La rivolta del Sette e mezzo: una pagina ai margini della memoria dell’Unità d’Italia

Unità Riscriviamone la Storia

Quando si parla dell’Unità d’Italia, la narrazione scolastica e quella della memoria nazionale ci hanno abituati a seguire un percorso abbastanza lineare: la spedizione dei Mille, la caduta del Regno delle Due Sicilie, la proclamazione del Regno d’Italia e, negli anni successivi, le difficoltà incontrate dal nuovo Stato nel consolidare la propria autorità soprattutto nel Mezzogiorno.

In questo racconto, però, alcune vicende hanno avuto uno spazio molto più ridotto di altre, nonostante siano indispensabili per comprendere quanto fosse complesso e tutt’altro che pacifico il processo di costruzione dello Stato unitario. Una di queste vicende è la Rivolta del Sette e mezzo, scoppiata a Palermo nel settembre del 1866, appena sei anni dopo l’impresa dei Mille. Fu una grande insurrezione che mise seriamente in difficoltà le autorità italiane e che per alcuni giorni portò una parte consistente della città e del territorio circostante fuori dal controllo effettivo dello Stato.

La rivolta ebbe inizio nella notte tra il 15 e il 16 settembre e si protrasse per circa sette giorni e mezzo, da cui deriva la denominazione con cui è passata alla storia. Non fu una semplice sollevazione di nostalgici dei Borbone, come talvolta una lettura troppo schematica potrebbe far pensare, ma vi confluirono componenti molto diverse, dagli ex garibaldini delusi dai risultati dell’Unità ai contadini, dagli artigiani ai renitenti alla leva, insieme a gruppi politici di orientamento differente e anche a elementi legati alla criminalità. Proprio questa composizione eterogenea dimostra quanto fosse profondo il malcontento esistente nella Sicilia dei primi anni dello Stato unitario.

Le ragioni della rivolta erano numerose e non possono essere ricondotte a una sola causa. La popolazione doveva confrontarsi con la leva obbligatoria, con nuove imposizioni fiscali, con una pubblica amministrazione spesso percepita come estranea e con una situazione economica difficile, aggravata dalle conseguenze delle crisi precedenti e dall’epidemia di colera. A tutto questo si aggiungeva la delusione di quanti, durante la rivoluzione del 1860, avevano sperato che la fine del vecchio regime avrebbe comportato anche un profondo cambiamento delle condizioni sociali.

La questione della terra aveva un’importanza particolare. Nelle campagne siciliane si erano diffuse aspettative molto forti sulla possibilità di ottenere terre demaniali e di modificare gli antichi rapporti di proprietà. La redistribuzione delle terre, tuttavia, non produsse quel nuovo ceto di piccoli proprietari che molti contadini avevano immaginato e le vendite dei beni confiscati finirono spesso per favorire chi disponeva già di capitali sufficienti per acquistarli, anche gli antichi usi civici furono progressivamente messi in discussione. Per una popolazione povera, la promessa di un cambiamento radicale si trasformò così nella constatazione che la nuova Italia non aveva portato quel miglioramento delle condizioni di vita che molti avevano sperato.

È documentata l’esistenza di fortissime aspettative popolari di redistribuzione della terra, di emancipazione sociale e di miglioramento delle condizioni materiali, aspettative che dopo l’Unità furono in larga misura frustrate.

Nel settembre del 1866 questo insieme di tensioni esplose. Gli insorti riuscirono rapidamente a mettere in difficoltà le autorità e a controllare ampie zone di Palermo. Il governo italiano reagì scegliendo la via militare e affidò al generale Raffaele Cadorna il compito di ristabilire l’ordine. Venne proclamato lo stato d’assedio e l’esercito riconquistò la città dopo combattimenti e una repressione molto dura. Migliaia di persone furono arrestate e centinaia furono sottoposte a procedimento penale.

La vicenda è importante anche per un’altra ragione. Tra gli insorti vi erano uomini che avevano combattuto pochi anni prima dalla parte di Garibaldi, e il fatto che alcuni protagonisti dell’impresa del 1860 fossero tornati a combattere contro lo Stato nato da quella stessa impresa rende evidente quanto rapidamente fossero cresciute la delusione e l’opposizione nei confronti del nuovo ordine politico. Per questo la Rivolta del Sette e mezzo non dovrebbe essere considerata una semplice parentesi di disordine nella storia dell’Italia unita. Essa rappresenta uno dei segnali più evidenti delle difficoltà incontrate dal nuovo Stato nel rapporto con una parte consistente della popolazione meridionale e mostra quanto fosse profondo il divario tra l’Unità politica realizzata nel 1861 e l’integrazione sociale, economica e politica del Mezzogiorno.

Ma c’è un’altra questione che merita di essere affrontata: quella della memoria.

Non è corretto affermare che lo Stato italiano abbia cancellato la rivolta dalla storiografia, perché il Sette e mezzo è stato studiato dagli storici e sono stati pubblicati lavori specifici sull’argomento. È però difficile negare che si tratti di un episodio rimasto ai margini della memoria nazionale e della divulgazione scolastica, soprattutto se confrontiamo lo spazio che gli viene riservato con quello dedicato agli episodi più celebrati del Risorgimento. Insomma una mistificazione bella e buona se questa parola ha il significato di «volontaria distorsione della realtà».

Il problema, dunque, non è soltanto ciò che viene cancellato, ma anche ciò che viene lasciato ai margini. La selezione degli avvenimenti contribuisce infatti a costruire il modo nel quale una società interpreta il proprio passato. Se l’Unità viene raccontata soprattutto attraverso le imprese militari, gli eroi del Risorgimento e la nascita dello Stato nazionale, mentre vengono trattate molto più rapidamente le aspettative deluse, le rivolte popolari, le repressioni e i conflitti sociali che seguirono, si rischia di trasmettere un’immagine eccessivamente lineare di un processo storico che lineare non fu affatto.

La Rivolta del Sette e mezzo, in questo senso, non dimostra che l’Unità d’Italia sia stata semplicemente una conquista imposta con la forza, né autorizza a sostituire una narrazione celebrativa con una narrazione opposta e altrettanto semplificata. Dimostra però che l’unificazione politica non significò automaticamente consenso, benessere e integrazione e che una parte della popolazione meridionale, appena pochi anni dopo il 1860, arrivò a ribellarsi contro quello Stato che avrebbe dovuto rappresentare il compimento delle speranze suscitate dal Risorgimento.

Marginalizzazione di una memoria storica scomoda, quindi, una memoria che obbliga a guardare l’Unità d’Italia anche dal punto di vista di coloro che, dopo aver sperato nel cambiamento, si ritrovarono a contestare il nuovo Stato.

Il fatto è che quando un episodio capace di mettere in discussione la rappresentazione convenzionale dell’Unità viene relegato ai margini, mentre prevale una narrazione molto più lineare e celebrativa del processo unitario, il rischio è quello di offrire alle nuove generazioni non la realtà nella sua complessità, ma una realtà selezionata e quindi inevitabilmente deformata.

Lascia un commento