«Si longa e secca comm’a ‘na quaravesema!» ~ modo scherzoso con cui si definisce una donna alta e magra, anzi “lunga e non certo abbondante” (secca) proprio come il periodo quaresimale, che è non breve e “magro”. È con questo scherzoso motto che dalle nostre parti si cercava di stemperare il periodo magro per eccellenza. La Quaresima non è soltanto un tempo liturgico ma è un’immagine, un volto, quasi una presenza che entra nelle case e nella memoria collettiva, un’espressione che già da sola restituisce la fatica, la sobrietà e la tensione spirituale che caratterizzano questo periodo dell’anno.
La parola Quaresima deriva dal latino quadragesima, cioè quarantesimo, e indica i quaranta giorni che precedono la Pasqua nel calendario cristiano, un numero che richiama i quaranta giorni del digiuno di Cristo nel deserto e che nella tradizione biblica è simbolo di prova e di purificazione. Tuttavia, nella cultura popolare del nostro territorio, la dimensione teologica si è intrecciata con quella materiale, concreta, quotidiana, trasformando la Quaresima in un tempo percepito soprattutto attraverso il corpo e la tavola.
“Lunga e secca” significa innanzitutto questo: lunga perché sembra non finire mai, soprattutto dopo l’esplosione gioiosa e rumorosa del Carnevale, e secca perché priva di grassi, di carne, di dolci elaborati, di tutto ciò che richiama l’abbondanza. La cucina contadina conosceva bene questa alternanza tra eccesso e privazione; dopo i giorni opulenti in cui si consumavano salumi, fritture e dolci fritti, arrivava il tempo delle zuppe di legumi, delle verdure spontanee, del pane semplice, dell’olio usato con parsimonia. Non era soltanto un precetto religioso ma una disciplina sociale che insegnava la misura e preparava, anche psicologicamente, alla festa pasquale.
Nella tradizione popolare la Quaresima assume spesso sembianze femminili, non è un caso infatti che venga rappresentata come una donna anziana, vestita di scuro, magra, severa, talvolta con in mano un fuso o una conocchia, simboli del lavoro domestico e della pazienza. Questa personificazione nasce dall’esigenza, tipica della cultura contadina, di dare un volto ai tempi dell’anno, di rendere visibile ciò che è astratto, di trasformare un periodo liturgico in una figura riconoscibile e quasi familiare.
La donna-Quaresima incarna la sobrietà, il silenzio, la fatica quotidiana e soprattutto il controllo dei desideri. In un mondo in cui la trasmissione orale era fondamentale, raccontare ai bambini che “arriva la Quaresima” significava evocare questa figura austera che vigilava sui comportamenti, che ricordava il digiuno e la penitenza, che imponeva una pausa dopo la licenza carnevalesca. La femminilizzazione del tempo non è casuale: la donna, nella società tradizionale, era custode del focolare e del ritmo domestico, e quindi anche della regolazione alimentare e morale della famiglia.
Ed è qui che emerge il parallelismo più curioso, quello con la Befana, figura anch’essa anziana, anch’essa avvolta in abiti semplici e scuri, anch’essa legata a un momento di passaggio nel calendario liturgico, quello dell’Epifania. La somiglianza iconografica è evidente: entrambe sono rappresentate come donne vecchie, talvolta un po’ curve, con tratti marcati e un aspetto che richiama la povertà e l’austerità. Ma la somiglianza non è soltanto estetica. Sia la Befana sia la Quaresima appartengono a quel mondo simbolico in cui il tempo viene scandito da figure che chiudono e aprono cicli. La Befana conclude il periodo natalizio, portando via le feste e segnando il ritorno alla normalità; la Quaresima apre il tempo della penitenza dopo il Carnevale e conduce lentamente verso la rinascita pasquale. In entrambe le figure convivono elementi cristiani e tracce di antiche tradizioni agrarie, in cui l’Inverno e la scarsità erano rappresentati da donne anziane, simbolo della terra spoglia e della natura in attesa di rifiorire.
La donna-Quaresima, con il suo aspetto magro e quasi spigoloso, richiama la terra “secca” di fine Inverno, prima che la Primavera la renda nuovamente feconda. È un’immagine dura ma necessaria, perché senza quel tempo di attesa e di disciplina non ci sarebbe la gioia piena della Pasqua, così come senza l’Inverno non ci sarebbe la Primavera.
Raccontare oggi la Quaresima “lunga e secca” dalle nostre parti significa recuperare un patrimonio culturale che rischia di sbiadire. In un’epoca in cui il tempo sembra uniforme e le stagioni non sono più vissute con la stessa intensità, questa figura femminile austera ci ricorda che la vita ha bisogno di alternanza, di silenzio dopo il frastuono, di sobrietà dopo l’eccesso.
In quel volto scavato, in quell’abito scuro, non c’è soltanto la severità della penitenza ma anche la promessa, silenziosa e tenace, di una rinascita. Forse è proprio per questo che la Quaresima, nel nostro immaginario popolare, somiglia così tanto alla Befana: entrambe sono custodi di un passaggio, entrambe segnano un limite, entrambe insegnano che ogni festa autentica nasce da un’attesa consapevole.