando la luce iniziava a farsi obliqua e le ombre si allungavano tra gli alberi e sul terreno; parcheggiò la sua automobile, scese lentamente e osservò l’edificio con attenzione, mentre un senso indefinito di inquietudine gli serrava lo stomaco. Non riusciva a capire il perché, ma forse era proprio l’ignoto che lo agitava.

    Entrò nella masseria con passo deciso, spingendo il portone che emise un cigolio lungo e lamentoso, e accese una torcia per illuminare l’interno; l’aria era pesante, impregnata di odore di muffa e polvere, e ogni passo sollevava particelle di pulviscolo che danzavano nella luce tremolante.

    Le stanze apparivano come cristallizzate nel tempo, con mobili rovesciati, stoviglie abbandonate e oggetti personali lasciati al loro posto, come se gli abitanti fossero fuggiti improvvisamente senza voltarsi indietro; quella sensazione di abbandono repentino colpì profondamente il brigadiere, che iniziò a muoversi con maggiore cautela.

    Nel corridoio principale notò qualcosa che lo fece arrestare di colpo: sul pavimento si distinguevano chiaramente delle impronte, non umane ma canine, fresche, come se fossero state lasciate poche ore prima; eppure, non vi era alcun segno di presenza reale, né odore, né rumore.

    Un suono improvviso provenne dal piano superiore, un rumore secco, simile a passi leggeri e rapidi, seguito da un respiro affannoso che si spense nel silenzio; il brigadiere sollevò lo sguardo verso la scala, esitò per un istante e poi iniziò a salire lentamente.

    Al piano superiore, il corridoio era lungo e oscuro, e le porte chiuse sembravano custodire segreti dimenticati; quando ne aprì una, trovò una stanza vuota con una catena fissata al muro e una vecchia ciotola arrugginita, segni evidenti della presenza di animali confinati.

    All’improvviso, un latrato riecheggiò alle sue spalle, seguito da altri, sempre più numerosi, fino a formare un coro inquietante che sembrava provenire da ogni direzione; il brigadiere si voltò di scatto, ma non vide nulla, eppure percepiva chiaramente di non essere solo.

    Avanzò verso l’ultima stanza in fondo al corridoio, spinto da una forza che non riusciva a spiegare, e quando aprì la porta rimase immobile, paralizzato dalla scena che gli si presentava davanti: decine di sagome canine, indistinte ma visibili, lo osservavano in silenzio, con occhi che riflettevano la luce della torcia.

    Quelle presenze non erano vive nel senso comune, e tuttavia occupavano lo spazio con una realtà inquietante, come se appartenessero a un’altra dimensione; alcuni animali ringhiavano sommessamente, mentre altri restavano immobili, come guardiani silenziosi.

    Una voce, improvvisa e fredda, si levò alle sue spalle: «Questa casa non è mai stata abbandonata!».

    Il brigadiere si voltò lentamente e vide una figura umana, pallida e immobile, che lo fissava con uno sguardo privo di espressione; l’uomo tentò di parlare, ma la voce gli si spezzò, e ogni tentativo di razionalizzare ciò che stava accadendo si dissolse.

    «I cani custodiscono ciò che gli uomini hanno dimenticato», continuò la figura, avanzando di un passo, mentre le ombre sembravano muoversi all’unisono.

    Il brigadiere indietreggiò, sopraffatto da un terrore che non aveva mai provato, e cercò di raggiungere l’uscita, ma il corridoio sembrava allungarsi, deformarsi, come se la casa stessa volesse trattenerlo.

    All’esterno, il sole era ormai tramontato, e la campagna era sprofondata nel buio più totale.

    Il giorno seguente, alcuni contadini trovarono l’automobile del brigadiere parcheggiata davanti alla masseria, con la portiera aperta e nessuna traccia del suo proprietario; all’interno dell’edificio, non vi era alcun segno di lotta, né di fuga.

    Solo polvere. E impronte, molte impronte di cani»

    * * * * *

    L’artista dopo aver letto quel racconto tutto d’un fiato sentì un brivido corrergli lungo la schiena ma, allo stesso modo del brigadiere Rinaldi del diario, non riuscì a capire il perché. In ogni caso decise di andarsene e di rientrare a casa, portò con sé non solo i suoi quadri, ma anche quel mucchietto di fogli ingialliti che costituivano il diario e con esso l’amore per un luogo che, nonostante il passare del tempo, continuava a ispirare.

    La Masseria dei Cani, con la sua bellezza e la sua storia, e adesso anche rimase nel suo cuore, un faro di luce in un mondo spesso buio.

  • Casale e la chioccia d’oro

    Casale e la chioccia d’oro

    Il piccolo borgo di Casale arroccato tra le colline dell’Alto Casertano, sembrava, nell’anno 1862, vivere sospeso tra due epoche visto che il Regno delle Due Sicilie era crollato da poco più di un anno, travolto dalla spedizione dei Mille e dall’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, e il 17 marzo 1861 era stato proclamato il Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II, un Re percepito come lontano e straniero, “Almeno i Borbone parlavano in napoletano!”, si diceva. In effetti nelle campagne, tra uliveti e strade polverose, l’Unità era ancora una parola lontana, spesso pronunciata con diffidenza o con rabbia.

    Fu in quell’anno inquieto che giunse a Casale il tenente colonnello Gustavo Pinerolo, ufficiale dell’esercito piemontese, alla testa di un battaglione di circa novecento uomini, un numero enorme, quasi pari alla popolazione stessa del piccolo paese collinare. Nonostante la stragrande maggioranza dei paesini del sud Italia fossero anonimi per i soldati dei Savoia, c’è da dire che quella zona era famosa, almeno nei manuali militari, visto che dopo la Battaglia del Volturno lì, anzi sulle colline intorno alla vicinissima San Giuliano di Teano, c’erano stati alcuni scontri tra le truppe borboniche in ritirata verso Gaeta, e le unità piemontesi guidate dal generale Enrico Cialdini.

    I soldati avevano ancora addosso l’odore acre delle marce forzate e delle scaramucce contro le bande ribelli che infestavano le montagne del Matese. Ufficialmente erano lì per ristabilire l’ordine e reprimere il cosiddetto brigantaggio che, dopo l’unificazione, si era diffuso in vaste aree del Mezzogiorno, ancora di più visto che molti erano quelli che resistano all’invasione dei Savoia; un fenomeno che il nuovo Stato avrebbe combattuto con durezza, fino alla promulgazione della Legge Pica l’anno successivo.

    Ma gli ordini ricevuti da Pinerolo andavano oltre il semplice controllo del territorio: l’alto comando aveva parlato chiaro, le truppe andavano mantenute pagate con tutto ciò che si ricava dalle ruberie e dai saccheggi nei paesi che man mano si incontrano, il mantenimento insomma doveva gravare anche e soprattutto sulle terre conquistate. Requisizioni, contributi forzosi, sequestri di beni sospetti. In altre parole, tutto ciò che avesse valore poteva e doveva esser preso: una razzia legalizzata insomma, questa era la percezione nei paesi del Sud. A Casale, l’arrivo dei novecento soldati fu accolto da porte chiuse e sguardi cupi, torvi, quasi rassegnati anche non lo erano completamente, le donne si facevano il segno della croce al loro passaggio; gli uomini serravano le mascelle senza osare proferir parola.

    Non tutti, però: c’è sempre qualche collaborazionista disposto a parlare, un piccolo proprietario in lite con un vicino, un ex amministratore borbonico desideroso di compiacere i nuovi padroni di cui era nota la passione per l’oro perché desideroso di conservare i propri privilegi. Fu uno di questi, in una sera di vento che faceva sbattere le imposte, a raccontare al tenente colonnello una storia che a Casale si tramandava da generazioni una favoletta, una diceria che i secoli avevano ammantato di un alone leggenda, disse con voce bassa, ma con gli occhi accesi d’avidità riflessa.

    Si narrava che, in epoca remota, alcune nobili famiglie solite villeggiare tra quelle colline, provenienti da Napoli, nobili della Corte Reale, e da Caserta, ricchi imprenditori delle seterie di San Leucio, avessero fuso parte dei loro gioielli in un’unica, bizzarra forma: una chioccia d’oro puro, circondata da sette o forse otto pulcini, anch’essi d’oro massiccio. Un chilo, forse più. Un simbolo di prosperità e fecondità, nascosto nei tumulti di un’antica guerra o forse durante i moti che avevano attraversato il Regno di Regno delle Due Sicilie.

    «Dietro ogni leggenda c’è un fondo di verità», mormorò Pinerolo, tamburellando le dita sul tavolo.

    Da quel momento, Casale cessò di essere soltanto un paese sospetto di simpatie borboniche. Divenne una miniera da esplorare. Le indagini cominciarono con apparente discrezione, furono convocati i notabili, interrogati i parroci, esaminati gli archivi polverosi delle famiglie più antiche. Ma ben presto la ricerca prese una piega più cupa: i servitori delle case nobiliari furono chiamati uno a uno nelle scuderie di uno dei tanti vecchi palazzi nobiliari del posto, trasformato in quartier generale. Le domande si fecero pressanti, le minacce esplicite. Qualcuno parlò di una cantina murata, qualcun altro di un pozzo prosciugato. Ogni voce dava origine a una nuova perquisizione, ogni perquisizione a un sospetto, e quando le parole non bastavano, entravano in scena metodi meno ortodossi: veglie forzate, privazioni, intimidazioni. In un caso, si sussurrò perfino di torture. Il nome di Pinerolo cominciò a essere pronunciato sottovoce, come si fa con le calamità naturali.

    Eppure, tra i soldati, non mancavano i dubbi. C’era chi si chiedeva se davvero il nuovo Stato, nato nel nome della libertà e dell’unità, dovesse sostenersi con il frutto delle requisizioni: c’era differenza con i predoni? C’era chi ricordava le promesse fatte al Sud, specie di nuove terre, al momento dell’annessione e vedeva, nei volti scavati dei contadini, una delusione che nessuna retorica patriottica poteva cancellare.

    Le settimane passarono. Furono scavate aie, aperti muri, rovistate cappelle di famiglia, ma della chioccia d’oro nessuna traccia. Una notte, mentre il vento faceva gemere i cipressi del cimitero, un vecchio servo, piegato dagli anni e dalle paure, chiese di parlare con il tenente colonnello. Disse di conoscere il segreto, disse che il tesoro non era sotto terra, ma sopra le loro teste. Pinerolo lo seguì, con due uomini armati, fino alla chiesa più antica del borgo. Lì, indicò la grande lampada votiva sospesa davanti all’altare. «Non è oro pieno», sussurrò, «ma è tutto ciò che resta. La chioccia fu fusa di nuovo, anni fa, per farne questa lampada. I pulcini divennero calici. Il resto servì a pagare debiti e silenzi».

    Pinerolo osservò a lungo la lampada tremolante. Se era vero, l’oro era già stato trasformato in simbolo sacro, sottratto per sempre alla cupidigia degli uomini; se al contrario era falso, si sarebbe trattato dell’ennesimo inganno di un paese ostile.

    All’alba, il battaglione lasciò Casale così come era arrivato: in formazione serrata, tra sguardi carichi d’odio. Nessun tesoro riempiva i carri, solo casse di vettovaglie requisite e qualche oggetto d’argento dichiarato “necessario al mantenimento delle truppe”. La leggenda della chioccia d’oro continuò a vivere, più forte di prima, anzi per alcuni, era la prova che il paese aveva saputo proteggere il proprio segreto. Per altri, era il simbolo di un’epoca in cui l’oro contava più delle vite. Mentre l’Italia cercava faticosamente di diventare nazione, tra leggi speciali e repressioni, Casale imparava una verità amara: che la storia ufficiale si scrive nei palazzi, ma quella vera si nasconde spesso sotto le pietre di un piccolo borgo collinare, tra paura, silenzi e leggende che nessun esercito riesce davvero a conquistare.

  • Casale: Mille e non più Mille!

    Casale: Mille e non più Mille!

    L’anno Mille era giunto con un carico di presagi. In molte terre della Cristianità si era diffusa la convinzione che il compiersi del millennio dalla nascita di Cristo potesse coincidere con il Giudizio finale. Nel Mezzogiorno longobardo le paure apocalittiche si intrecciavano a tensioni politiche reali: il Principato di Capua cercava di difendere la propria autonomia tra le pressioni dell’Impero e quelle del Papato, una vera e propria lotta per il potere, mentre il nome del giovane imperatore Ottone III circolava nei monasteri come simbolo di una possibile restaurazione cristiana dell’antico Impero Romano nel sogno mai sopito di una renovatio imperii.

    A pochi chilometri dalla più nota Carinola, sorgeva un piccolo borgo rurale, un insieme di costruzioni sparse, abitazioni e opifici, chiamato semplicemente Casale: non si trattava di una città, né di un castello, ma era un agglomerato di case in tufo, orti, vigneti e sentieri battuti da muli e contadini. Lì la storia che si scriveva nei palazzi giungeva fino alle campagne come un’eco lontana: le stagioni, la cura dei campi, la vendemmia e le opprimenti decime, queste cose occupavano la mente e le giornate dei villici. Le scorrerie dei Saraceni non erano ancora un ricordo lontano, era infatti ancora viva nella memoria la battaglia del fiume Garigliano di quasi un secolo prima quando per combattere costoro, avevano una roccaforte fortificata alla foce del fiume, da cui avevano saccheggiato l’abbazia di Montecassino, si allearono Longobardi, Bizantini, Latini e Papato: indimenticabile quella battaglia, non solo perché pose fine alla loro espansione in Italia meridionale ma soprattutto perché il papa Giovanni X oltre alla tiara aveva indossato anche l’armatura del guerriero.

    Il territorio ricadeva nell’orbita del principe Pandolfo II di Capua, la cui autorità giungeva fin nelle campagne attraverso gastaldi e milites locali. La legge applicata era ancora quella longobarda, fondata sull’Editto di Rotari di molti secoli prima e sulle consuetudini tramandate negli anni. Nessuno, a Casale, immaginava che proprio in quell’anno carico di attese si sarebbe consumato un delitto destinato a segnare per sempre la memoria del borgo.

    La famiglia De’ Grassis possedeva una piccola chiesa privata, costruita sopra antiche fondamenta romane, forse resti di una villa rustica collegata alla strada che un tempo univa Capua a Minturno. L’edificio era semplice ma solenne: una navata unica, un’abside semicircolare decorata con un affresco bizantineggiante della Madre di Dio, e un altare laterale dedicato a San Michele, molto venerato nelle terre longobarde.

    La sera del 12 novembre dell’anno Mille, Landolfo De’ Grassis entrò nella chiesetta poco prima del vespro: non ne uscì vivo!

    Fu un chierico a trovare il corpo all’alba, riverso accanto all’altare laterale, trafitto da un pugnale a lama bella larga, grosso come una sorta di gladio romano. Il sangue aveva imbrattato la mensa sacra, mescolandosi alla cera delle candele votive, ed era colato tra le fughe del pavimento. L’omicidio in un luogo consacrato era sacrilegio, non si trattava soltanto di uno sgarbo alla giustizia umana ma anche un insulto a Dio, e Lui avrebbe perdonato? Qualcuno temeva di aver scatenato l’ira divina.

    A indagare fu chiamato il gastaldo del territorio, Adenolfo, uomo esperto di diritto longobardo, severo e pratico giunse a Casale con due armigeri. Egli rappresentava l’autorità del principe e applicava la legge secondo il diritto longobardo che prevedeva giuramenti purgatori, una forma di prova giudiziaria in cui l’accusato si liberava, si purgava, da un’accusa giurando la propria innocenza, spesso accompagnato da un numero definito di co-giuratori o compurgatori, testimonianze e, nei casi più incerti, ordalie, un’antica pratica giuridica secondo cui l’innocenza o la colpevolezza dell’accusato venivano determinate sottoponendolo ad una prova dolorosa o a un duello. Ad accompagnarlo vi era frate Martino, monaco proveniente dalla potente abbazia di Montecassino, centro spirituale e culturale che irradiava la riforma benedettina in tutto il Mezzogiorno: Montecassino, ricostruita dopo le devastazioni saracene del secolo precedente, era tornata a essere faro di disciplina e scrittura guidata sempre dalla stella polare della Regola, fulgido esempio nel Monachesimo continentale.

    Martino era uomo colto, abituato a leggere pergamene e anime con la stessa attenzione: «Un delitto nella casa di Dio», disse contrito osservando il sangue rappreso: «Chi ha colpito quest’uomo non ha temuto né la legge né il Cielo».

    La vittima, Landolfo, non era certo amato. Negli ultimi anni aveva ampliato i suoi possedimenti appropriandosi di terre contese tra la famiglia e la diocesi soggetta al vescovo di Sessa Aurunca. Si diceva che avesse occultato antichi atti di donazione e i sospetti si addensarono su tre figure: Ruggero il fabbro, che aveva forgiato un pugnale identico a quello rinvenuto, Pietro il massaro, privato di un campo d’ulivi e Gaitelgrima, la giovane moglie di Landolfo, donna di stirpe longobarda, colta e silenziosa. Adenolfo minacciò l’ordalia dell’acqua bollente per ottenere confessioni, ma frate Martino si oppose: «La verità», disse, «non sempre si rivela nella carne ustionata», consapevole del fatto che la tortura, anche se ammantata di sacro giudizio divino, quasi mai porta alla verità anzi spesso la nasconde visto che pur di porre fine alle proprie atroci sofferenze l’imputato è capace di confessare tutto, anche la cosa più falsa.

    Fu durante un attento esame dell’altare che Martino notò un’anomalia: la mensa sembrava leggermente spostata rispetto alla base in muratura. Sollevata la pietra, apparve una cavità contenente pergamene sigillate. Erano atti di donazione che attestavano come parte delle terre dei De’ Grassis fosse stata ceduta decenni prima alla Chiesa locale. Se quei documenti fossero stati resi pubblici, Landolfo avrebbe perso prestigio e ricchezze. La questione non era solo familiare quindi ma riguardava l’equilibrio tra potere laico e autorità ecclesiastica in una terra dove già era fragile.

    Le indagini si protrassero per settimane e Martino interrogò i contadini, ascoltò i racconti delle donne al pozzo, osservò gli sguardi durante la messa domenicale. Scoprì che Gaitelgrima aveva contatti segreti con un diacono inviato dalla diocesi: intendeva restituire le pergamene al Vescovo, forse per espiare un torto, forse per salvare l’anima del marito. La sera del delitto, Landolfo l’aveva sorpresa nella chiesa, ne era nata una lite furibonda, e il pugnale, inizialmente portato solo per minacciare, era divenuto strumento di morte in un gesto improvviso. Non fu necessaria nemmeno la minaccia di una tortura, che comunque frate Martino nemmeno avrebbe ventilato, bastò un lungo colloquio tra il monaco e la donna, nel silenzio della navata. Gaitelgrima confessò. Nemmeno aveva premeditato l’omicidio, ma a un certo punto aveva temuto per la propria vita e sin dapprincipio aveva pensato ai nefasti pericoli che correva l’anima di suo marito. Adenolfo, resosi conto della palese buona fede e valutate le attenuanti, applicò la legge longobarda e precisamente il risarcimento pecuniario e la penitenza pubblica prescritta dall’Editto di Rotari, pertanto una parte dei beni sarebbe stata devoluta alla Chiesa e Gaitelgrima avrebbe compiuto pellegrinaggio a Montecassino, chiedendo espiazione.

    Casale tornò lentamente alla sua quiete. Negli anni successivi nuove forze sarebbero giunte nel Mezzogiorno: guerrieri normanni in cerca di terre e fortuna, destinati a mutare per sempre gli equilibri del Sud, ma nel piccolo borgo di Casale il ricordo del sangue versato nella chiesetta gentilizia rimase inciso nella pietra. Frate Martino, prima di lasciare il borgo, scrisse una cronaca dell’accaduto nello scriptorium di Montecassino. Non per alimentare scandalo, ma per ricordare che la giustizia umana, nell’anno Mille, camminava sempre accanto alla misericordia.

    E tra le colline silenziose, dove un tempo passavano le strade romane, Casale continuò a vivere, fragile e ostinato, sotto lo sguardo del Cielo. L’anno Mille non portò la fine del mondo, ma segnò una frattura nella coscienza del borgo ma comunque il popolino continuava a ripetere sottovoce e quasi con paura «Mille e non più Mille!»

  • San Paolo: un grande tra contadini e soldati

    San Paolo: un grande tra contadini e soldati

    Paolo sbarcò dalla nave Aquarius agli inizi del febbraio del 61: l’imbarcazione continuò invece alla volta di Portus, il nuovo scalo nei pressi di Ostia fatto costruire dall’imperatore Claudio. La traversata per Roma fin dall’inizio si era annunciata difficile, salparono sul Castore e Polluce nell’anno 60 dal porto di Cesarea ma a Mira cambiarono imbarcazione e presero posto su un veliero che trasportava in Italia un grosso carico di grano e 276 passeggeri. Quando fecero scalo a Creta, era già la fine di settembre e normalmente i velieri non affrontavano il Mediterraneo durante l’inverno: le tempeste erano furiose e prima di Malta per poco una non risultò fatale.

    Pozzuoli offriva un panorama meraviglioso, anche se in effetti la voglia di ammirarlo era scarsa, visto che Paolo veniva condotto nella Caput Mundi insieme ad altri prigionieri. Paolo era stato riconosciuto da alcuni Ebrei, ancora inviperiti per la sua conversione, e accusato di aver introdotto un pagano nel recinto del tempio: si trattava di un’accusa falsa, ma quel reato era grave e punibile con la morte. In verità Paolo nominalmente era ancora un uomo libero ma siccome si era appellato al giudizio dell’imperatore Nerone, gli fu accordato questo privilegio in quanto cittadino romano.

    Una volta uscito da Pozzuoli s’incamminò sulla via Campana verso Capua, il centro più importante della zona, poi Sidicinum, e Forum Claudii. Paolo di Tarso giunse in un luogo ferace, fertile, con tanti contadini che lavoravano gioiosamente la terra e che nelle pause si beavano alla vista del panorama: lo sguardo giungeva fino a Napoli, al mar Tirreno, in pratica da quei terreni collinari poteva quasi scorgere il porto dov’era sbarcato.

    Quel gruppo di casali era pieno di poderi e masserie, Villae Rusticae sembra le chiamassero, che erano stati assegnati a militari in pensione dell’esercito romano: in molti casi si trattava di commilitoni o diretti superiori della scorta armata che li accompagnava, che così erano stati ricompensati dei loro servigi nell’esercito e nel contempo assicuravano un fidato controllo del territorio. Era quella la Campania Felix tanto cara ai Romani: eh sì, era proprio Felice quel luogo, anzi gli era parso di capire che i locali chiamassero quel panorama Pilara.

    Da quelle parti c’era anche un’ara dedicata ad un dio pagano. Paolo fu invitato a parlare, così giusto per accompagnare il lavoro dei contadini locali che stavano curando le viti: dopo un po’ gli offrirono dei lupini e del vino che loro stessi stavano consumando, si sa l’ospite è sacro anche se parla di un Dio nuovo e quasi del tutto sconosciuto.

    Paolo veniva da Gerusalemme, la città santa; Atene è il centro della sapienza e delle arti, ma Roma. Roma è la capitale dell’impero, certo incuteva un po’ di timore, ma Paolo sentiva qualcosa che lo attirava lì, erano forse i tanti fratelli che lo stavano aspettando, quegli stessi che sarebbero stati chiamati cristiani? Sì, Roma era la città del suo destino!

  • Renzo e i capponi

    Renzo e i capponi

    Una qualunque strada di Lecco, in Lombardia, anno 1628. Renzo Tramaglino dopo che era andato a monte il matrimonio con Lucia Mondella per la famigerata intromissione di don Rodrigo dei suoi Bravi, su consiglio di Agnese, si reca da un dotto avvocato lecchese, il dottor Azzeccagarbugli, per ottenere qualche consiglio legale, qualche dritta su come comportarsi, anche perché gli era stato detto che per evitare le arroganti e solitarie iniziative di qualche nobilastro che intendeva fare il bello e il cattivo tempo a piacer suo e a danno dei popolani, anni prima era entrata in vigore una “grida”, un editto che aveva valore di legge all’epoca, in cui si rendeva impossibile agire per conto proprio e in sprezzo alla legge solo perché si era nobili e ricchi.

    Alessandro Manzoni nel suo magistrale I Promessi Sposi descrive questa gustosissima scenetta nel terzo capitolo della sua opera: per non presentarsi a mani vuote il nostro eroe porta in dono quattro capponi che tiene stretti per le zampe, a testa in giù e, visto che è piuttosto agitato, durante il cammino gesticola facendo ballonzolare in modo indecoroso le teste degli animali i quali, da parte loro, ne approfittano per beccarsi a vicenda. Scrive il Manzoni con la sua consueta ironia:

    Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura

    Quella dei capponi di Renzo è una chiara metafora: spesso quando ci troviamo in difficoltà, e ahinoi Casale lo è, invece di essere solidali e di fare fronte comune con coloro che si trovano nella nostra stessa situazione, destinati cioè alla morte, leggasi estinzione da spopolamento, tendiamo a “beccarci” tra di noi, cercando di mettere in evidenza i nostri pregi in contrapposizione con i difetti altrui, cercando di “chiamarci fuori” anche se, come succede ai capponi, siamo “dentro” in pieno.

    Ora, mutatis mutandis, condendo il tutto con la debita ironia e, soprattutto, con l’amarezza che in questi giorni stiamo provando, il lettore dica chi è Renzo e chi sono i capponi?

  • La GENTILEZZA è gratis!

    La GENTILEZZA è gratis!

    C’era una volta tanto tempo fa… in effetti la storia che vi racconto non risale a tantissimo tempo fa, o forse sì? Certo è che probabilmente parte di coloro che leggeranno all’epoca non erano ancora nati. Era il 1983: dopo una visita alla Cappella di S. Maria delle Grazie, non era ancora Santuario Diocesano ovviamente, io e una mia amica stavamo risalendo la strada per tornare su viale dei Ciliegi.

    Eravamo entrambi all’incirca diciottenni e incontrammo una signora non più giovanissima, a dire il vero anziana rende meglio l’idea, che evidentemente si recava a pregare. La salutammo con un semplicissimo «Buonasera!», anche se nemmeno rivolgeva lo sguardo verso di noi. A questo punto l’inattesa risposta:

    Ninnì, io manco vi guardavo perché ri giuvini nun salutano mai ri viecci! COMUNQUE, GRAZIE PUR’A VUI!

    Lì per lì credo che quella risposta ci abbia fatto pure piacere, gratificando e non poco il nostro ego di giovani inconsapevoli della realtà e delle più profonde implicazioni di ciò che quella dolce vecchina ci stava dicendo. Ma ripensandoci a mente fredda dopo qualche anno ci si può rendere conto quanto ciò da un lato sia normale, normalissimo e faccia parte del naturale evolversi della vita, ma dall’altro… eh bè no, dall’altro non è normale, innanzitutto perché siamo in un paesino in cui si conoscono tutti, e oggi purtroppo siamo ancor meno di allora, ma poi anche e soprattutto perché LA GENTILEZZA NON COSTA NULLA!

    E pensandoci bene, come si fa a non essere gentili con la parte più saggia e dolce della nostra società, anche considerando che ormai è sempre di più la maggior parte? Come si fa a negare un semplice Ciao o Buongiorno a chi rappresenta ciò che un domani, speriamo, diventeremo tutti?

  • Il mio paese… aperto! 

    Il mio paese… aperto!
     

    All’alba di tanto tempo fa per le strade e nella piazzetta del mio paese era tutto un festoso vociare di donne mature e di giovinette, era tutto un fischiettare di uomini adulti con qualche lontano accenno di canto, di allegri giovani in forma dediderosi da farsi notare dall’amorosa, di rumori di zoccoli di cavallo e ragli di asini, di  scricchiolii di carretti e sciaraballi, di un grugnire di maiali accompagnati al pascolo da ragazzini o arzilli vecchietti.

    Il tutto, man mano, si dileguava come nella nebbia e ogni squadra si avviava per la campagna per “andarsi a buscare a jurnata”.

    All’alba di oggi, per le strade e nella piazzetta del mio paese, non ci sono più donne, giovinette, uomini e giovani, né  si sentono più zoccoli di cavallo e ragli d’asino, né fischietii, né canti.
    All’alba di oggi nel mio paese è solo una babilonia di lingue, gruppo di giovani di terre diverse, albanesi , rumeni, moldavi, ucraini tutti pronti ad essere caricati su piccoli camion,  stipati in malconci furgoncini, mentre  giovani africani   ansimanti che con andatura ìncerta  pedalano e guidano ferrovecchi, tutti raggiungono il terreno ove grazie al duro lavoro delle loro mani, il mio paese ancora riesce a far si che sulle tavole arrivino i buoni prodotti che la madre terra ci dona.

    Il mio paese non è più chiuso su se stesso, il mio paese è ormai senza confini e senza muri, il mio paese anche se all’ alba ti amnanta un po’ di malinconia  vive il nuovo tempo, ove il mio paese non è solo “mio” ma è di tutti.

    Lorenzo Razzino

  • Tra lume e lustro: ricordo di sapori antichi

    Tra lume e lustro: ricordo di sapori antichi

    Era ancora buio quando aprii la porta di casa, facendo attenzione a provocare il meno baccano possibile per permettere ai miei di sfruttare col riposo quelle altre due o tre ore prima che la giornata, che si annunciava fredda, bella ma fredda, cominciasse con il suo quotidiano tran tran. Io per esempio sarei andato a scuola visto, che frequentavo la terza elementare, nell’Edificio scolastico a 100 metri da casa.

    In verità non era ancora buio. Le tenebre erano predominanti sì, ma, riluttanti, stavano per far posto alle prime luci dell’alba. Insomma si era prevalentemente in penombra, ma in quell’ora ancora crepuscolare stava per esplodere il giorno, in quel momento bellissimo poco prima dell’alba. Del resto l’appuntamento nella sua approssimazione era stato oltremodo preciso: «Quannu sta pe fa iuornu, prima che se rompe l’alba, viè!».

    Di solito attraversare la strada era un esercizio semplicissimo anche per un bambino: dopo aver prestato la dovuta attenzione, bastava guardare su e giù, e mentre lo facevi sembrava di avere i genitori alle spalle che, prodighi di quei consigli che aiutano a crescere, ti ricordavano «Fai attenzione! Fai attenzione!». In quel momento, però, guardare su e giù era una stringente necessità perché, nonostante l’ora, passavano molti mezzi, auto, trattori, lambrette, chi per andare alla stazione ferroviaria per il treno, chi per prendere l’autobus per recarsi al lavoro, chi per andare in campagna per impegni o per passatempo: c’era comunque un po’ cui stare attenti.

    La mia destinazione era vicinissima, una casa quasi a metà strada tra la mia e la Scuola, una delle più antiche magioni, se non addirittura la più antica, della mia zona: era già da anni che la frequentavo e sicuramente era quella che conoscevo meglio, anche più di quelle dei miei coetanei, ed ormai quello era un appuntamento fisso di quel periodo.

    Stavo per fare colazione “all’antica”: pane di casa, pancetta (ma detta alla casalese, ventresca, suona tuttora meglio e pare anche più invitante!), del maiale macellato in casa pochi mesi prima, amorevolmente preparata, conservata e arrostita sulla griglia del grande caminetto padronale di casa: ovviamente solo il vino, rigorosamente fatto in casa, era vietato a un bambino come me, ma per gli altri commensali le libagioni errano normali e gustose.

     

    L’ambiente domestico di una volta

     

    Non volevo mancare alla fase di preparazione: non lo facevo certo io ovvio, però vedere quelle belle fette di lardo, non quasi trasparenti come si taglia nei negozi, abbondantemente venato di carne magra, e sentire lo sfrigolio del grasso che cola sulla brace o lo stridio dei carboni ardenti che, quasi come se fossero stati feriti, venivano colpiti da quelle gocce di “miele” fuso, ti faceva venire l’acquolina in bocca e ti disponeva nel migliore dei modi alla fragrante “scioglievolezza” che di lì a poco avrebbe inondato il palato di ognuno di noi. Altro che aperitivo!

    Un vero e proprio pranzo all’alba non era la cosa più dietetica e salutare per l’organismo, che probabilmente stava ululando per protesta mentre la nostra bocca si deliziava, ma vi garantisco che, anche se era croccante, la ventresca per dare il meglio di sé deve essere quasi bruciacchiata, la calda effusione di quel sapore credo di non averla assaggiata più!

    L’ho definito “pranzo”, ma in verità non è che avesse più portate, anzi solo un piatto costituiva quella colazione che qualcuno, fissato con il modernismo, potrebbe definire “all’inglese” anche se in realtà poco aveva d’inglese vista l’unica portata di pancetta e visto che quest’ultima è solo simile al bacon, suo elemento principe: no, non era una colazione all’inglese, ma era del tutto nostrana, penso anzi che gli inglesi non abbiano inventato nulla. Di certo non hanno inventato le varie fasi di una preparazione che risale a mesi prima, anzi a secoli prima visto che si ripete sempre uguale a sé stessa, il rosso del fuoco che forniva una tipica atmosfera familiare, e soprattutto non hanno certo il copyright su quel profumo… ah, quel profumo, il modo migliore per cominciare la giornata.

    La giornata poteva iniziare: la scuola, il lavoro, tutto era più dolce dopo quel vero e proprio rito. Erano anni che andava così, e in quelli a seguire sarebbe stato lo stesso.

    PROSIT!

  • Casale, fuga dal giorno più buio

    Casale, fuga dal giorno più buio

    I racconti, anzi ri cunti, che una nonna fa al suo nipotino nelle fredde serate invernali accanto al focolare, quando non c’era certo il computer e men che meno la vasta scelta televisiva di oggi, sono tra le cose che più rimangono impresse perché appartengono a un passato che, anche se essenziale, spesso aveva un non so che di poetico. Cercherò di ricostruire i versi di una di quelle “quasi poesie” trasudanti sempre verismo ma stavolta addirittura un vero e proprio frammento di vita, talmente vivido e reale da suscitare genuina emozione e sincera commozione in chi raccontava.

    * * * * *

    Casale, 22 settembre 1943, mercoledì, ore 20.00

    Sentimmo scalciare violentemente alla porta. I bambini, riuniti in cucina per cenare, si alzarono tutti insieme e corsero a stringersi alla gonna della mamma, come a cercare protezione, un rifugio sicuro che solo una mamma può offrire: lei con la pentola in mano stava per servire la cena, a loro e al padre che da poco si era lavato e rinfrescato dopo una lunga giornata di lavoro in campagna… lunga, ma anche dura visto che il padrone presso cui lavorava aveva ordinato al “Caporale” di non fare sconti, di non farsi impietosire dalle lamentele degli operai e di spremerli ben bene, tanto un’altra giornata sicura dove l’avrebbero trovata? Ovviamente fu il padre che, anima e coraggio, andò ad aprire, anche se impaurito dal clima di tensione di quei giorni: i tedeschi, infatti, non l’avevano certo preso bene quel “tradimento”, così lo chiamavano, degli italiani di cui si era venuto a sapere solo l’8 settembre, anzi erano piuttosto incazzati per l’armistizio e stavano per esplodere anche se non si sapeva bene come avrebbero reagito. Ma l’avrebbero fatto, oh! se l’avrebbero fatto anche perché, si sa, l’ex-alleato è sempre più odiato del nemico.

    – «Lucià, ri tedeschi stann’a preparà non so quale trappula pe’ stanotte. E non solo a Casale!» – disse un trafelatissimo Giovanni, l’amico di papà che così fragorosamente si era annunciato.

    – «Giuà, ma che rici? E mò che ce cunviene fà?»

    – «Amma scappà! Stasera! Anzi mò!»

    – «Uabbuò, hai ragione. E addò? Cu chi?»

    – «Siamo in sei e pensiamo di andare tutti in una masseria sulla collina de le Prieci, così veremmu puri che succere a Casale!»

    – «Ma nun è troppu vecinu?»

    – «Chisà? Speriamu de no! Ru fattu è che su sulu due o tre ore che sapemmu tuttu.

    – «Ma tuttu che? Che sapete?»

    – «La mugliere de Pascale, Minuccia, che va a serviziu addù ri tedeschi, al Comando nazista ’ncoppa a ru Ponte, mente lavava ‘nterra, ha sentitu rice agli ufficiali che tra stanotte e rimani matina scatta na trappula, nun sapemmu comme ma è sicuru. L’ha rittu oggi Pascale: mò ce serve sulu chi ce porta a mangià, pecché ’ntenemmu mancu ru tiempu de pensà a niente!»

    Rivolgendosi a Melinda, Giovanni chiese:

    – «Melì… tu che dici?»

    – «Sì sì, ce pensu i. Facci’a verè che vac’a lavà ri panni e ri facciu fessi a ri tedeschi!», disse un bel po’ spavaldamente, ma in realtà cercava di nascondere la paura che quasi la paralizzava e cercava di non allarmare troppo i bambini che già stavano per piangere.

    – «Uabbuò Lucià, allora iammu: pigliete ‘na giacchetta e iammu!»

    A questo punto Luciano, messo dinanzi all’ineluttabilità dei fatti e di gran lunga meno spavaldo della moglie, dopo aver baciato i figli sulla fronte e preso accordi con Melinda per l’indomani, se ne uscì seguendo Giovanni.

     

    Casale, 23 settembre 1943, giovedì, ore 6.00

    Casale vista dalla collina Preci

    Nascosti tra i frondosi alberi della parte inferiore della collina de le Prieci, Monte Cuccu veniva chiamata quella zona, mio nonno Luciano e i suoi amici Giovanni, Antonio, Totonnu, Luigi, Sandro, o Lisandru, e Pasquale il marito di Minuccia grazie alla quale quel gruppo si era formato, e per finire Pietro, che tutti chiamavano Petucciu fin da bambino anche perché col passare degli anni non è che fosse cresciuto tanto, scrutavano già da ore con morbosa curiosità le strade della sottostante Casale, il nostro paese in linea d’aria distava solo 300 m, ma tra alberi e crepacci ogni rumore giungeva smorzato o, nella migliore delle ipotesi, distorto. Miravano, rimiravano, occhieggiavano, allungavano il collo come quando si è in apnea e si cerca ossigeno per sfuggire all’asfissia o all’annegamento. In effetti era in ballo una buona fetta della loro vita e, solo dopo l’avremmo saputo ma sicuramente in cuor loro già lo sentivano, delle loro famiglie. Riuscivano a scorgere un uomo con una divisa, che urlava qualcosa in un megafono e questo andava avanti fin dalle prime luci dell’alba, ma non si riusciva a capire bene cosa anche se doveva essere importante visto che per ben tre volte quell’uomo, non se ne riuscivano a scorgere i lineamenti del viso, fece il giro delle strade e dei vicoli del paese. Dopo un bel po’ cominciarono ad osservare un gran viavai di gente che frettolosamente si raggrupparono nella piazza del paese dove c’erano tedeschi, quelli sì che si riconoscevano bene, sia per le loro movenze marziali e quasi da automi, sia perché armati con mitragliatrici che tenevano minacciosamente imbracciate; si vedevano anche molte donne che cercavano di fermare gli uomini diretti al centro del paese e di frapporsi come ostacolo tra loro e la destinazione che avevano, cioè la Piazza. Che stava succedendo? La tensione cresceva tra gli otto uomini anche per l’impossibilità di capire, un’impossibilità molto simile all’impotenza. Solo con la venuta della moglie di Luciano, Melinda, si sarebbe saputo qualcosa di certo: ma per questo avrebbero dovuto pazientare ancora un altro giorno, e si sa in frangenti simili la pazienza è sempre merce rara, anzi rarissima tanto da venir soppiantata dall’impazienza.

     

    Casale, 24 settembre 1943, venerdì, ore 6.05

    Un rastrellamento nazista

    Melinda riuscì a venire di buon mattino e, come aveva anticipato al marito e a Giovanni, riuscì a ingannare i tedeschi fingendo di recarsi a lavare al ruscello: portava infatti sulla testa una grossa cesta di vimini (ru panaru) pieno di panni sporchi e di qualche stoviglia… ma solo per metà, perché nello strato inferiore, ben nascosto a mo’ di sottofondo, c’erano un po’ di vivande per i “rifugiati”, cioè pane, qualche pezzo di salsiccia, un po’ di formaggio e una bottiglia di vino, tutto racimolato in dispensa. I bicchieri e le posate che aveva finto di voler lavare erano stati portati per quell’improvvisato e obbligato pic-nic.

    – «Ho portato da mangiare, accussì per qualche giorno ancora non vi muovete. Sapete, non si sa mai»

    – «Melì, tutt’a posto cu ri tedeschi?»

    – «Sì sì, ma io l’avevo detto che facevo finta di venire a lavare… certo che dopo ieri stanno tutti allerta!»

    – «Giusto questo volevamo sapere… CH’È SUCCIESU!»

    – «‘Na cosa brutta, ate fattu bbuonu a scappà, ri tedeschi s’hannu arrubbatu quasi a tutti. Mò ve ricu»

    Dispiegato un lenzuolo, adattandolo come tovaglia, Melinda cominciò a tagliare pane e del formaggio per distribuirlo a tutti; poco ovviamente, i tempi erano magri già in condizioni normali, e cominciò:

    – «Ieri mattina sin dalle 5.00, in pratica appena ci si vedeva, si cominciò a sentire un rullio di tamburi (tipo La Sveglia di San Paolo ve la ricordate?) e ogni tanto, diciamo ogni 100 metri, un uomo con la divisa dei Vigili di Carinola, leggeva un comunicato dei tedeschi in cui s’invitavano tutti gli uomini a raggiungere la piazzetta per ascoltare un loro ufficiale che doveva comunicare qualcosa»

    Fece una pausa. Il viso le divenne paonazzo. Gli occhi le si riempirono di lacrime ed esplose:

    – «MA ERA NA TRAPPULA! STI CANI! Ecco la trappola di cui parlava Minuccia de Pascale e cui accennava Giovanni quando venne da noi l’altro ieri sera!»

    Per un po’ non riuscì a parlare, ma poi Melinda, con gli occhi ancora velati di lacrime, riprese, e singhiozzando spiegò loro che i tedeschi con i mitra spianati avevano costretto tutti gli uomini a rilasciare le loro generalità e li avevano obbligati a seguirli dove dicevano loro aggiungendo che se non l’avessero fatto per ritorsione avrebbero ucciso le loro mogli, figli, padri e madri anziani, sorelle, tanto ormai avevano preso i nomi di tutti. A ognuno era stata concessa un’ora di tempo per andare a casa, salutare i parenti e tornare subito in piazza dove c’erano i camion ad attenderli.. Destinazione inizialmente ignota, ma siccome tutti temevano che li avrebbero deportati in Germania, i parenti, mogli in primis, cercavano di fermarli in tutti i modi, persino inseguendoli per strada, e loro rispondevano che ormai erano stati incastrati e che se fossero scappati i tedeschi per vendicarsi avrebbero ucciso tutti loro di famiglia. Dopo esser ritornati in Piazzetta, sempre sotto la minaccia delle armi, erano stati costretti a salire su dei camion, così come previsto. Per buona sorte qualcuno di essi, una decina forse, è riuscito a salvarsi, chi fingendosi malato e chi perché lesto a scappare prima di arrivare al punto di raccolta del monte Massico ma adesso non restava che affidarsi alla preghiera per la sorte di quelli di cui non si sapeva più nulla da quando erano saliti sul treno a Sparanise probabilmente per la Germania di Hitler. Il gelo scese sulla compagnia di amici: non si sentiva nessuno respirare e solo i singhiozzi di Melinda, che comunque cercava di riprendersi, infrangevano la mesta cappa di silenzio che aveva avvolto la compagnia.

    L’andirivieni di Melinda con un certo patema d’animo, più che giustificato visto che anche solo un semplice sospetto avrebbe portato alla morte, non solo sua ma anche ovviamente degli uomini rifugiati e dei figli piccoli, durò per più di due mesi fino ai primi di dicembre quando le truppe tedesche furono costrette a ritirarsi dall’avanzata Alleata e ad attestarsi sulla Linea Gustav e precisamente a Monte Cassino, il baluardo più importante di quel sistema difensivo. Solo allora la tenaglia nazista su Casale si allentò e i nostri otto fuggiaschi poterono far ritorno a casa e dormire nei loro letti. Erano stati fortunati loro, meno quelli che purtroppo erano rimasti coinvolti nel rastrellamento perché invischiati nella trappola ordita dai tedeschi e men che meno quelli che dopo quasi due anni di prigionia in Germania non erano sopravvissuti e non si poterono riconsegnare all’affetto dei propri cari. Il racconto di mia nonna terminò, ma nonostante fossero passati più di trent’anni non potevo fare a meno di notare che ogni volta che lo raccontava una lacrimuccia le imperlava il viso.

     

    * * * * *

    Trenta-quaranta, forse pure cinquanta, sono stati quelli che quel giorno furono obbligati a partire per un “normale lavoro retribuito” («qualche giorno», avrebbero detto ingannevolmente i tedeschi), anche se poi la storia li bollò molto crudamente, ma ahimé realisticamente, come gli “Schiavi di Hitler”, migliaia di uomini, moltissimi dalle altre frazioni del comune di Carinola e da tutto l’Alto Casertano, costretti dal nazismo ad ingrandire l’industria bellica di Hitler e far proliferare quel tumore nefasto rappresentato dalle folli voglie espansionistiche del Führer, cancro le cui metastasi stavano per risultare esiziali per il mondo intero che fortunatamente trovò il modo di arginare.

     

    La Piazzetta di Casale oggi

     

     

     

     

  • UN ECCEZIONALE SPETTACOLO PIROTECNICO

    UN ECCEZIONALE SPETTACOLO PIROTECNICO

    Uno spettacolo così non si era mai visto.
    Dall’alto della collina di Sant’Ubaldo il grande Tramponi iniziò a lanciare le sue spettacolari granate.
    Bum …. tutte le pensioni minime saranno portate a mille euro !
    L’eco della deflagrazione fu così forte che tutti restarono per un momento frastornati, ma dall’altra vicina collina di Poggiogrande, il famoso Lorenzini si produsse in una serie di spettacolari botti e schioppi che riempirono l’aria di fuochi e fiamme….bum, bonus, bonus, bonus, 500 euro ai diciottenni, bum … 500 euro agli insegnanti, bum…

    Tutti si volsero sorpresi dalla sua parte, ma fu soltanto un attimo, dal cocuzzolo più alto del monte Ararat il fantasioso Saltalocusta diede fuoco alle sue munizioni, bum …. reddito di cittadinanza, bum …. niente vaccini ai bambini intimoriti.

    Tutti erano completamente presi dalla grandiosità dello spettacolo. La processione si era fermata, la banda musicale taceva, la statua del santo era stata abbandonata all’angolo del piazzale, tutti, tranne le statua, col naso per aria per godersi quell’incredibile maestoso spettacolo pirotecnico.

    Il possente Lorenzini rispose agli sfidanti con un altri roboanti colpi di mortaio. Via tutte le tasse sulla prima casa, via le sanguisughe di equitalia. Un urlo collettivo di soddisfazione accolse questi ultimi colpi. Ma non se ne era ancora spenta l’eco, che il prode Tramponi replicò con fantasmagoriche cascate di fuochi luminosi,  via le tasse anche dalla prima casa al mare, via le tasse sull’auto.

    Cori irrefrenabili di approvazione sottolineavano la nuova performance dell’ artista, un genio fantasioso. Ma oramai i colpi si levavano da tutte le parti, e non si riusciva più a capire di chi fossero: bum…. 3 milioni di posti di lavoro, bum …….niente tasse universitarie, bum …via l’abbonamento alla televisione, bum … l’Italia riammessa ai mondiali di calcio.

    Gli unici che non riuscivano a rendersi conto della solennità del momento erano certi poveri uccelli che sfrecciavano per il cielo come missili, spaventati a morte in cerca di un inesistente rifugio.
    L’ ingenuo Gimpel, andava già pregustando le positive ricadute di quelle promesse sulla sua vita, la pensione minima della madre a 1000 euro, bonus mamme per quella disgraziata della figlia, alquanto leggera nella sue frequentazioni maschili, che era anche disoccupata, reddito di cittadinanza, quasi quasi riesco a cambiare la macchina , usato sicuro, 277 cavalli
    all inclusive, connessione e 7 ruote motrici , sensori di parcheggio, 11 posti a sedere più bigliettaio, 500 rate da 50 euro, un affare.

    Ma, ditemi, dobbiamo scegliere tra uno o l’altro o possiamo votare per tutti e tre?’